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Ribelliamoci al fatalismo tecnologico

di Marcello Veneziani - 31/08/2026

Ribelliamoci al fatalismo tecnologico

Fonte: Marcello Veneziani

Il fatalismo tecnologico è l’ideologia dominante della nostra epoca. Nessun’altra convinzione governa il mondo, da Occidente e Oriente in modo così pervasivo e assoluto. Cos’è il tecno-fatalismo? È la persuasione, o la rassegnazione, che il nostro futuro tecnologico sia inevitabile e irreparabile, non possiamo sottrarci e nemmeno modificarne le tappe. Un processo automatico che non ammette deroghe e tantomeno libero arbitrio. Più che rifiutare e demonizzare la tecnologia, come suggeriscono gli apocalittici, dovremmo ribellarci al fatalismo tecnologico che impedisce di vagliare, con spirito critico e realismo attivo, gli esiti e i prodotti della tecnica.
Un tempo il fatalismo sorgeva dalla sottomissione ai decreti celesti, il fatalismo proveniva dagli astri o dal divino, era una specie di legge metafisica a cui non ti potevi sottrarre. Poi quando l’uomo si ribellò alla magia e alla religione, il fatalismo cambiò padrone ma non smise di pesare e comandare: si cominciò a pensare che il processo storico ed economico ubbidisse a regole ferree, e fu chiamato determinismo, o su altri versanti meccanicismo. Ma l’impronta era la stessa: c’è una legge ferrea che governa gli eventi, non puoi sottrarti; perfino rivoluzioni e ribellioni alla fine reggevano su quella legge di necessità; pensate al marxismo, per esempio, che prevedeva l’avvento del comunismo come una previsione scientifica, uno sbocco necessario delle condizioni storiche, sociali ed economiche precedenti.
Alla ferrea necessità non si sono inchinati solo gli irrazionali seguaci di totem e tabù ma anche acuti pensatori “laici” come Baruch Spinoza, inviso a chiese e sinagoghe.
Da ragazzo, David Foster Wallace amava la filosofia e si laureò con una tesi Contro il fatalismo, che viene ora pubblicata in Italia da Einaudi. La tesi fu apprezzata oltremodo dai docenti che gli conferirono la massima lode, però Wallace abbandonò gli studi filosofici per dedicarsi alla narrativa che gli era più congeniale. Quella tesi mostra un rigore e un talento analitico non comuni e anche sorprendenti per chi conosce le sue opere narrative. Wallace scelse come suo avversario teorico Charles Taylor che aveva scritto un breve ma importante articolo per sostenere il fatalismo in piena epoca di libertà ed emancipazione. Wallace era allora attento studioso di Ludwig Wittgenstein, seguiva la sua logica e la sua analisi del linguaggio. Oggi la sua confutazione andrebbe piuttosto rivolta al fatalismo tecnologico.
L’obiezione classica al fatalismo teologico, a ridurla in parole povere, era che se tutto è già prestabilito da Dio, la libertà e la volontà umana non contano nulla. A questa obiezione, la tradizione cristiana rispondeva, nel solco di Severino Boezio e San Tommaso d’Aquino, che Dio in realtà conosce ogni cosa, passata presente e futura, ma non toglie all’uomo il libero arbitrio. Questa correzione di tiro, che adotta anche Dante nel canto XVII del Paradiso, riconfigura il Divino da Onnipotente a onnisciente: ovvero Dio sa tutto ma lascia che sia l’uomo a fare le sue scelte.
La tesi di Wallace è sorretta da formule e schemi, tabelle e diagrammi per confutare il fatalismo su base logico-matematica e analitica. Chi cerca lo stile smagliante del Wallace scrittore resterà deluso; non ci sono aperture creative e intuitive e non c’è neanche un confronto storico e ideale col fatalismo, dalla magia alla teologia, dalla storia alla teoria socio-economica, come avrebbe fatto un filosofo umanista e continentale. Ammirevole è il suo rigore, ma il terreno proprio del fatalismo è la visione del mondo che qui scompare. A voler scavare dietro la sua teoria si ritrova la spinta a difendere la libertà e l’imprevedibilità del futuro ma la motivazione resta implicita, nascosta.
In realtà bisognerebbe distinguere tra fatalismo e amor fati, come già fece Nietzsche che bollava il primo come fatalismo “turco”, passivo, mentre abbracciava il secondo, che era per lui un dire di sì alla vita, un’attiva complicità con la sorte e con tutto ciò che accade. Il fatalismo invece è un arrendersi a priori alla vita e al mondo, una forma di accidia, di passività rispetto agli eventi, e una forma di pigrizia e di viltà. L’amor fati non esclude invece di affrontare la vita, reagire agli eventi, combattere nell’incertezza; ma poi accetti i verdetti della vita e della storia, come accetti i tuoi limiti e i tuoi difetti, accogli la sorte così come si è rivelata, con amore. Il fatalismo è una rinuncia e una debolezza, l’amor fati invece è una conquista di saggezza e una forza. Nella visione del fato è contemplata anche la tua resistenza, la tua ribellione; ma poi, quando il gioco è compiuto, ti rimetti al verdetto degli dei o della storia, e ami ciò che accade, accadde e accadrà, oltre il tuo volere e la tua libertà.
Tutta questa riflessione sul tema del fato non c’è nella tesi di Wallace e questo rende lo scritto un’esercitazione erudita di pura teoria e metodologia, senza il confronto con la realtà, il mito e il pensiero. Se cercate di capire il fatalismo, i suoi fondamenti, i suoi intrecci con la fede e la magia, il pensiero e la storia, non li trovate in questo libro che sembra il fatalismo spiegato all’IA (o dall’IA). Alla fine Wallace rimanda la palla del fatalismo nella tribuna della metafisica.
Vorrei invece raccontare di lui, David Foster Wallace, nato a Ithaca nel 1962 e morto suicida il 12 settembre del 2008. Mentre in America infuriava la guerra civile dei due ottimismi, l’ottimismo teocon dei repubblicani e l’ottimismo progressista dei dem, l’anima tragica dell’America e del nostro tempo si ritrovò con Wallace che a 46 anni in preda a una forte depressione, s’impiccò. I suoi libri, da Infinite Jest in poi, scatenarono conflitti postumi sul web. Fu dedicato un film alla sua vita, The end of the tour, che uscì anche in Italia. Wallace non è un portatore sano del nichilismo, non descrive da fuori l’America depressa e imbottita di farmaci, ma scrive al suo interno, col suo sangue, con la sua depressione e il suo Nardil, con la sua malattia narcisista; è dentro quel mondo che descrive. Specchio ironico dell’America profonda e profondamente superficiale, Wallace ha visto “il vuoto spirituale dell’America postmoderna”, le violenze sessuali, le manie e le volgarità, la noia e lo schifo, i falliti spirituali dagli “occhi smorti”. È il biografo inquietante di una generazione che “quanto a valori significativi dell’esistenza non ha avuto in eredità assolutamente nulla”. Wallace ha condotto gli Usa nel viaggio di ritorno da Nietzsche a Leopardi, in stile yankee. Certo, abissale è la distanza dei due europei dal testimonial americano, ma si avverte una comune visione tragica del mondo e una voglia disperata di verità e di vita. Wallace cercò una via d’uscita all’infelicità e un “defibrillatore per le particelle di magia e di umanità che ancora esistono nel mondo e che brillano nonostante la fitta oscurità della nostra epoca”. Cercò la gioia della luce e del “semplice dono di essere vivi”, ma i cani della notte alla fine lo azzannarono al collo. Si ribellò al fatalismo ma poi si consegnò al fato e alle sue belve più feroci. Perché Fata volentem ducunt, nolentem trahunt, il fato conduce chi lo ama ma travolge chi lo avversa.