Odissea dell'odissea
di Roberto Luigi Pagani - 09/07/2026

Fonte: Roberto Luigi Pagani
Mi perdonerete se mi dilungo sulla questione, ma da Italiano mi sento profondamente legato all’epica classica. Come penso valga anche per la maggior parte di voi, la sento come una parte importante della mia storia culturale. Per questo mi esprimo.
Lupita Nyong’o, che impersona Elena di Sparta nell’Odissea di Nolan ha detto in un’intervista uscita ieri che, se avesse potuto fare una domanda a Omero, gli avrebbe chiesto perché non abbia dato più spazio alle donne e ha aggiunto di non aver letto l’Odissea prima di essere scelta per il film.
Una delle cose che più mi lascia perplesso nella promozione di certi film è vedere attori che sembrano sentirsi in dovere di impartire lezioni morali agli autori che hanno scritto le opere grazie alle quali oggi stanno lavorando. Soprattutto perché chi conosce davvero l’Odissea sa che ridurla allo screen time di questa o quella figura significa ignorare il ruolo di alcuni tra i personaggi femminili più straordinari dell’intera letteratura occidentale.
Atena è la vera regista dell’azione: protegge Odisseo, guida Telemaco, interviene continuamente nelle vicende e senza di lei il ritorno a Itaca semplicemente non avverrebbe, così come la vendetta contro i Proci non avrebbe luogo senza la sua assistenza. E poi c’è Penelope, uno dei personaggi femminili più grandi mai creati: è intelligente, politicamente abilissima, tiene insieme il regno per vent’anni, inganna i pretendenti con il celebre stratagemma della tela e, quando Odisseo torna, è lei a sottoporlo all’ultima prova prima di riconoscerlo.
Il problema di un certo approccio contemporaneo è proprio questo: invece di cercare di capire un’opera nel suo contesto storico e culturale, la si giudica con categorie morali moderne, come se un poema composto quasi tremila anni fa dovesse riflettere i valori del XXI secolo. Uno dei principi fondamentali del mestiere dello storico è evitare l’anacronismo: il passato non si comprende giudicandolo con i parametri morali del presente, ma cercando di capire quali fossero i valori, le istituzioni e la mentalità dell’epoca. Non significa sospendere il giudizio morale o approvare tutto ciò che è accaduto, ma almeno fare uno sforzo intellettuale per comprendere il passato nel suo contesto.
Il contrario di questo approccio è il presentismo, ovvero l’idea che il nostro sistema di valori rappresenti il punto culminante della storia e che tutto ciò che lo ha preceduto debba essere misurato esclusivamente contro di esso. È un atteggiamento che finisce per trattare le generazioni passate come se fossero intellettualmente e moralmente inferiori, incapaci di elaborare idee complesse o di produrre opere degne sé non dopo essere state purgate secondo i nostri valori. In questo senso è una forma di pregiudizio cronologico: si attribuisce automaticamente maggiore valore morale a una persona semplicemente perché è nata più tardi, nel periodo moralmente “giusto”. Se lo stesso atteggiamento venisse adoperato nei confronti di società a noi contemporanee in cui certe categorie sociali, tra cui anche le donne, non godono degli stessi diritti a loro garantiti nei Paesi occidentali, le stesse persone che criticano Omero per non avere dato più spazio alle donne, urlerebbero al razzismo e al fatto che certe cose vanno contestualizzate.
È ovviamente qualcosa di molto ipocrita, nonché un atteggiamento che tradisce anche una spocchia spaventosa. Pensare di poter correggere Omero, Shakespeare o Dante senza aver prima cercato di comprenderli significa dimenticare che sono proprio quelle opere ad aver plasmato la civiltà in cui viviamo e che sono stati letti, studiati e ammirati per secoli perché continuano a dire qualcosa di universale sulla natura umana, senza bisogno delle correzioni di attori intrisi dello spirito del proprio tempo che non riescono a vedere al di là del proprio naso. Mi fa veramente infuriare vedere persone il cui nome permarrà nella storia giusto il tempo in cui dureranno le polemiche che scatenano, mettersi a bacchettare le figure che hanno plasmato la nostra storia e identità.
Quando questo atteggiamento viene portato nella promozione di un film, il risultato raramente è positivo. Il pubblico che ama un’opera non pretende un adattamento parola per parola, ma si aspetta che chi la porta sullo schermo dimostri almeno rispetto e curiosità nei confronti del materiale originale, cosa che fece magistralmente Peter Jackson con Il Signore degli Anelli, ad esempio, è quel trio di film si guarda oggi come si guardò all’uscita più di venti anni fa: un totale capolavoro. Se invece il messaggio che passa è: “quest’opera è antiquata e adesso vi spiegheremo noi come avrebbe dovuto essere”, molti spettatori si sentono trattati con accondiscendenza. Senza contare il fastidio che causa il vedere qualche attorucolo del XXI secolo elevarsi sul piedistallo morale e pretendere di bacchettare Omero.
Un adattamento funziona quando nasce dal desiderio di dialogare con un classico, non di impartirgli una lezione. I grandi testi non hanno bisogno di essere corretti, ma semmai compresi. Solo dopo averli compresi si può scegliere come reinterpretarli. Questo è il confine tra un adattamento rispettoso e uno che rischia di alienare proprio il pubblico che dovrebbe voler conquistare.
Questa impostazione ricorda molto la promozione del remake di Biancaneve, in cui Rachel Zegler scelse di prendere pubblicamente le distanze dal film originale, descrivendolo in termini poco lusinghieri: strano, vecchio, sessista… con una strafottenza e arroganza che diedero la chiara impressione che il materiale di partenza venisse trattato con sufficienza anziché con rispetto, e quella strategia comunicativa si rivelò estremamente alienante per i fan. È difficile conquistare il pubblico quando sembra che disprezzi proprio l’opera che ti ha dato il ruolo.
Forse il primo gesto di rispetto verso un’opera che ha attraversato quasi tre millenni, ispirando generazioni di scrittori, artisti e registi, dovrebbe essere leggerla e studiarla, come fece Jackson con l’opera di Tolkien, e come fecero i grandi attori, come Ian McKellen e Christopher Lee, che infatti resero la loro performance e i film stessi un capolavoro immortale forse quanto il testo originale. Che questo succeda anche con l’Odissea di Nolan, mi permetto di dubitarlo, ma staremo a vedere.
