Quando anche gli storici cercano inutilmente nell'antichità un gesto come il saluto romano che è del tutto moderno
di Francesco Petrone - 19/08/2026

Fonte: Francesco Petrone
Talvolta gli storici scoprono cose risapute. Da qualche decennio gli storici classici hanno scoperto che il saluto cosiddetto romano non è romano. Nessun testo di Livio, Tacito, Svetonio, e nemmeno rappresentazioni nelle colonne, negli affreschi lo raffigurano e infatti sembra che non lo usassero.
Gli studiosi hanno fatto risalire la credenza al 1700 proseguita nel 1800. In effetti quel saluto è stato reinventato e politicizzato con la Rivoluzione.
Nel 1784 il pittore David dipinge Il Giuramento degli Orazi. Inventa il gesto per dare "romanità" ed enfasi al quadro. Inoltre gli Orazi non vengono raffigurati mentre eseguono un saluto ma un solenne giuramento. Cinque anni dopo, nel 1789 i Giacobini lo copiano dal quadro del David e lo fanno diventare giuramento politico. Il nuovo significato rivoluzionario è: "Giuro di morire per la Repubblica". Voleva essere una rottura con la monarchia. Il braccio teso voleva dire non mi inchino al re: "Io sono Cittadino, non suddito" ed era giuramento di massa: un gesto eseguito tutti insieme significa che "Siamo una Nazione", un popolo che ha acquistato coscienza.
In seguito, nel periodo fra il 1799 e il 1815, Napoleone Bonaparte lo istituzionalizza dando il significato di obbedienza alla patria e all'imperatore. È il gesto dei giacobini che lui diffonde facendolo mettere negli eserciti, nelle statue, nelle monete.
Negli anni che vanno dal 1848 al 1870, il saluto a braccio teso lo ritroviamo nel Risorgimento italiano. Era sempre il simbolo visivo del giuramento esattamente come avevano fatto i giacobini. Veniva fatto nelle società segrete come la Carboneria, e la Giovine Italia. Mano sul cuore, o braccio teso verso la spada o la bandiera: "Giuro di liberare l'Italia". Il gesto veniva ripetuto nelle feste patriottiche e nelle adunate. Quando Mazzini parlava, i patrioti alzava il braccio. Era un gesto teatrale per dire: "Noi non siamo sudditi degli austriaci. Siamo cittadini romani". Una parola d’ordine silenziosa ma simile al grido "Viva Verdi". Sappiamo dalle immagini dell'epoca che anche i volontari garibaldini giuravano con la mano alzata sulle bandiere. Vuol sempre significare tensione, voto, sacrificio. È il passaggio da suddito del Re a cittadino della Nazione.
Nel 1892 il pastore battista Francis Bellamy, negli Stati Uniti, fa imporre il saluto alla bandiera a braccio teso col nome di "Saluto civile di massa". È la rappresentazione della "Fedeltà alla Bandiera e alla Nazione". Bellamy era un socialista cristiano.
Credeva in una nazione basata su uguaglianza, giustizia economica e fratellanza, ispirata al Vangelo sociale. Per lui il Pledge e il saluto alla bandiera dovevano unire tutti i cittadini, ricchi e poveri, in un’unica comunità nazionale. Alla fine del 1942 durante la guerra il saluto viene cambiato con la mano sul cuore. Nel 1919 il poeta Gabriele D’Annunzio, durante l'impresa di Fiume e la reggenza del Carnaro, riprende il saluto giacobino per rimarcare il messaggio rivoluzionario dell'impresa che sfida il potere delle "plutocrazie dell’Occidente". Oppure contro "i plutocrati", "i sensali", "le potenze del denaro". Famoso il discorso del 12 settembre 1919 in cui dice "Noi siamo contro le plutocrazie occidentali che vogliono fare del mondo un banco di pegno". Similmente a Pound un altro grande poeta che si batte contro l'usura internazionale. A Fiume ricevette delegazioni di egiziani, irlandesi, indiani. Li definiva "popoli oppressi dalle plutocrazie". Voleva fare di Fiume il centro di una lega anti-imperialista. Mussolini riprende il saluto perché gli italiani già lo conoscevano e aveva un senso nell'immaginario che andava oltre gli antichi romani. Era dalla Rivoluzione che aveva assunto un significato, politico e rivoluzionario di un giuramento collettivo e non certo archeologico.
