Quel che resta dell'amor patrio
di Marcello Veneziani - 12/01/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Ho amato l’Italia, per quasi tutta la vita. Un amore difficile, controvento, forse controtempo, per una patria rimossa e offesa. L’ho amata quando era indecente e forse proibito dirsi patrioti e sventolare il tricolore per strada. Tu la vedevi presente, loro ti spedivano nel passato; tu pensavi al suo avvenire, loro ti ricacciavano nella guerra perduta, nel disciolto regime, fino a trasformare l’amore in rancore. Tu la figuravi come la casa di tutti noi concittadini e conterranei, loro ti chiudevano nel ghetto di una minoranza isolata di alieni. L’Italia non era per me supremazia e xenofobia, guerra e fanfare, e nemmeno rifugio nella retorica ma ingegno e bellezza, intreccio di natura, storia, arte, lingua e cultura. Civiltà. Poi, dopo un passaggio sportivo, di quell’amor patrio non restò traccia, si rifugiò in ambiti così laterali e domestici da ridursi a un gusto, una moda, un marchio di fabbrica e nulla più. Non una storia, una cultura, una civiltà, al più un brand o un’insegna che tira. Si poteva mangiare o vestire Italiano, non pensare o sentirsi italiano. Una patria tradita, che a sua volta tradisce chi vi resta legato e delude i suoi amanti. «La mia patria non esiste più – scriveva Sandor Marai ne Le braci e poi si chiedeva – Il misterioso elemento che unificava ogni cosa ha esaurito il suo effetto. Tutto è caduto in pezzi, sono rimasti solo i frammenti. La patria per me era un sentimento. Questo sentimento è stato offeso. In casi come questi, uno se ne va. Ai Tropici o ancora più lontano». «Più lontano, dove?» gli chiedono: «Nel tempo». Una volta quella lontananza mentale si chiamava emigrazione interiore.
Non so se l’amor patrio sia stato il movente principale che ha portato gli italiani a votare per la Meloni; forse è stato il suo vuoto, la sua mancanza, a suscitare per reazione una vaga, imprecisata voglia di dirsi italiani e ricominciare da lì. Forse è stato il rigetto per il non-luogo globale in cui ci sentiamo sperduti, la riduzione a individui in una massa indistinta, chiamata umanità o popolazione mondiale, a spingere molti a cercare qualcosa che ci facesse sentire un po’ “noi”, cioè comunità, popolo, stato nazione. In una parola italiani, anche se naviganti nell’era globale.
Ma si addice alla dichiarazione d’amore per l’Italia l’uso del participio passato; sarà prudenziale, sarà frutto di una lunga trascuranza ma non riesco a definire quel sentimento per l’Italia se non declinandolo al participio passato, che non è il passato remoto, ma non si sporge nel presente o nel futuro. Del resto, la demografia non ci è di aiuto, anche l’età media sempre più vecchia, e soprattutto l’umore generale, lo stato d’animo prevalente non inducono a usare altri tempi e altri modi.
A volte ripenso a quanto ho scritto, ho detto, ho provato a fare nel nome dell’Italia nel corso di mezzo secolo: non solo libri e articoli, ma anche giornali e riviste fondate, e fondazioni, convegni, mostre, progetti per l’Italia. Raccontai la genesi e lo sviluppo dell’Italia moderna ne la Rivoluzione conservatrice in Italia, ne visitai le idee e gli archivi in molti saggi, intrecciai polemiche in suo nome, pubblicai una lettera agli italiani in forma di libro, girai perfino in 80 città con un comizio d’amore all’Italia. Ho provato a costruire sull’amor patrio qualcosa di solido e di pensato, spesso in solitudine. Tutto cancellato, vince l’oblio e l’avido presente ad personam. Tanti anni fa allegato al settimanale che dirigevo e che evocava già nella testata l’Italia, pubblicai un pamphlet, Fine dell’Italia? La tentazione più forte è oggi quella di eliminare l’interrogativo. Ma poi dico, no, è esagerato, troppo enfatico e solenne, non c’è nessuna fine dell’Italia e nessun pathos che accompagna il suo feretro. Direi piuttosto un’altra cosa più lieve e più sorda: sta scemando l’Italia. Scemare è il verbo più adatto e inglorioso e se evoca il dilagare della “scemitudine” un nesso ci sarà. Sta scemando, e non da oggi. L’Italia cominciò a scemare quando osò gonfiarsi oltremisura ed esplose in una guerra sbagliata; dopo, mantenne tuttavia una sua identità non più legata alla politica, allo stato e alla nazione. Venne il ’68 e lo sciame di ideologie al seguito a vituperare quel comune sentire nazionale. Poi venne Maastricht, dilagò la globalizzazione e l’Italia scemò col sostegno delle istituzioni e dei poteri. L’Italia scemò può essere una variante appropriata per aggiornare l’inno di Mameli. Non fu solo un fatto morale, civile e culturale, fu un fatto reale che colonizzò l’economia, i consumi, la vita sociale, espiantò l’industria e le aziende “nazionali”, dopo averle privatizzate. Venne l’espatrio, il dispatrio, l’emigrazione dei cervelli. Naturalmente non fu solo un fatto italiano ma interessò l’Europa, il mondo.
Userei lo stesso verbo, scemare, per indicare un più vasto processo che investe quasi tutto ciò che riguarda la civiltà nella sua più ampia estensione e profondità: va scemando la fede, la memoria storica, il pensiero critico, la filosofia; vanno scemando i legami famigliari, sociali, religiosi; va scemando la cultura, la lettura. E tutto questo scemare non può dirsi casuale, puramente accidentale: è evidente che un nesso collega ogni aspetto all’altro, incluso lo scemare dell’amor patrio. Certo viviamo in un’epoca tecnologica che si va consegnando all’automazione e all’intelligenza artificiale e si impernia su una dimensione individuale della vita, tutta rivolta al presente e al proprio guscio, con pretesa di autosufficienza e confessione di fragilità. C’è qualcosa che segna il declino non solo di una civiltà, ma del fondamento stesso di ogni civiltà. In questo contesto più generale, avviene il declino dell’amor patrio. Processo più grande di quello che solitamente si riduce al piccolo orizzonte del momento; al di là di questo o quel governo in carica, col suo modesto raggio d’azione e d’incidenza. Guai a farne solo un tema per attaccare questo o per sostenere quello; è un processo più lungo, di portata più grande. Basterebbe del resto vedere come è messa l’Europa, anche solo a fare un salto oltre la siepe di casa. Ma niente è definitivo e defunto, tutto piuttosto tende a scemare.
E allora torno a quell’espressione iniziale, ho amato l’Italia: racconta la storia di una passione non coronata dal suo esito, e tuttavia ricca di frutti sul piano umano, spirituale, culturale seppur nel raggio di un’azione limitata alla prossimità e all’interiorità. Non escludo impreviste rinascite e inattesi ritorni di civiltà. Intanto non sono pentito di aver amato l’Italia, mi ha donato tanto, anche quando donavo io. Ma avrei difficoltà a rispondere alla domanda seguente: la ami ancora? Non riuscirei a dire di si, non riuscirei a dire di no. Mi è rimasta dentro ma non voglio più dirlo.
