Questo mondo sarebbe insopportabile se non fosse assurdo
di Marco Della Luna - 11/09/2026

Fonte: Italicum
PROBO QUIA ABSURDUM EST
Piccoli deliri quotidiani
Il biossido di cloro (ClO2) è un composto gassoso fortemente ossidante e idrosolubile, comunemente impiegato come disinfettante chimico e agente sbiancante industriale (ad esempio per il trattamento delle acque e la lavorazione della carta). Non è una sostanza fisiologica né un principio attivo ad uso terapeutico: se introdotto nell'organismo umano, agisce come tossico sistemico diretto e potenziale agente corrosivo. Gli effetti biologici e clinici variano in base alle modalità di esposizione, alla concentrazione e alla dose assunta. L'assunzione diretta per via orale (spesso promossa da teorie pseudoscientifiche sotto denominazioni quali MMS o Soluzione Minerale Miracolosa) genera effetti da irritativi a gravemente tossici: causa bruciore chimico alle mucose del cavo orale, dell'esofago e dello stomaco. I sintomi primari includono nausea intensa, vomito incoercibile (anche ematico nei casi di lesione mucosa profonda), dolori addominali crampiformi e diarrea profusa.
Una mia conoscente si faceva frequenti clisteri con ClO2 al 3%. Dopo qualche tempo defecò quelli che credeva fossero vermi, ma a me parevano festoni di mucosa intestinale. In effetti, non erano parassiti, ma frammenti e calchi di mucosa intestinale necrotizzata e sfaldata (mucosal cast shedding). L'introduzione per via rettale di biossido di cloro (ClO2) a una concentrazione del 3% (pari a circa 30.000 ppm) è un'aggressione chimica estremamente grave per i tessuti umani. L'esposizione diretta della parete colica a un forte agente ossidante e caustico genera un quadro di colite chimica, ischemica acuta, necrosi coagulativa: il ClO2 distrugge denaturando le proteine strutturali delle cellule epiteliali (enterociti) e guastando il microcircolo della sottomucosa. Lo strato superficiale o l'intera mucosa intestinale si stacca in ampi lembi o tubuli, che mantengono la forma della parete colica. Il tessuto danneggiato produce un'intensa reazione infiammatoria con essudato ricco di fibrina e muco denso, che si modella lungo il lume intestinale dando origine a formazioni allungate, filamentose o a "festone". Questi reperti vengono frequentemente scambiati dai sostenitori di pratiche pseudoscientifiche per "vermi parassiti" o il cosiddetto "rope worm" (un falso parassita privo di riscontro scientifico o biologico), quando in realtà sono parti dell'organo stesso che si sta disgregando. Vi è il rischio di perforazione intestinale e di stenosi cicatriziale.
Consigliai la mia conoscente di smettere subito quelle pratiche, ma per lei il ClO2 era una sorta di fede. È una dinamica purtroppo classica e dolorosa con cui si scontra chiunque cerchi di fare informazione scientifica o ragionevolezza in contesti legati alle terapie alternative estreme. Quando la sostanza — in questo caso il ClO2 — trascende il livello della farmacologia per diventare un oggetto di fede o una panacea ideologica, la logica razionale e la prova empirica perdono del tutto il loro potere persuasivo.
Nel caso del culto del biossido di cloro, come pure di altri culti simili, più o meno dannosi, dal punto di vista della psicologia dei processi ideologici e settari, si attivano diversi meccanismi tipici, che la psicologia sociale ben conosce e per i quali ha trovato appropriate denominazioni:
1.Il Bias di Conferma e la Reinterpretazione del Danno
Nel quadro di questa "fede", qualsiasi reazione del corpo viene reinterpretata per confermare la teoria di partenza. Se il clistere causa dolore, vomito o l'espulsione di frammenti di mucosa necrotica, l'ideologia non vi legge un danno chimico (causticità), ma una "crisi di disintossicazione" o la palese dimostrazione che "il rimedio sta scacciando il male/i parassiti". Il danno reale viene scambiato per la prova dell'efficacia.
2. La Narrazione del "Nemico Esterno" e la Retorica della "Verità Nascosta"
Queste pratiche sono spesso accompagnate da una forte componente complottista: si costruisce l'idea che la medicina ufficiale e le agenzie sanitarie nascondano la "cura miracolosa" per meri interessi economici. Di conseguenza: a)l'avvertimento del medico, del farmacista o dell'amico ragionevole (come era il mio) non viene analizzato nel merito chimico o clinico, ma archiviato come una manifestazione di "ignoranza dei condizionati dal sistema" o "complicità con il sistema stesso"; b)più il mondo esterno avverte del pericolo, più l'adepto si sente parte di una "minoranza illuminata" che possiede la Verità.
3. La Trappola dei "Costi Sommersi" (Sunk Cost Fallacy)
Dopo aver investito speranze, risorse, tempo e, soprattutto, dopo aver subito sofferenze fisiche significative (come l'esfoliazione dolorosa del proprio tratto intestinale), ammettere di essersi fatti del male da soli è un trauma psicologico enorme. Per proteggere la propria identità ed evitare un crollo cognitivo ed emotivo devastante, la mente preferisce arroccarsi nella fede cieca anziché riconoscere l'errore.
Quale azione è possibile per chi assiste da fuori e vuole aiutare?
Quando il confronto logico o tossicologico viene rifiutato, la contrapposizione frontale raramente funziona: rischia solo di radicare maggiormente la persona nella sua posizione di difesa difensiva. L'unica strada (seppur non priva di ostacoli) rimane quella di spostare il piano dal dibattito ideologico alla cura diretta dei sintomi clinici concreti, accompagnata da alcune accortezze:
-Evitare di attaccare direttamente il dogma del ClO2, ma porre domande di monitoraggio dello stato fisico ("Ti vedo molto debole, come stanno i tuoi valori del ferro? Ti andrebbe di fare un semplice esame del sangue per controllare i reni e l'emocromo?").
-Sfruttare eventuali sintomi collaterali sgradevoli (stanchezza cronica, vertigini, dolori addominali persistenti) per proporre visite mediche di controllo con la scusa di un "check-up generale".
Sfortunatamente, quando una sostanza chimica diventa un dogma identitario, la barriera protettiva dell'ideologia tende a cadere solo di fronte a un crollo della salute così evidente da imporre l'intervento medico d'urgenza. In questa prospettiva psicologico-sociale. il fenomeno cambia completamente di natura: non è più una questione di tossicologia chimica, ma un caso clinico di strutturazione ideativa rigida e proiezione psicodinamica.
Quando l'irrazionalismo fideistico prende il sopravvento, la sostanza chimica smette di funzionare come agente molecolare e si trasforma in un vero e proprio oggetto transizionale salvifico o in un simbolo di purificazione ortodossa.
Dal punto di vista dell'analisi psicologica e psicosociale, l'espulsione della mucosa scambiata per "vermi" rappresenta un passaggio cruciale.
Tratti funzionali rilevanti di questo assetto psichico
Analizziamo come funziona il tipo di ‘adattamento’ sopra delineato.
1.La somatizzazione del Male e la "Materializzazione dell'Ombra"
Nel delirio purificatorio o nel pensiero magico-settario, la malattia, l'ansia o l'inadeguatezza esistenziale non vengono lette come processi complessi o multifattoriali, ma vengono esternalizzate e ipostatizzate sotto forma di un agente patogeno parassitario.
La scissione e la proiezione sono palesemente all’opera: l'elemento tossico interiore (l'Ombra, il senso di colpa, il trauma, la vulnerabilità) viene proiettato sull'idea del "parassita occulto" che risiede nel corpo. Ma ancora più pericoloso è Il valore catartico del danno: quando la mucosa colica si sfalda sotto l'effetto della causticità, la visione del "festone" emesso fornisce la prova sensibile e tangibile che la catarsi sta avvenendo. Il dolore fisico e la distruzione del tessuto cellulare diventano la componente espiatoria del rito di purificazione.
2. Il circuito di refrattarietà alla smentita (Fortress of Belief)
Dal punto di vista della psicologia cognitiva e della persuasione setta-simile, la struttura di questa credenza è blindata da una serie di meccanismi protettivi: In condizioni ordinarie, il dolore o la lesione costituiscono un segnale di stop biologico (feedback negativo). Nell'irrazionalismo fideistico, il feedback viene invertito in senso positivo: "Se fa male e se perdo pezzi, significa che la cura sta penetrando a fondo ed estirpando il male". Il danno diventa la misura della validità della prassi. L'adesione a queste pratiche assegna al soggetto uno status di superiorità valoriale e conoscitiva rispetto alla "massa ignara" o alla "scienzah ufficiale". Rinunciare alla credenza significherebbe subire una svalutazione narcisistica intollerabile e l'angoscia di ritornare alla vulnerabilità ordinaria.
3. La scissione epistemica e il crollo del principio di realtà
Siamo di fronte a una vera e propria dissociazione tra percezione sensorimotoria e giudizio critico: l'occhio vede un lembo di tessuto epiteliale necrotico umano, ma la griglia interpretativa ideologica impone di vederci un verme parassitante e invasore, finalmente sconfitto.
Quando la percezione visiva primaria viene totalmente asservita e sovrascritta dal dogma ideativo, il confine tra semplice bias (distorsione) cognitivo e struttura delirante di tipo persecutorio/ipocondriaco diventa estremamente sottile.
Una parabola fatale
L'approccio clinico e la decodificazione delle dinamiche di condizionamento o di contagio psicogeno di massa diventano l'unico strumento capace di spiegare come una persona possa letteralmente assistere alla distruzione del proprio corpo interpretandola come la propria salvezza – come il delirio persecutorio evolva in ipocondria che evolve in depressione
Questa traiettoria nosografica descrive un rischiosissimo processo di progressivo ripiegamento dell'Io e di fallimento dei meccanismi di difesa, in cui la carica pulsionale e la conflittualità evolvono attraverso tre precise tappe di strutturazione e successiva destabilizzazione psicodinamica.
Non è frequente assistere all'inversione di questo vettore (dal persecutorio all'ipocondriaco che poi diventa depressivo), ma quando si verifica rappresenta una chiara parabola di esaurimento delle risorse proiettive.
Il Delirio Persecutorio (difesa verso l’esterno) è la prima fase (anche se vedremo che essa ha un presupposto notevole). Nel delirio persecutorio, l'Io utilizza la proiezione e la scissione come difese primarie per preservare la propria integrità ed evitare un crollo narcisistico o una sofferenza intollerabile. L'angoscia o il male originano dall'interno (sensi di colpa, frammentazione, pulsioni inaccettabili), ma vengono collocati all'esterno: "Il male è fuori, sono gli altri che mi perseguitano, mi avvelenano, mi cospirano contro". L'Io rimane coeso e iper-vigile. C'è un nemico chiaro, e la paranoia fornisce una struttura spaziale e causale che dota il mondo di un senso — per quanto distorto e angosciante. Il persecutore esterno dà forma e nome all'angoscia.
L'Ipocondria (involuzione e somatizzazione del Persecutore) è la seconda fase. L'evoluzione dal delirio persecutorio all'ipocondria segna il primo cedimento del meccanismo proiettivo: il persecutore penetra il confine corporeo ed entra nell'organismo. Non essendo più sostenibile mantenere la minaccia confinata all'ambiente esterno (per fallimento della proiezione o per isolamento sociale), la minaccia si sposta sull'involucro somatico. Il nemico esterno diventa il "parassita", la "tossina", il "cancro", il "tessuto malato". L’iper-investimento narcisistico del corpo è il tratto connotante: L'energia psichica (libido) si ritira dagli oggetti del mondo esterno e si concentra coattivamente su un organo o apparato. La relazione d'oggetto non si gioca più tra l'Io e gli altri, ma tra l'Io e il proprio organo malato. Ciò va interpretato come un tentativo di controllo: il soggetto cerca di localizzare, misurare e "ripulire" (spesso attraverso pratiche di purificazione violente) un male che si è introiettato.
La Depressione (crollo delle difese e Introiezione della Perdita), quando avviene, è la terza fase. La transizione dall'ipocondria alla depressione rappresenta la resa finale dell'Io: la perdita del controllo sul corpo e il crollo di ogni illusione di purificazione o salvezza. L'ipocondria fallisce nel suo intento difensivo. I tentativi di espellere o curare il male somaticamente (compresi i rituali purificatori) non portano alla guarigione, ma alla distruzione del corpo stesso o all'esaurimento della carica maniacale/ideativa. L'Io prende giocoforza atto della propria impotenza. La rabbia verso l'esterno (persecuzione) e il tentativo di bonifica (ipocondria) cedono il passo al vuoto, alla colpa, alla perdita d'oggetto e alla deflessione del tono dell'umore. L'oggetto persecutorio viene infine del tutto introiettato e identificato col Me. Non c'è più un nemico da cui difendersi né una tossina da espellere: l'Io si riconosce tragicamente come la fonte stessa del proprio male, scivolando nell'inedia, nella perdita di senso e nella disperazione. L’introiezione della sconfitta e crollo dell'Io dice: "Io sono il Male” - oppure – “Io sono impotente rispetto al Male".
Si tratta di un percorso di progressiva chiusura soggettiva e isolamento: la persona passa da una lotta attiva verso un nemico esterno (persecuzione), a una guerra di trincea contro il proprio corpo (ipocondria), fino alla resa passiva di fronte alla rovina del proprio mondo interno (depressione).
La scaturigine a monte
La prossima volta che vi capiterà un soggetto di questo tipo, proverete forse, spinti da un umanissimo senso di responsabilità e di solidarietà, a descrivergli tutta questa parabola psicopatologica. Però dovrete aggiungere ciò che io considero l'inizio e la causa di essa, la sua scaturigine: la mancanza psicologica di un quadro complessivo dell'ambiente (sociale, istituzionale, medico) comprensibile e affidabile - mancanza che provoca uno stato perdurante di allarme e di reazioni suppletive e difensive. L'individuazione di questo deficit primario nella mappa cognitiva del mondo è il punto di innesco sociopsicologico dell'intera parabola. La mancanza di un quadro complessivo dell'ambiente (sociale, istituzionale, medico) comprensibile e affidabile non è solo un fattore concomitante, ma la scaturigine eziologica che costringe la psiche ad attivare soluzioni d'emergenza. Dal punto di vista dell'economia psichica, quando la realtà esterna smette di essere prevedibile e leggibile, l'organismo entra in uno stato di iper-vigilanza ansiogena (allarme permanente).
Perché la mente sceglie la persecuzione rispetto al caos?
Come evidenziava la psicologia della forma e la teoria dei sistemi, la psiche umana tollera il male, l'ostilità e perfino la persecuzione, ma non tollera il caos privo di senso. E’ manifesto il valore "euristico" della paranoia: se il sistema medico-scientifico o istituzionale è percepito come una giungla incomprensibile o traditrice, costruirsi un quadro persecutorio ("C'è una regia complottarda che ci avvelena") è un meccanismo di difesa suppletivo. La paranoia riordina il mondo, attribuisce intenzionalità agli eventi e restituisce una mappa — per quanto terrificante, ma logica e comprensibile. Di fronte al caos istituzionale il soggetto è paralizzato. Di fronte al "nemico" (il complotto, i parassiti, le tossine), il soggetto ritrova un ruolo attivo: può "combattere", può somministrarsi il rimedio secreto, può diventare un adepto "illuminato".
Un'avvertenza di tipo clinico-comunicativo
Nel momento in cui ti troverai ad esporre questa ‘troppo’ perfetta ricostruzione al soggetto, occorrerà tenere conto di una trappola comunicativa insita nella natura stessa della difesa: se descrivi la parabola a chi si trova immerso nelle fasi centrali (persecutiva o ipocondriaca), la sua mente interpreterà la tua spiegazione come un attacco alla sua ultima trincea difensiva. Smontare il suo schema significa rimetterlo direttamente di fronte al terrore primario: il caos incontrollabile dell'ambiente. Per questo motivo la reazione istintiva del soggetto sarà la chiusura o la re-inclusione di chi parla all'interno del complotto ("Anche tu non capisci / sei parte del sistema").
Acciocché la spiegazione possa trovare uno spaglio di ascolto, la chiave risiede spesso nel partire proprio dal primo anello che hai individuato: validare la sua sensazione iniziale di disorientamento verso il mondo ("È comprensibile sentirsi smarriti e traditi da un sistema medico e sociale così complesso e spesso opaco..."). Solo se il soggetto si sente compreso nella sua ansia di fondo (l'allarme primario), può tollerare di vedere smontati i meccanismi patologici che ha costruito per difendersene.
Il fattore transizionale
E per trattare tali casi abbiamo bisogno di un quid transizionale - non l'oggetto transizionale di Winnicot, ma una narrazione transizionale per la transizione dallo stato di smarrimento per mancanza della mappa a uno stato di accettazione attiva di una mappa con molte incognite, che è una realtà irriducibile e con cui bisogna fare i conti. Certi film di Buñuel: (come La Via Lattea, Il fascino discreto della borghesia) sono quid transizionali verso l'accettazione della mappa a molte incognite, ovvero dell'assurdo. Altri quid transizionali sono i simboli, i mythoi.
Il trasporre la funzione transizionale dall'ambito dell'oggettualità della prima infanzia alla strutturazione delle mappe cognitive e narrative dell'adulto è un’operazione euristica, che permette di comprendere come il passaggio dalla pretesa di certezze assolute all'accettazione della complessità (e dell'incertezza) richieda uno "spazio di gioco" intermedio, non puramente razionale.
Analizzando questa idea secondo uno schema in sei punti, abbiamo:
1) L'Oggetto Transizionale di Winnicott
Nella formulazione originale di Donald Winnicott, l'oggetto transizionale (la copertina, il peluche) occupa una terza area d'esperienza: la realtà d'illusione. Non appartiene al mondo interno dell'infante (non è un'allucinazione o una fantasia pura), né risiede interamente nella realtà esterna oggettiva, sottratta al suo controllo. È un ponte che permette al bambino di staccarsi dall'illusione di onnipotenza e fusione materna senza sprofondare nel terrore dell'abbandono.
2) La Funzione per Sbloccare un'Impasse Evolutiva/Adattativa
La funzione dell'oggetto transizionale è consentire un passaggio evolutivo indolore:
-Il bambino tollera la separazione dalla madre (l'esterno non controllabile) grazie alla presenza dell'oggetto.
-L'oggetto non viene mai messo in discussione nella sua natura: non gli si chiede "È parte di te, o viene da fuori?".
-Sblocca l'impasse adattativa perché permette di integrare il principio di realtà senza che la perdita dell'illusione originaria provochi un crollo traumatico dell'Io.
3) Analogia con il blocco di chi non accetta una Mappa Incerta della Realtà
L'adulto che non tollera l'incertezza del mondo moderno si trova in un'impasse evolutivo-cognitiva analoga a quella del bambino:
-La pretesa di un'onnipotenza della mappa: Il soggetto esige una spiegazione totale, deterministica, priva di punti ciechi o incognite (sia essa il dogma medico, la medicina alternativa, la trama complottista).
-Il blocco adattativo: di fronte a un ambiente (sociale, istituzionale, biologico) opaco o probabilistico, la mente rifiuta di integrare l'incertezza. Senza un "ponte", il salto dalla certezza assoluta all'accettazione del limite epistemico appare catastrofico.
-Conseguente senso di minaccia e reazione di allerta: quando la mappa collassa o si rivela insufficiente, non si genera un semplice errore di calcolo cognitivo, ma un terrore esistenziale primario, in cui l’assenza di un quadro complessivo affidabile fa piombare l'organismo in uno stato di allarme tonico e iper-vigilanza.
In mancanza di strutture intermedie per tollerare il caos, la realtà imprevista viene vissuta come minaccia persecutoria imminente.
4) Meccanismi difensivi, proiezioni e intolleranza all'analisi razionale
Per difendersi dall'allarme, la mente erige difese rigide (scissione, proiezione, paranoia, ipocondria purificatoria). In questo stato:
-L'analisi razionale diretta viene rigettata: Spiegare a chi è arroccato nella difesa la dinamica psicopatologica del suo delirio o del suo bias equivale a rimuovere con la forza l'unica barriera che lo separa dall'angoscia di destrutturazione.
-L'interpretazione razionale viene vissuta come un attacco del persecutore (o di un suo agente), provocando l'immediata chiusura o il ricovero nella "fortezza ideologica".
5) Tolleranza e Accettazione verso Discorsi Impliciti e Simbolici (Il Mythos e la Narrazione Transizionale)
Qui si innesta la funzione del Quid / Narrazione Transizionale:
-L'aggancio non minaccioso: I simboli, i miti, la parabola o il cinema dell'assurdo (come Buñuel:) non impongono una verità né smontano con la forza la difesa del soggetto. Non dicono "La tua mappa è un delirio", ma mettono in scena la frattura della realtà in modo estetico, ironico o allegorico.
-L'area d'illusione condivisa: Come l'oggetto di Winnicott, la narrazione transizionale crea uno spazio intermedio ‘sospeso’ tra finzione e realtà. Permette al soggetto di farsi un'esperienza dell'incertezza e del caos (l'assurdo di Buñuel:, la sospensione del senso nei mythoi) senza che il suo Io debba ammettere la sconfitta o subire una svalutazione narcisistica. Ricordo che la parola greca mythos non significa “mito” ma “racconto”. Platone usava mythoi per esporre teorie non razionalmente comprovabili, e che quindi non voleva presentare come suo insegnamento - come per es. il mythos di Er (la reincarnazione).
-L'integrazione indiretta: Sotto forma di metafora, la mente può metabolizzare l'idea che la realtà sia irriducibilmente opaca e densa di incognite. Il simbolo diventa così il veicolo che traghetta la psiche dalla rigidità difensiva all'accettazione attiva del limite e dell'incertezza.
6) La Narrazione Transizionale, così come l'Oggetto Transizionale, funziona e 'abilita', sblocca, perché è qualcosa di intermedio di tra esterno (incontrollabile) e interno (soggettivo), ed è qualcosa su cui la persona può lavorare (ad es. in modi rituali), esprimendosi, tirando fuori, e sperabilmente adattando e deconflittualizzando proprie istanze/imagines. Con ciò appare il vero propulsore dinamico della narrazione transizionale: la sua natura di spazio d'azione attivo, ritualizzabile e trasformativo.
Se l'oggetto transizionale di Winnicott non fosse "manipolabile" dal bambino (spazzato, coccolato, morso, consumato, portato ovunque), non servirebbe a integrare il principio di realtà. Per la narrazione transizionale vale la medesima legge psicodinamica: non può rimanere un'architettura concettuale passiva o un testo astratto, ma deve configurarsi come un dispositivo plastico d'interfaccia su cui il soggetto possa esercitare un'operatività simbolica. La narrazione transizionale si colloca precisamente come membrana tra il mondo esterno (il caos sociopolitico, l'opacità delle istituzioni, l'angoscia del non-sapere) e il mondo interno (fantasmi persecutori, imagines parentali o minacciose, bisogni di purificazione e controllo). Se è troppo "esterna" e oggettiva (come il discorso scientifico-razionale o la norma burocratica), viene rigettata perché percepita come estranea o ostile. Se è troppo "interna" (come il delirio o la somatizzazione pura), consuma e distrugge l'organismo. La narrazione transizionale, come il mythos platonico, crea un perimetro in cui non si chiede al soggetto di stabilire se il simbolo sia "vero" o "falso" in senso positivista, affrancando la mente dalla morsa del principio di realtà immediato. La possibilità di "lavorarci sopra" — spesso attraverso la forma del rituale — è il meccanismo che sblocca l'impasse. Tirando le somme, abbiamo due notevoli guadagni:
-La sostituzione del rito patologico con il rito simbolico: nel caso del biossido di cloro o delle pratiche estreme di purificazione, il soggetto sta già eseguendo un rito (il clistere, la misurazione delle dosi, l'evacuazione). È un rito somatico distruttivo con cui tenta di espellere un'intollerabile imago interna. La narrazione transizionale offre un canale di deviazione rituale: il lavoro si sposta dal corpo biologico al corpo simbolico (la scrittura, l'esegesi di un mito, la produzione allegorica, la partecipazione a una drammaturgia).
-L’esteriorizzazione ed "espressività plastificata": lavorando sul materiale narrativo o mitico, il soggetto "sposta" all'esterno le proprie imagines terrorizzanti (il nemico, il parassita, il persecutore). Non le subisce più come un'invasione somatica o una persecuzione esterna, ma le proietta su personaggi, metafore, forme artistiche o concettuali che può modificare, manipolare ed elaborare.
La Deconflittualizzazione e l'Adattamento delle Istanze Psichiche
Il risultato di questa manipolazione simbolica è la gradata deconflittualizzazione delle istanze interne che consente l’adattamento alla realtà frustrante:
a)Padroneggiamento per via ludica: Come il bambino che nel gioco riproduce l'andata e il ritorno della madre per dominarne l'angoscia di separazione, così l'adulto — operando entro e con la narrazione transizionale — fa fare esperienza all'Io del crollo delle certezze o della presenza dell'ignoto, ma all'interno di un contesto "protetto" e controllabile.
b)Integrazione dell'Incertezza: L'ignoto e il caos non sono più la minaccia che distrugge la mappa, ma diventano la materia prima della narrazione stessa. Attraverso l'elaborazione simbolica, il soggetto smette di combattere contro l'ambiente e comincia a giocare con l'incertezza, trasformando lo stato di allarme permanente in una forma di adattamento flessibile, tragico e ironico al tempo stesso.
L'apice di questo processo di auto-abilitazione si raggiunge allorché l'assurdità del mondo viene non solo accettata ma anche usata, come senso dell'assurdo, per aiutarsi a sopportare le ingiustizie e le frustrazioni del mondo stesso. Siamo al vertice dell'integrazione psicodinamica e filosofica: la transizione dalla sottomissione traumatica all'assurdo al suo uso attivo come dispositivo di resistenza e di economia psichica. Nel momento in cui l'assurdità del mondo cessa di essere una minaccia che scompagina la mappa mentale e viene introiettata, si verifica un'inversione di polarità: il senso dell'assurdo passa da causa dell'angoscia a strumento di immunità psicologica. Fintanto che il soggetto richiede (perché ne necessità per la propria coesione mentale) alla realtà di corrispondere a un ordine logico o morale perfetto, ogni ingiustizia, frustrazione o arbitrio subito viene vissuto come una ferita narcisistica o una persecuzione diretta. Ci si chiede disperatamente: "Perché a me? Qual è il senso?". Per contro, allorché interviene il senso dell'assurdo e decade la pretesa di razionalità del mondo, l'ingiustizia e l'arbitrio non vengono più interpretati come il trionfo di una volontà malvagia suprema (che alimento il delirio persecutorio), ma come la fisiologica, inevitabile manifestazione del caos e dell'irrazionalità delle cose. Al contempo, il potere prevaricatore-èersecutore o l'evento avverso perdono la loro maestà spaventosa. Diventano macchiette, ingranaggi inceppati di un teatrino grottesco.
In questa fase, il senso dell'assurdo si struttura sotto forma di umorismo tragico e ironia distaccata. Freud, nel suo saggio sull'Umorismo (1927), ne coglieva la natura profondamente liberatoria e difensiva. L'umorismo -diceva- non è rassegnato, bensì è sfidante. Segna non solo il trionfo dell'Io, ma anche quello del principio di piacere, che qui sa affermarsi contro le infauste circostanze reali. L'uso dell'assurdo permette all'Io di guardare alle miserie e alle ingiustizie del mondo dall'alto di una distanza prospettica: "Il mondo è una farsa sregolata, e io non permetterò a una farsa di distruggere la mia integrità interna".
Da Sisifo a Buñuel: L'Accettazione Eroica e Giocosa
Eccoci al punto d'incontro tra la traiettoria clinica e il pensiero filosofico ed estetico. Albert Camus (Il mito di Sisifo) afferma: "Bisogna immaginare Sisifo felice". La condanna a spingere l'enorme macigno sulla cima del monte, sapendo che rotolerà immancabilmente giù, è la metafora perfetta della frustrazione e dell'assurdo. Sisifo vince la sua condanna nel momento in cui prende atto dell'assurdo e lo abbraccia: il macigno diventa la sua cosa, e la sua consapevolezza sovrasta il destino che gli è stato imposto. Il Surrealismo e la Satira Grottesca (Buñuel, Kafka, Svevo) addestra a ridere della regola burocratica spietata, dell'ostacolo insensato o del dogma accademico, perché il deriderli significa privare l'ingiustizia della sua gravità. L'assurdo diventa una lente di ingrandimento che deforma il gigante persecutore facendolo apparire ridicolo.
L'uso dell'assurdo come scudo e strumento trasforma la passività della sofferenza nell'unica vera forma di libertà possibile di fronte all'imprevedibile: la libertà di sguardo. Non si può impedire al mondo di essere ingiusto o caotico, ma si può privare quel caos del potere di fare impazzire l'Io.
Qui stiamo sintetizzando il vaccino contro la depressione. Dal "credo quia absurdum est" di Tertulliano al "probo quai absurdum est". Questa formulazione sintetizza la virata epocale del rapporto tra la psiche e il nonsense dell'esistenza. Se Tertulliano invocava il Credo quia absurdum ("Credo proprio perché è assurdo" – sl., che una vergine abbia partorito) come un atto di sottomissione fideistica, sospendendo la ragione per piegarsi al Mistero dogmatico, la nostra parafrasi “Probo quia absurdum ("Approvo / gradisco proprio perché è assurdo") compie un salto di livello: non è più sottomissione, ma padroneggiamento ludico e sovrano. In questo passaggio si compie, o spero si compia, la sintesi del "vaccino" contro la depressione e la disgregazione psicotica.mCome ogni vaccino efficace, il meccanismo non agisce sterilizzando l'ambiente o eliminando il patogeno (il caos del mondo non può essere eliminato), ma inoculando una dose controllata e disattivata del patogeno stesso per addestrare il sistema immunitario della mente: Attraverso il mito, il simbolo, l'umorismo grottesco, l'arte surrealista o la narrazione transizionale, la psiche entra in contatto con l'assurdo in una forma "addomesticata" e contenuta, priva della carica di minaccia reale. Quando l'imprevisto, l'ingiustizia, la malattia o l'illogicità delle istituzioni irrompono nella vita quotidiana, la mente non va più in shock da anafilassi cognitiva (allarme, paranoia, ipocondria). Il sistema immunitario psichico riconosce la struttura del patogeno: "Ah, sei l'Assurdo. Ti conosco già, ho giocato con te, rimani pure."
Ecco risultare due tipi antropologici:
a)Il malato di certezze (che si duole: Excrucior quia absurdum): pretende un mondo totalmente logico e ordinato. Di fronte al caos, si spezza. Sprofonda nella persecuzione o si arrende nell'inedia depressiva.
b)Il vaccinato (che afferma: Probo quia absurdum): ha metabolizzato che l'assurdo è il substrato irriducibile della realtà. Invece di pretenderne la bonifica o subirlo tragicamente, ne fa il proprio attrezzo da lavoro.
Il Probo del vaccinato non è cinismo o passività rassegnata; è l'essenza stessa dell'adattamento flessibile. Riconoscere l'assurdo del mondo permette di smettere di consumare l'energia vitale in guerre donchisciottesche contro i mulini a vento della realtà imprevedibile. L’Io faber può finalmente comprendere e abitare la realtà per quella che è.
Questo mondo sarebbe insopportabile se non fosse assurdo
È il ribaltamento logico definitivo: la cognizione dell’assurdità passa da condanna a condizione di tollerabilità del reale. Se il mondo fosse perfettamente razionale, ogni ingiustizia, ogni sofferenza, ogni deformità etica o biologica non sarebbe una svista casuale del caos, ma il risultato necessario, deliberato e meritato di un ingranaggio spietato. Un mondo totalmente razionale e ingiusto sarebbe un inferno perfetto, privo di qualsiasi scappatoia epistemica o morale: ci costringerebbe ad ammettere che la sofferenza ha una giustificazione stringente e che noi siamo logicamente destinati ad essa.
È proprio la presenza della crepa dell'assurdo che ci salva dal peso di quella necessità. L'assurdo restituisce l'innocenza: e garantisce la libertà, che non esisterebbe In un cosmo integralmente determinato e coerente.
Il rapporto tra l'intimità affettiva e l'assurdità del mondo
Nello sviluppo di questo tema, la relazione tra la sfera dell'intimità affettiva e la fondamentale irrazionalità dell'esistenza rivela come l'incontro con l'Altro non sia un'evasione dal caos, ma il suo unico contrappeso architettonico. L’intimità funge da microsfera protetta come sospensione dell'allarme e nicchia di leggibilità. In un mondo esterno che richiede continua vigilanza e difese suppletive di fronte al non-senso, l'intimità affettiva rappresenta l'unico spazio in cui l'Io può deporre l'armatura e sospendere lo stato d'allarme permanente. L'intimità matura non si fonda sull'illusione infantile che l'Altro possa annullare l'assurdità del reale o fornire una spiegazione dogmatica al caos. Si fonda, al contrario, sulla co-presenza vigile dentro l'incertezza. L'assurdità del mondo, se affrontata in solitudine, genera angoscia di destrutturazione o ripiegamento difensivo; se condivisa, si trasforma in materiale di complicità. O forse è l’opposto: solo la solitudine e il disinvestimento da ogni oggetto, compreso il partner, compreso il Me, è condizione abbastanza forte da potersi misurare con l’assurdità del mondo, ed è per questo che i grandi asceti sono solitamente, magari solo per periodi, eremiti.
L'intimità affettiva porta con sé un paradosso intrinseco: è l'ostacolo più forte contro il terrore dell'assurdo, ma è anche il punto di massima esposizione all'assurdo stesso. Il matrimonio, come diceva G.B. Shaw, è un malinteso fra estranei, quindi è un’assurdità. Investire affettivamente su un altro essere umano all'interno di un universo caotico significa accettare che l'oggetto del proprio amore sia sottomesso alle medesime leggi di caducità e arbitrarietà (malattia, perdita, separazione).
Il senso fai-da-te
Se il mondo non possiede un senso dato a priori, l'esperienza dell'intimità affettiva dimostra che il senso può essere generato localmente, così come quella ascetica del disinvestimento programmatico. L'assenza di un disegno cosmico o morale superiore viene compensata dalla pienezza del significato interpersonale oppure dalla maggior pienezza del disinvestimento sistematico dell’anacoreta.
