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Tre proposte per l’Italia

di Salvo Ardizzone - 11/09/2026

Tre proposte per l’Italia

Fonte: Italicum

È sotto gli occhi di tutti che gli organismi e le istituzioni internazionali che innervavano il mondo già controllato dagli USA sono in via di rapido tracollo. Per mutata strategia di Washington, certo, ma primariamente per sopraggiunti limiti di una superpotenza che non rinuncia a vedersi egemone globale malgrado non ne abbia più le risorse. Di qui i sussulti, spesso sanguinosi, di una transizione egemonica che non vedrà affermarsi un nuovo egemone globale; l’idea d’ambire a reggere l’intero mondo, ai tempi nostri, è un’illusione tutta americana, figlia della bufala della cosiddetta fine della Storia e del destino manifesto a governare il globo, nei fatti, patologiche illusioni staccate dalla realtà.

Ciò che verrà, anzi, sta già emergendo, è un mondo policentrico in cui si affermano stati-civiltà, capaci d’influenzare e modellare grandi aree, assai più vaste dei propri confini, in funzione di standard dettati dal riemergere delle culture, al plurale, dopo il tentativo d’imporre su scala planetaria la cultura unica di stampo americano; è il riemergere delle differenze dopo l’ondata di tentata omologazione a fattore unico. Per conseguenza, i poli che si stanno delineando restano ben distinti gli uni dagli altri e non sovrapponibili a causa della loro radicale diversità.

In questo contesto, in cui tutto muta e rimanere immobili e vietato, pena farsi preda di chi sa interpretare il cambiamento come opportunità di realizzare i propri interessi, quali linee guida dovrebbero seguire i paesi dello spazio europeo cui si offre – diremmo finalmente – la possibilità d’affrancarsi dalla sudditanza d’oltre Atlantico?

Stante l’urgenza, è sconsigliato attendere fino al districarsi dalle macerie di quanto resta di NATO e UE, al di là di semplicistici discorsi da bar, operazione realisticamente lunga dopo tanti decenni d’appartenenza e interdipendenza. Semmai, è l’inverso. Approfittando degli spazi creati dall’indebolirsi dei poteri reali che a vario titolo dominavano l’area – tutt’altra cosa di quelli formali che persistono ancora – è imperativo cominciare a muoversi nelle dinamiche oggi messe in moto dalla Storia.

Diciamo subito che è impossibile ricetta unica e omogenea per tutti i paesi dello spazio europeo. L’Europa non è un soggetto politico, non lo è mai stata, è espressione geografica che, peraltro, nei secoli ha avuto assai mutevole estensione e, del resto, interessi e spinte dei soggetti politici del Continente sono i più diversi e incompatibili. Attualmente il “drive” - la condizionante spinta principale – è quello nordico, che vede scandinavi, baltici, polacchi, col patrocinio britannico, spingere verso il conflitto con la Russia. Diversa è la postura di taluni soggetti centroeuropei ed opposta dovrebbe essere quella di chi è affacciato sul Mediterraneo, bacino cruciale cui è concessa attenzione del tutto marginale.

Restringiamo allora il focus su interessi, risorse, possibilità e realistiche aspirazioni del Sistema Italia, e guardiamo allo scenario che s’affaccia sul Mediterraneo allargato, dallo sbocco sull’Atlantico, oltre Gibilterra, a quello lungo il Mar Rosso, fino e oltre Bab el-Mandeb, e alle vicende che squassano l’area a rischio di tornare un mare chiuso, ma stavolta orfano della Storia che ha traslocato altrove. È questo il baricentro dell’Italia, lasciando perdere forzati sbilanciamenti nordici o baltici.

In attesa di definire i rapporti con quanto resta di NATO e UE – e della sorte ultima di questi format in via di sfarinamento – per l’Italia sono possibili tre approcci, del resto già largamente praticati nel resto del mondo, Occidente compreso: il “minilateralismo funzionale”, il “partenariato strategico” e la “coesistenza influente”. Dietro a formule che possono apparire astruse vi è puro buonsenso che archivia le gabbie all’interno delle quali gli stati europei si sono adagiati, rinunciando a pensare al mondo che li circonda, a sé e ai loro interessi nazionali, lasciando che a farlo per loro fosse il Grande Fratellastro d’oltre Atlantico nelle sue varie espressioni, liberal o conservatrice poco importa; sempre America è, rapace in ambedue le facce.

Il “minilateralismo funzionale” altro non è che la costruzione di una rete flessibile di cooperazione fra un ristretto numero di stati, tessuta attorno a reciproci interessi concreti invece che basata sull’ipocrisia che copre la convenienza e gli interessi di terzi propri dei format internazionali cui l’Italia partecipa attualmente: NATO e UE. È uno strumento che, nel fallimento dei format tradizionali, i principali attori internazionali impiegano sempre più frequentemente per conseguire i loro scopi.

E il “partenariato strategico” è lo strumento attraverso cui “il minilateralismo funzionale” va costruito, tassello per tassello, dossier per dossier; in dottrina viene definito un libero quadro di cooperazione, strutturato e articolato su più ambiti e obiettivi, con cui due soggetti statali tendono a conseguire reciproci interessi. È assai più flessibile e meno condizionante di un’alleanza, che prevede rigidità e reciproca limitazione d’azione – con la NATO, abbiamo visto quanto pericolose, a non parlare della cessione di sovranità fatta alla UE – e permette di stringere attorno a sé attori non statali per tendere insieme a interessi comuni. 

Naturalmente, precondizione è che l’Italia definisca finalmente i propri interessi nazionali – propri e non dettati da soggetti altri – e dia loro priorità in funzione delle risorse disponibili e dei competitor presenti. Insomma: è necessario un riposizionamento per scegliere dove è possibile e più conveniente agire, perché è irrealistico pensare che si possa proiettare a 360 gradi come Cina o Russia.

Dunque, fare scelte e inserirsi dove la sua presenza può fare realmente la differenza. È il principio della “coesistenza influente”: fare massa con quello che si ha che, contrariamente ai soliti luoghi comuni, in molti teatri può fare assai più di ciò che si pensa comunemente: nel campo di energia, difesa, infrastrutture, a volerlo, il Sistema Italia ha tutto il know-how necessario.

Naturalmente, per farlo è necessario rivedere i posizionamenti ottusamente conflittuali dettati da autolesionistica sudditanza (vedi rapporti con Russia e Cina), e stringere partnership con attori che si sono ormai affermati (vedi la Turchia, da cui l’Italia avrebbe tanto da imparare quanto a tutela dei propri interessi nazionali e capacità di manovra).

È un percorso difficile, a cui le leadership italiane non sono aduse, ma, anche con tutta la prudente gradualità del mondo, è imperativo intraprenderlo pena la condanna a definitivo tramonto. Quantomeno lo sarebbe, se l’Italia volesse ambire a essere un paese normale.

(Già pubblicato dall’autore sul sito del Vaso di Pandora)