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Ritornare a discutere di socialismo

di Gennaro Scala - 14/01/2026

Ritornare a discutere di socialismo

Fonte: Italicum

Ritornare a discutere di socialismo deve essere fatto con lo spirito di un nuovo inizio, spero che possa essere fatto al di là del singolo scritto o anche singolo convegno e in modo protratto nel tempo, penso ad una forma di lavoro collettivo intellettuale organizzato. Parlare di socialismo oggi è una scommessa, ma fino a ieri non sembrava neanche immaginabile, sembrava un’idea ormai sepolta, ma riacquisterà davvero senso, ripeto, soltanto se rinasceranno dei movimenti collettivi.
Man mano si finirà per constatare, dopo la grande illusione individualista degli ultimi decenni, che la via d’uscita individuale non esiste, soltanto riscoprendo i valori dell’amicizia e della solidarietà, ed il senso di appartenenza al proprio gruppo sociale e al proprio stato, si potranno affrontare i problemi sia di ordine pratico che di ordine psicologico, mentre invece l’individualismo dominante mette l’essere umano, quale «essere sociale», in una situazione insostenibile tanto sul piano pratico che psicologico.
«Tutti lottano per mantenere la propria individualità il più possibile separata e desiderano assicurare la massima pienezza alla propria vita; tutti i loro sforzi invece non riescono a raggiungere la pienezza di vita ma l’autodistruzione, perché invece di giungere alla realizzazione di sé stessi, finiscono con l’arrivare alla solitudine più completa. Dappertutto, ai nostri giorni, gli uomini hanno cessato, a ludibrio di se stessi, di comprendere che la vera sicurezza si trova nella solidarietà sociale piuttosto che nello sforzo individuale isolato”». (F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov).
La Tecnica non potrà lenire l'angoscia della morte, ma nemmeno la sola filosofia se non conduce alla solidarietà sociale. Soltanto nel riconoscimento del comune destino e nella continuità sociale dopo la morte individuale possiamo vincere questa angoscia. È il messaggio della Ginestra di Leopardi, il quale era consapevole che la Natura non può essere vinta. E la solidarietà non può essere immediatamente verso l'umanità diventando in tal modo schermo dell'individualismo, come osservava ancora Leopardi, ma all'umanità arriva attraverso il prossimo concreto, quindi passa per il ripristino della solidarietà sociale, che è il compito principale del socialismo. La difesa dei beni materiali indispensabili alla vita ne sono solo il complemento.
Quanto fatto nel presente lavoro è solo una minima parte del lavoro intellettuale da fare relativo al bilancio storico del precedente movimento socialista europeo, che non è affatto fallimentare, tuttavia esso è incorso in una serie di errori politici e teorici che hanno causato la chiusura di un ciclo di lotte. Inoltre, il socialismo, nella versione del comunismo ha sfruttato delle motivazioni religiose di derivazione ebraico cristiana (il comunismo voleva essere il paradiso in terra, l’analisi migliore a mio parere è quella di Karl Löwith, tra i tanti che hanno sottolineato questo rapporto con l’eredità religiosa) che se all’inizio hanno spinto all’azione successivamente hanno provocato la disillusione. Se oggi non si «crede» nella lotta politica è anche perché in passato si è creduto in modo sbagliato in essa.
Socialismo sono tutte quelle misure atte a garantire una vita dignitosa, un ruolo sociale, la sanità, l’istruzione, gli strumenti per il tempo libero alle classi popolari. Un tale approccio non è a priori rivoluzionario, ma non esclude una tale prassi qualora le classi dominanti di una determinata nazione fossero irrimediabilmente ostili nei confronti delle classi inferiori. In ogni caso, come abbiamo visto, le trasformazioni più o meno radicali di un sistema sociale non derivano dal solo conflitto interno, ma sono sovradeterminate dal conflitto tra sistemi sociali.
Conserviamo il nome socialismo innanzitutto per indicare una parentela con il vecchio movimento operaio, ma vi è allo stesso tempo una soluzione di continuità in quanto le organizzazioni sorte dal vecchio movimento operaio sono tutte in stato di avanzata decadenza e non è possibile collegarsi a nessuna di esse. Il nome socialismo indica la volontà di mantenere un rapporto di filiazione con il vecchio movimento, ma il suo nuovo contenuto è tutto da ricostruire.
Tanto sono convinto di conservare il nome socialismo, tanto sono restio a conservare il nome di sinistra. I nomi sono convenzioni, quindi non hanno valore in sé ma per ciò che ulteriori specificazioni comporta sempre il rischio del «gioco di specchi», poiché esiste una sinistra in quanto esiste una destra, ci si definisce di sinistra in quanto non si è di destra, e viceversa. Al contrario definirsi socialisti e porsi nel solco della storia del movimento operaio definisce con chiarezza la propria posizione politica.
Il socialismo non è un progetto di ingegneria sociale che gli «uomini di buona volontà» devono realizzare, ma dipende dalla capacità di inserirsi nei processi storici e indirizzarli verso determinate direzioni. Evitando però la pretesa di voler governare la storia o prevederne le «leggi», obiettivo al di fuori della capacità tanto dei singoli quanto dei gruppi organizzati, seppur in posizione dominante. Le dinamiche sociali essendo il frutto dell’interazione fra gli esseri umani, che si colloca su una scala che va dai due estremi della cooperazione e del conflitto, non possono essere mai ridotte alla volontà singola, o anche del singolo gruppo. 
Inserirsi nella dinamica storica, cercare di individuare i fattori che determinano la trasformazione sociale in questo sicuramente da seguire il metodo marxiano, tuttavia la teoria marxiana della trasformazione sociale si è dimostrata insufficiente, si sono dimostrati errati sia la sola lotta di classe come solo «motore della storia», sia il concetto secondo cui lo sviluppo della produzione entrerebbe in contraddizione con determinati rapporti produttivi per cui diventa necessario ad un certo punto far saltare l’involucro capitalista per realizzare un’ulteriore sviluppo della produzione, come è esposto in Perla critica dell’economia politica (1859). Inoltre, lo Stato e il sistema politico non possono essere visti come meri epifenomeni dei rapporti di produzione, in quanto lo Stato è essenziale per organizzare e dare forma a tali rapporti di produzione. Ma il fatto più importante è che Marx aveva voluto inserire il movimento socialista all'interno dell'espansionismo globale europeo a guida inglese, di cui doveva essere una sorta di compimento, invece dopo un secolo e mezzo di storia abbiamo visto che l'identità culturale è stato un fondamentale fattore storico, la Russia, la Cina, l'India sono eredi di grandi civiltà storiche.
L’imperialismo capitalistico è un novum, ha avuto una dinamica diversa da quelli dei principali imperi storici, è stato a-territoriale, tendenzialmente senza limiti, e l’obiettivo è stato principalmente quello di sfruttare i territori assoggettati senza includerli, seppure in forma subordinata, all’interno di un’entità statuale unica. Ciò è il globalismo. Tuttavia l’epoca del globalismo oggi è terminata. Come scriveva Marx la storia procede dal «lato cattivo», l’espansionismo globale europeo ha stravolto il mondo, è stato il motore di una delle più imponenti trasformazioni subite dall’umanità nella sua storia.
L'espansionismo europeo è stato condizione e causa dello sviluppo tecnico, seppur non è stata solo opera dell’Europa o dell’Occidente, per restare solo all’aspetto tecnico e per dirne solo due, carta e polvere da sparo, indispensabili per il balzo in avanti dell'amministrazione e per l'esercito moderno, non sono state inventate in Europa. In ogni caso, se l’Europa e poi l’Occidente hanno fatto da traino, le altre civiltà terrestri, hanno oggi sostanzialmente raggiunto l’Occidente. Io credo che il movimento storico del futuro sarà quindi in direzione opposta alla globalizzazione, e il socialismo del futuro andrà pensato in termini opposti rispetto a Marx che lo pensava come un compimento della globalizzazione. Per questo affermavo nel capitolo riguardante il rapporto tra Marx e il globalismo, l’obiettivo del comunismo va decisamente abbandonato, quale utopia globalista nata in determinate condizioni storiche, conservando invece l'obiettivo del socialismo.
Se ci sarà un ordine futuro sarà un ordine multipolare, con la Terra divisa in grandi zone occupate delle civiltà eredi delle grandi civiltà storiche. I rapporti tra queste civiltà si regoleranno nel solito modo, attraverso il conflitto, oggi diventato multiforme (economico, tecnologico, culturale), se il conflitto continuerà come sempre nella storia degli uomini, esso non dovrà mai diventare scontro di civiltà (clash of
civilization). Evitare lo scontro di civiltà sarà l’unico grande compito universale a cui chiamare tutti gli esseri umani, chi agirà contro questo valore universale sarà effettivamente un nemico dell’umanità, per il resto continueranno la competizione per le aree di influenza, la competizione di carattere tecnico, per la diffusione della propria cultura, ecc. 
Il socialismo di domani dovrà essere ri-territorializzante rispetto al globalismo, dovrà mirare alla riscoperta delle proprie radici culturali, a radicare di nuovo il singolo all’interno della propria classe di appartenenza, del proprio Stato e della propria civiltà di appartenenza. Non significherà chiusura verso le altre culture, ma se vogliamo che ci sia effettivo scambio culturale bisogna che le identità culturali ri-vivano, altrimenti non vi sarà nulla da scambiare.
Per questo saranno indispensabili organizzazioni che includono il singolo nella propria classe sociale e attraverso questa al proprio Stato. Una società coesa, priva di strati esclusi dal sistema sociale sarà fattore di forza. Gli stati che non sapranno effettuare misure in tal senso subiranno la disgregazione, e quindi l’assoggettamento e anche inclusione all’interno di altri stati. L’Unione Europea è oggi un tale fattore di disgregazione, poiché l’egemonia tedesca comporta la devastazione economica e sociale degli altri stati europei, ed è da combattere in nome di un’alleanza tra nazioni sovrane.
Una rinascita della cultura europea dovrebbe superare l'opposizione materialismo/idealismo, il vicolo cieco in cui si è incartato il pensiero filosofico europeo. Non possiamo ricostruire, se non in modo estremamente schematico, perché al «platonismo per le masse», qual è stato secondo Nietzsche il cristianesimo, si è opposto il materialismo della Rivoluzione francese, quale tappa fondamentale della società moderna, a cui si oppose un idealismo espressione della nascente potenza tedesca in opposizione a quella francese, dall'idealismo tedesco e in opposizione ad esso nacque il «materialismo dialettico» senza mai uscire dal cerchio di un'opposizione che riproduceva l'antica opposizione tra Platone e gli atomisti, a cui Aristotele con la sua ontologia aveva dato una soddisfacente soluzione, ma l'ontologia divenne la «scienza dimenticata» (Enrico Berti) con il prevalere del platonismo nel cristianesimo. Secondo Costanzo Preve:
«Il fatto che il sapere quotidiano ponga materialismo ed idealismo ai due estremi di un campo non solo teorico ma anche emozionale e passionale, non sarà forse il sintomo ancora poco elaborato (ma elaborabile, se lo vogliamo) di un dato, per cui la loro esistenza è solo possibile all’interno di una unità dialettica ontologicamente omogenea? Detto in modo più semplice, non esiste materialismo senza idealismo, e viceversa, per cui pensare alla «vittoria» di un termine sull’altro è pura illusione ideologica identitaria priva di qualsiasi base filosofica seria. Ripetuto in modo più filosofico, diremo che l’idealismo è semplicemente l’elaborazione dialettica delle contraddizioni del materialismo, ed inversamente il materialismo è solo l’elaborazione dialettica delle contraddizioni dell’idealismo. Da questo personalmente ricavo due conseguenze metodologiche di grande importanza.
In primo luogo, il fatto che bisogna riscrivere integralmente la storia del marxismo, senza fidarsi di nulla di quello che è stato scritto fino ad oggi, anche se è ovviamente bene non assumere atteggiamenti distruttori verso una tradizione ricchissima durata un secolo e mezzo. E bisogna riscriverla integralmente perché essa è stata costruita sul fondamento della lotta e dell’auspicata vittoria finale del materialismo sull’idealismo, o se si vuole della tradizione materialistica su quella idealistica. Da Engels (morto nel 1895) ad Althusser  (morto nel 1990) la continuità di questa teodicea materialistica è impressionante. Ma se ci mettiamo da un punto di vista diverso, in cui materialismo e idealismo sono momenti correlati di una unica ontologia, scopriamo non solo che Marx è stato il terzo grande «idealista» dopo Fichte ed Hegel, ma anche che il suo indiscutibile «materialismo» è stato di fatto solo una metafora di due altre posizioni filosofiche, il suo ateismo ed il suo strutturalismo». (Costanzo Preve, Storia del materialismo, Petite Plaisance, 2007, p. 31).
Come spesso capita quando ci si oppone ad una tesi radicata, Preve sostenne la tesi opposta del Marx idealista, ma lo stesso Marx nei suoi momenti filosoficamente più significativi si collocò in un’ontologia che non è né materialista né idealista, secondo la formula previana. Il famoso passo del Capitale dove l’attività propria dell’essere umano è caratterizzata dalla presenza dell’elemento «ideale» assente negli animali è uno dei migliori esempi.
L’unico studioso (e andrebbe decisamente ristudiato) che ha iniziato a fondare un’ontologia che fosse oltre materialismo e idealismo è stato Nicolai Hartmann con la sua teoria degli strati dell'essere, mentre Lukács, che pur da questi mutuò molti concetti, diede alla sua Ontologia dell’essere sociale una distorsione materialistica. Invece Heidegger se pur ha formulato la «domanda ontologica» non ha elaborato nessuna ontologia, come osserva giustamente Hartmann. Piuttosto il suo contributo durevole alla storia del pensiero è nell’aver posto la questione del nichilismo della Tecnica, ripresa da Nietzsche, la cui «volontà di potenza» ne considerò la massima espressione.
«Per che cosa si lotti è, pensato e auspicato come fine con un contenuto particolare, sempre di importanza
secondaria. Tutti i fini della lotta e le grida di battaglia sono sempre e solo strumenti di lotta. Per che cosa si lotti è già deciso in anticipo: è la potenza stessa che non ha bisogno di fini. Essa è senza-fini, così come l’insieme dell’ente privo-di-valore. Questa mancanza-di-fini fa parte dell’essenza metafisica della potenza. 
Se mai qui si può parlare di un fine, questo fine è la mancanza di fini dell’incondizionato dominio dell’uomo sulla terra. L’uomo di questo dominio è il super-uomo (Uber-Mensch)». (Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 1994, pp. 638-9).
Il socialismo marxista si collocò nella traiettoria del Progresso, il comunismo avrebbe dovuto superare i limiti «borghesi» allo «sviluppo delle forze produttive», tuttavia vi fu in esso una controtendenza che deriva dall'antico materialismo che conservò, in opposizione all'idealismo, il senso della preminenza della Natura-Physis, anche se il materialismo fu per altri versi promotore dell'atteggiamento «scientifico» verso il mondo con cui l'essere umano si illude di porsi al di sopra della Natura. Riporto un significativo brano dalla Dialettica della Natura di Engels
«La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze. .... Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato». (Marx, Engels, Opere complete, XXV, 1974, p. 467).
La questione resta immutata per noi contemporanei, la volontà di incondizionato dominio dell’uomo sulla natura ha una lunga storia, ha prodotto danni enormi, e non sarà facile rimediarli, tuttavia si comincia ad intravvedere un distaccarsi della Tecnica dalla Potenza, tale stretto rapporto, il motivo per cui la Tecnica sembra destinata ad un dominio incontrastabile, è stato proprio di un periodo in cui l’Occidente ha avuto la supremazia tecnica.
La filosofia di Heidegger pur avendo posto tale questione cruciale è finita nel corto circuito della critica nichilistica del nichilismo, come osserva Severino porre la domanda «perché l’essere e non il nulla?» è già nichilismo perché implica che l’essere possa anche non essere. 
Lo filosofia di Severino, che rappresenta tanto una decisiva critica quanto una continuazione della filosofia di Heidegger, cade a sua volta nel corto circuito della critica idealistica dell’idealismo, da una parte la filosofia platonica viene indicata come origine della deriva occidentale, dall’altra parte l’«inaudita» dottrina dell’eternità degli enti altro non è che la dottrina platonica delle idee, la quale eternizza l’ente sensibile  (Aristotele). Sia quello di Heidegger che quello di Severino sono tentativi di rifondare radicalmente l’idealismo, da cui se ne rivela il radicale fallimento di quell’idealismo che proclamava con Hegel il culminare della storia della filosofia con la Germania, proprio quando iniziava il declino europeo.
Tale rifondazione dell’idealismo prevede il ritorno al suo vero fondatore: non Platone bensì Parmenide che identificò pensiero ed essere. La filosofia dovrebbe mirare invece ad uscire fuori dal «gioco di specchi» tra idealismo e materialismo.
La decadenza è un fenomeno ricorsivo delle società umane, non è la caduta in seguito ad un errore originario. Il parmenideo «sentiero della notte» è proprio quello in cui tutte le vacche sono nere. La storia del pensiero dopo Parmenide, non è stata solo errore e follia. Aristotele non è nichilista perché «non fa uscire le cose dal nulla» ma al contrario indica che idealismo e materialismo (Platone e Democrito) al di là dell'apparente opposizione finiscono per concordare sull’esistenza del nulla, che per Aristotele invece non è ammissibile. E anche successivamente nel mondo moderno, pur essendo attraversato dal nichilismo, vi sono stati autori che sono sostanzialmente anti-nichilisti come Machiavelli, Spinoza, Goethe, quali pensatori che hanno cercato di ripristinare un corretto rapporto con la Natura, e pensatori che hanno tanto aspetti nichilisti quanto anti-nichilisti come Hegel, Marx, Nietzsche.
Senza dubbio le nostre società sono oggi decadenti, e la decadenza, con la sua atmosfera di depressione, porta con sé l’idea schiacciante che la realtà non sia modificabile, che niente e nulla cambia. Il nichilismo prevale. Ma questo è appunto uno stato d’animo collettivo di depressione, la realtà sociale come ogni realtà vivente muta in continuazione, la vita rinasce continuamente e lo stesso avviene per la vita sociale. L’atmosfera di decadenza fa apparire che sia la «fine di tutto», ma è in realtà la fine di un mondo, la premesse per il mondo successivo sono già presenti in quello presente, nulla nasce dal nulla.
Un nuovo socialismo dovrebbe porsi tanto al di fuori dell’idea del Progresso, tanto dell'idea di Decadenza, che non è altro che un Progresso con la freccia del tempo invertita. Bisognerebbe recuperare il senso della ciclicità all'interno della progressiva accumulazione di conoscenza e crescita delle complessità delle società umane, la quale non porta però dal peggio verso il meglio. Non cessa mai lo sforzo umano per adeguare l'evoluzione dei sistemi sociali, la quale segue delle dinamiche proprie, indifferenti tanto al «benessere» quanto al «malessere» individuale. Oggi, a ragion veduta, dopo le illusioni relative al grande balzo tecnologico della «prima rivoluzione industriale» non è più possibile credere nel Progresso, sul piano tecnico il Progresso aumenta le capacità produttive insieme a quelle distruttive, sul piano sociale, se è vero che le società umane crescono nel tempo in complessità e organizzazione, questa complessità è alimentata da una dinamica sua propria interna indifferente al benessere umano, può creare tanto benessere che malessere, è sempre l’attività consapevole che indirizza le strutture sociali in una direzione o nell’altra.
Infine, il socialismo non è uno stadio da raggiungere in una progressione da uno stadio ad un altro verso non si sa cosa, ma è uno stato delle forze in campo che crea condizioni sociali a favore delle classi popolari. Una condizione che può sempre degenerare, se non vi sono sufficienti forze sociali che lottano per mantenere e migliorare una determinata condizione.
In conclusione, un nuovo socialismo è pensabile, e quindi possibile, e ci sarebbe una mole enorme di lavoro collettivo da fare, tanto sul piano pratico che intellettuale. Spero che altri di fronte all’evidenza dello stato di decomposizione di quanto resta del passato movimento socialista, si convinceranno che è necessario intraprendere nuove strade. Abbandonare le vecchie organizzazioni ormai reazionarie, anche quelle che soggettivamente si ritengono ultra-rivoluzionarie, è diventato un fatto di pura sopravvivenza per chi è ancora cerebralmente vivo. Fondamentale è ripensare la teoria, come diceva Lenin «senza teoria nessuna rivoluzione» e si spera che in merito si possa intraprendere un lavoro intellettuale collettivo e organizzato, ma come antidoto alla «boria degli intellettuali» bisogna ricordare che senza le persone in carne e ossa, «le masse» che si organizzano e lottano, le idee rimangono sulla carta, come ben sapeva Marx che resta pur sempre un maestro pur appartenendo ad un’epoca diversa dalla nostra, con le cui illusioni noi oggi dobbiamo fare i conti, senza cadere nell'errore opposto della disillusione.