Sconcertante
di Sergio Caruso - 03/09/2026

Fonte: Sergio Caruso
Diciamolo pure: quanto è accaduto a Giulia Presutti è indecente. Una giornalista che lavora a Report dal 2018, prima classificata nella selezione Rai, è stata di fatto costretta a rinunciare alla conduzione dopo essere stata delegittimata pubblicamente da Sigfrido Ranucci e sottoposta all’aut aut della redazione.
Come ho già scritto, Ranucci aveva ogni diritto di contestare la decisione della Rai, di chiederne le motivazioni e di difendersi nelle sedi opportune. Non aveva alcun diritto di umiliare chi avrebbe dovuto sostituirlo, accusando la Presutti di opportunismo, furbizia e ingratitudine e ricordandole pubblicamente di averla accolta perché attraversava un momento difficile e aveva bisogno di sentirsi protetta. Parole paternalistiche e intimidatorie, indegne proprio di chi pretende di impartire lezioni quotidiane di correttezza, rispetto e libertà.
Ancora più sconcertante è il comportamento di quanti considerano Ranucci un intoccabile. Per costoro, se la Rai sostituisce il conduttore si tratta di censura; se Ranucci e la sua redazione impongono la rinuncia dei successori, sarebbe invece difesa dell’autonomia giornalistica. Una logica grottesca: l’azienda pubblica non potrebbe scegliere chi conduce un suo programma, mentre un conduttore dovrebbe poter conservare il posto, approvare il proprio successore e mettere alla gogna chiunque accetti l’incarico.
Si può stimare Ranucci, e io non sono tra quelli che lo stimano e che apprezzano il suo modo di fare giornalismo d’inchiesta, riconoscerne il lavoro e a me non è mai piaciuto, e persino giudicare sbagliata o mal gestita la decisione della Rai che io invece giudico, stavolta, giusta. Ma un “grande” giornalista non diventa proprietario della trasmissione che conduce. Non trasforma una legittima vertenza professionale in una resa dei conti personale e non usa la propria notorietà per schiacciare una collega meno potente e con meno sostenitori.
Il passo indietro di Presutti è stato dignitoso. Non va però romanticizzato come un semplice “gesto d’amore”. È la resa di una professionista lasciata sola, delegittimata dal suo ex direttore e respinta da una redazione pronta a fermare il programma pur di impedirle di condurlo.
Questa non è stata una vittoria della libertà di stampa. È stata la vittoria del corporativismo, del culto della personalità e dell’idea che certi personaggi, dopo avere occupato a lungo una poltrona, possano rivendicarla come proprietà privata.
Report appartiene al servizio pubblico e ai telespettatori. Non a Ranucci, non alla sua corte e neppure a chi ha deciso di trasformare un giornalista in un’icona intoccabile. Chi oggi esulta per la rinuncia di Giulia Presutti non ha difeso il giornalismo libero: ha dimostrato quanto possa diventare feroce il potere di chi pretende di rappresentarlo.
