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Il No dell'Islanda alla Ue è una grande lezione per tutti i popoli europei: vincono il popolo, la sovranità e i pescatori

di Luciano Tovaglieri - 02/09/2026

Il No dell'Islanda alla Ue è una grande lezione per tutti i popoli europei: vincono il popolo, la sovranità e i pescatori

Fonte: Come Don Chisciotte

L’Islanda ha scelto di rimanere padrona del proprio destino. Nel referendum del 29 agosto 2026, il 52,8% degli elettori ha respinto la proposta di riprendere i negoziati per l’ingresso nell’Unione Europea, mentre il 47,2% ha votato a favore. L’affluenza, pari all’82,5%, è stata altissima e conferisce al risultato un indiscutibile valore politico e popolare.
È necessario precisare che gli islandesi non erano chiamati a pronunciarsi direttamente sull’adesione all’Unione Europea, ma soltanto sulla riapertura dei negoziati, interrotti da oltre un decennio. In caso di vittoria del “sì”, l’eventuale accordo conclusivo sarebbe stato sottoposto a un secondo referendum. Eppure neppure questa formulazione prudente, presentata dai sostenitori dell’integrazione come un semplice invito a “vedere quali condizioni si sarebbero potute ottenere”, è riuscita a convincere la maggioranza.
Il popolo islandese ha preferito non imboccare neppure quella strada, consapevole che i negoziati di adesione non rappresentano un incontro tra soggetti posti sullo stesso piano, ma un processo nel quale lo Stato candidato deve progressivamente adeguarsi alle norme e alle politiche stabilite da Bruxelles.
L’ingresso nell’Unione Europea avrebbe potuto rappresentare un disastro per l’Islanda, per la sua economia e soprattutto per il diritto degli islandesi a decidere autonomamente come amministrare le proprie risorse.

 Un piccolo popolo su un territorio immenso

 L’Islanda è una nazione straordinaria. Possiede un territorio di circa 103.000 chilometri quadrati, pari a oltre un terzo di quello italiano, ma conta appena 400.000 abitanti. È quindi uno dei Paesi meno densamente popolati d’Europa.
Reykjavík, la capitale, aveva all’inizio del 2025 circa 139.000 residenti: pressappoco gli abitanti di Rimini. L’intera area metropolitana della capitale arriva a circa 245.000 persone e raccoglie quasi due terzi della popolazione islandese.
Questi numeri aiutano a comprendere la particolare natura dell’Islanda: una piccola comunità nazionale, dispersa su un territorio vastissimo, modellata per secoli dal mare, dal clima, dall’isolamento geografico e dalla necessità di amministrare con estrema attenzione le proprie risorse naturali.
La pesca non è per gli islandesi soltanto un settore economico. È parte della loro storia, della loro identità e della stessa sopravvivenza nazionale. Secondo i dati richiamati durante la campagna referendaria, il comparto ittico contribuisce in maniera decisiva all’economia del Paese e genera circa il 40% dei ricavi delle esportazioni.
 

Cedere anche solo una parte del controllo sulle acque territoriali e sulla gestione delle quote di pesca avrebbe quindi significato mettere nelle mani delle istituzioni europee uno dei principali strumenti di indipendenza dell’Islanda.

La rivolta dei pescatori contro Bruxelles

Non sorprende che la maggiore opposizione alla riapertura dei negoziati sia arrivata dalle comunità costiere, dai pescatori, dagli agricoltori e dalle aree rurali.
L’eventuale adesione avrebbe comportato il confronto con la politica comune della pesca dell’Unione Europea, fondata sulla gestione comunitaria delle risorse ittiche e sulla ripartizione delle possibilità di pesca tra gli Stati membri. Gli oppositori temevano che l’Islanda potesse essere costretta ad accettare compromessi sull’accesso alle proprie acque e sulle quote di cattura.
I sostenitori del “sì” rispondevano che Reykjavík avrebbe potuto negoziare deroghe e condizioni particolari.

 Ma perché un popolo dovrebbe consegnare a Bruxelles una competenza che oggi esercita pienamente, confidando poi nella benevolenza dei negoziatori europei per riottenerne almeno una parte?


Gli islandesi conoscono bene il valore delle proprie acque. Tra gli anni Cinquanta e Settanta affrontarono persino il Regno Unito nelle cosiddette “guerre del merluzzo” per estendere e difendere la propria zona di pesca. Sarebbe stato paradossale conquistare quell’indipendenza contro una grande potenza marittima per poi rimetterla in discussione entrando nell’Unione Europea.

Per un pescatore di un piccolo porto islandese, l’autonomia non è una formula astratta. Significa lavoro, reddito, continuità delle comunità locali e possibilità di trasmettere ai propri figli una professione e un patrimonio nazionale.

Reykjavík contro l’Islanda profonda

Il voto ha mostrato una netta frattura territoriale. Reykjavík è stata l’unica zona del Paese nella quale ha prevalso il consenso alla riapertura dei negoziati: il “SI” ha raggiunto il 57,5% nella circoscrizione settentrionale della capitale e il 54,5% in quella meridionale.
In tutte le altre circoscrizioni ha vinto il “NO”. Nelle regioni nordoccidentali ha raggiunto il 62,9%, in quelle nordorientali il 61,2% e nel Sud circa il 60%. Anche la circoscrizione sudoccidentale, comprendente i centri che circondano la capitale, ha respinto la proposta con il 53%.
Il contrasto è evidente.

Nella capitale si concentrano il terziario avanzato, la pubblica amministrazione, la finanza, le università, le attività internazionali e i settori maggiormente collegati alle grandi imprese europee e mondiali. Nelle regioni periferiche, invece, la vita economica e sociale continua a dipendere maggiormente dalla pesca, dall’agricoltura, dall’allevamento e dal rapporto diretto con il territorio.
È una polarizzazione che osserviamo ormai in molte nazioni occidentali. Le capitali e le aree metropolitane, più integrate nei circuiti finanziari, culturali e professionali transnazionali, tendono a guardare con maggiore favore al globalismo, alla progressiva dissoluzione delle frontiere e a una società sempre più sradicata e meticcia. Le comunità rurali, i piccoli centri e le periferie geografiche avvertono invece più chiaramente il valore dell’identità, delle tradizioni, della sovranità e del controllo sulle risorse nazionali.
Naturalmente un referendum sull’Unione Europea non può essere trasformato automaticamente in un voto sull’immigrazione o su ogni aspetto della globalizzazione. Ma la frattura territoriale emersa in Islanda si inserisce indubbiamente in una tendenza molto più vasta: chi vive direttamente del territorio comprende più facilmente che sovranità e identità non sono parole del passato, ma condizioni indispensabili per poter costruire il futuro.

 L’Islanda è già integrata nell’Europa

La propaganda europeista ha cercato di far credere che, rifiutando la riapertura dei negoziati, l’Islanda rischiasse l’isolamento. Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà.
L’Islanda appartiene all’Associazione europea di libero scambio, l’EFTA, e partecipa dal 1994 allo Spazio economico europeo. Ha quindi accesso al mercato unico e beneficia della libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone. Fa inoltre parte dell’area Schengen e intrattiene con l’Unione Europea relazioni economiche e commerciali strettissime. L’UE è già il suo principale partner commerciale.
L’Islanda ha dunque ottenuto quasi tutti i vantaggi pratici della cooperazione europea senza essere uno Stato membro dell’Unione e, soprattutto, senza aver ceduto a Bruxelles il pieno controllo sulla pesca, sull’agricoltura, sulla politica commerciale e su altri settori strategici.
È vero che, attraverso lo Spazio economico europeo, Reykjavík recepisce una parte consistente delle norme europee relative al mercato interno senza partecipare pienamente alla loro formazione. Questo è uno degli argomenti utilizzati dai sostenitori dell’adesione. Ma diventare uno dei membri demograficamente più piccoli dell’Unione non avrebbe certo conferito all’Islanda un peso determinante nelle decisioni di Bruxelles. In compenso avrebbe esteso l’ingerenza europea proprio a quei campi che oggi rimangono maggiormente sotto il controllo nazionale.

Corona islandese, euro e autonomia economica

I sostenitori del “sì” indicavano tra i possibili vantaggi una maggiore stabilità economica, tassi d’interesse più bassi e la prospettiva futura di adottare l’euro. La corona islandese, trattandosi della moneta di un’economia molto piccola, può infatti subire forti oscillazioni e contribuire alle pressioni inflazionistiche.
Ma una moneta nazionale costituisce anche uno strumento di autonomia. Durante la crisi finanziaria del 2008 l’Islanda poté svalutare la corona, imporre controlli sui capitali, ristrutturare il proprio sistema bancario e seguire una strada diversa da quella imposta dall’Unione Europea ai suoi Stati più indebitati.
L’adozione dell’euro avrebbe potuto ridurre il rischio di cambio e facilitare alcune operazioni commerciali, ma avrebbe anche privato l’Islanda della propria politica monetaria. Le decisioni sui tassi d’interesse sarebbero state prese dalla Banca centrale europea sulla base delle esigenze complessive dell’Eurozona, non di quelle specifiche di un’isola di 400.000 abitanti nell’Atlantico settentrionale.

Ancora una volta, dunque, i vantaggi promessi erano parziali e discutibili, mentre la cessione di sovranità sarebbe stata concreta.

 Il fallimento del progetto europeista

Il risultato del referendum è un grave insuccesso politico per il governo e per coloro che volevano riportare l’Islanda sulla strada dell’adesione. Avevano presentato il voto come una scelta prudente, sostenendo che riaprire i negoziati non avrebbe obbligato il Paese a entrare nell’Unione. Avevano evocato l’instabilità internazionale, le tensioni nell’Artico, i vantaggi dell’euro e la protezione che Bruxelles avrebbe potuto offrire.
La maggioranza degli islandesi non si è lasciata convincere. Ha compreso che la cooperazione tra i popoli europei non richiede necessariamente la subordinazione ad un apparato sovranazionale. Si può commerciare, viaggiare, collaborare e affrontare insieme problemi comuni senza consegnare ad autorità lontane il controllo delle proprie acque, della propria economia e del proprio futuro.

Il popolo islandese non ha votato contro l’Europa. Ha votato contro la trasformazione dell’Europa in un sistema centralizzato che riduce progressivamente l’autonomia delle nazioni.

Quella che arriva dall’Atlantico settentrionale è perciò una lezione rivolta a tutti i popoli europei: una nazione può essere piccola per numero di abitanti e nello stesso tempo dimostrarsi grande nella difesa della propria libertà.

 L’Islanda ha scelto di restare islandese. E noi salutiamo con gioia un popolo che ha saputo difendere il proprio mare, il proprio lavoro e il proprio diritto a essere padrone in casa propria.
Viva l’Islanda, viva l’Italia e abbasso il potere massonico, usurocratico, satanico e mondialista dell’Unione Europea!