Stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti
di Massimo Fini - 03/09/2026

Fonte: Massimo Fini
Sull’ Himalaya il distacco di un enorme ghiacciaio ha provocato un’alluvione gigantesca, risultato, provvisorio, più di 900 morti e 4000 dispersi. Agli inizi di agosto un terremoto nella lontana Colombia (lontana rispetto all’Himalaya) ha causato 224 morti. In Algeria numerosi incendi hanno provocato una nube di polvere che, sommata a quella sahariana, ha avvolto l’intero Paese magrebino. A Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Cremona ci sono state grandinate mai registrate, in egual misura, in quell’area. In contemporanea, in apparente contrasto, alla foce del Po le acque sono scese di parecchi centimetri, provocando gravi danni all’agricoltura. Dirà il lettore: disastri e tragedie del genere ci sono sempre stati nella storia dell’uomo. Vero, ma non in tempi così ravvicinati e a partire dalle localizzazioni più diverse. C’è quindi qualcosa che unisce questi fenomeni estremi. Si chiama Co2, cioè anidride carbonica, che, a causa della progressiva industrializzazione del pianeta, immettiamo nell’atmosfera in quantità sempre maggiori. La mia impressione è che la Terra stia cercando di liberarsi di quell’inquietante inquilino che è l’uomo. Siamo diventati troppo ingombranti Ogni uomo, preso singolarmente, non occupa solo lo spazio su cui si trova, ma a causa della Tecnologia è come un enorme ragno che al centro della sua tela lavora incessantemente per allargarla. Insomma è troppo grosso e pesante perché la Terra possa reggerlo. Farà la fine dei dinosauri che non stati spazzati via dalle glaciazioni, come usualmente si dice, ma, presi in gruppo, costituivano un peso che la terra non poteva sostenere.
Mi trovavo, qualche decina di anni fa, in Guinea-Bissau al seguito di un missionario, padre Fumagalli, un bravo saveriano animato dalle migliori intenzioni. Padre Fumagalli si occupava della tribù della zona, i Felupe e si disperava perché i Felupe non volevano adottare la sua falciatrice meccanica che avrebbe fatto in poche ore ciò che una famiglia Felupe fa in una settimana. Ci sono ragioni profonde nel motivo di questo rifiuto. Sono le stesse per cui nel Medioevo i contadini si opposero a lungo alla falce in favore del meno efficiente falcetto. La falce taglia raso terra, il falcetto un po’ più in alto per cui rimangono le stoppie, cioè ‘il cibo dei poveri’, essenziale nei delicati equilibri non solo dell’agricoltura medievale, ma di tutto il mondo medievale. Ma non è di questo che intendiamo occuparci specificamente qui, per un discorso più generale rimando al mio libro “La ragione aveva torto?”, del 1985.
Ritorniamo ai Felupe e a Padre Fumagalli. Poiché Fumagalli continuava a insistere, il capo tribù dei Felupe gli chiarì le ragioni del loro rifiuto. Spiegò: “Per noi la vita procede bene quando le forze della natura rimangono in equilibrio. La tua macchina rompe questo equilibrio”. Noi moderni, dalla Rivoluzione industriale in poi, dall’Illuminismo, abbiamo fatto di tutto per rompere questo equilibrio. In uno dei suoi racconti Dino Buzzati immagina che sia abolita la poesia. Siamo alla metà degli anni Cinquanta, così si esprime Guzzati: “Produrre, costruire, spingere sempre più in su le curve dei diagrammi, potenziare industrie, commerci, sviluppare le indagini scientifiche rivolte all’incremento dell'efficienza nazionale, convogliare sempre maggiori energie nella progressiva espansione dei traffici. Tecnica, calcolo, concretezza merceologica, tonnellate, metri, mercuriali, valori del mercato. La produttività, ecco la sola cosa che veramente conti e davvero non si riesce a concepire come per millenni l’umanità abbia ignorato questa verità fondamentale”.
La Produttività, insieme alla Tecnologia e all’Economia, è uno dei miti fondanti, delle basi direi, del mondo attuale. Siamo arrivati al paradosso: non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. Un paradosso di cui si era reso conto persino Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, 1776) che pur è uno degli anticipatori e dei fautori, concettualmente, del sistema in cui oggi viviamo. Ma poiché tutte le cose, anche ammesso abbiano un fine, hanno necessariamente una fine, questo sistema collasserà su se stesso il giorno in cui non potremo più produrre, nemmeno rapinando all’Africa nera le poche risorse che, dopo decenni di colonizzazioni, le sono rimaste. E non saranno i vari “piani Mattei”, di meloniana memoria, adottati anche da molti stati europei, a ridargliele. Non solo perché sono ulteriori piani di rapina, mascherati come al solito da ipocrite buone intenzioni, ma perché anche ammesso che un’attività del genere abbia un fine, ogni fenomeno, a partire dalla vita concreta dell’uomo, ha una fine, che nel suo caso è la morte. Certamente c’è chi crede esista una “vita oltre la vita”, si tratta di un atto di fede di cui non è il caso ci si occupi qui. Auguri.
Verrà il giorno in cui il sistema collasserà su se stesso perché le crescite esponenziali sui cui si basa esistono in matematica (a un numero puoi sempre aggiungerne un altro), ma non in natura. Insomma, per dirla in soldoni, stiamo tagliando il ramo dell’albero su cui siamo seduti. Potrei ridere a crepapelle se su quel ramo non fossi seduto anch’io.
