Sui social si fa già ironia, sul reclutamento tramite concorso pubblico di ben 294 nuovi funzionari al Ministero dell’Economia e Finanze (Mef) con il compito di realizzare, una buona volta, la mitologica spending review. Prevedendo stipendi fino a 100 mila euro annui, la mossa pare una trovata surrealista: la lotta per il taglio alla spesa fatta aumentando la spesa. In realtà, sotto questo punto di vista è anche peggio: si tratta, infatti, di assunzioni a tempo indeterminato, che vanno cioè a incidere su una voce di costo permanente, in questo caso del personale. Ma al di là del cortocircuito contabile, ci sono due ottime ragioni perché l’ironia si tramuti in sarcasmo.
La prima è il possibile spreco di ulteriore denaro pubblico. Rispetto ai conti pubblici, è da tempo immemore che si parla, per usare un termine horror, di “efficientamento”. La prima Commissione tecnica sulla spesa, denominata CTSP, risale niente meno che al 1981 (non casualmente, l’anno del “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, origine a monte dell’indebitamento incontrollato dello Stato). Composta da esterni, come in seguito esterni saranno tutti gli esperti chiamati all’impresa (almeno fino alla futura task force di cui sopra), si limitava a fornire raccomandazioni non vincolanti, che naturalmente lasciavano il tempo che trovavano.
Fu soppressa nel 2007. Dopodiché, sull’onda dell’indignazione popolare per le mangiatoie della Casta, ne venne istituita un’altra, con sigla leggermente diversa (CFTP), che durò solo un anno, dopo aver prodotto un rapporto sulle criticità dei ministeri, e neppure di tutti: di cinque. Visto l’andazzo, nel 2009 a presiedere alla revisione della spesa, per la prima volta introdotta come principio di finanza pubblica dalla manovra di quell’anno, venne incaricata la Ragioneria Generale. Nel panico da crisi mondiale dei debiti sovrani, nel 2012 il calcolo e la razionalizzazione dei fabbisogni e costi standard portarono a istituire un Comitato interministeriale e, soprattutto, la figura del Commissario.
Il primo, nominato dall’allora premier Mario Monti, fu Enrico Bondi. Dopo soli otto mesi, Bondi lascia. Gli succede per pochi mesi il Ragioniere Generale, Mario Canzio, ma quando a Palazzo Chigi arriva Enrico Letta (Pd), la scelta si posa su Carlo Cottarelli. Elaborato nel 2014 un piano di riduzione della spesa da 33 miliardi a regime, l’anno seguente il nuovo Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, gli preferisce Yoram Gutgeld, il quale impiega due anni per certificare che nei tre precedenti il risparmio è stato di quasi 30 miliardi. Risparmio teorico, perché in gran parte utilizzato per coprire altre spese. Alcune nuove di zecca, come il famoso bonus da 80 euro mensili, misura-bandiera del governo Renzi. A parte le meteore dei due commissari del governo Conte 1 (l’allora grillina Laura Castelli e il leghista Massimo Garavaglia, durati poco più di una settimana), si può dire che il momento dei commissari sia tramontato nel 2019. Anche se, sulla carta, dal 2016 la revisione di spesa è stata integrata nel bilancio statale come impegno strutturale, sebbene circoscritto a ministeri ed enti locali.
La cosiddetta “programmazione di risparmio”, con l’eccezione del biennio del Covid in cui fu sospesa, è stata poi portata avanti dai governi di Mario Draghi e Giorgia Meloni. Quest’ultima si è data obiettivi alquanto limitati: 800 milioni per il 2023, 1,2 miliardi per il 2024 e 1,5 miliardi a partire dal 2025 (Def 2022), con l’asticella via via alzata fino a raggiungere quota, per i soli ministeri, di 2,7 miliardi per il 2026. Senza contare, beninteso, altre sforbiciate a Comuni, Province e Città Metropolitane. In tutto, lo 0,1% del Pil. I veri risparmi, per il centrodestra guidato da Giorgia Meloni, provengono dall’abolizione del reddito di cittadinanza (sostituito dal fondo povertà e inclusione), dallo stop al superbonus edilizio, dalla parziale deindicizzazione delle pensioni, e all’adeguamento altrettanto parziale all’inflazione delle spese per la sanità. Tutti provvedimenti non bilanciati da una politica economica e sociale che possa definirsi a favore dei meno abbienti.
Cosa ci dice questa girandola di nomi e di numeri? Ci spiega come mai la tanto decantata spending review ha ottenuto risultati men che modesti. Anzitutto, la prassi non vedeva una chiara spiegazione del perché si tagliava un certo capitolo di bilancio piuttosto di un altro. Il che, a sua volta, evidenzia l’approccio metodologicamente incoerente alla radice: non si è mai intervenuto sul chi e come decide un certo stanziamento, così da riqualificare i meccanismi di spesa, ma si è scelto di procedere a individuare singole uscite, così da tagliare, tagliare e basta. Che è come voler dimagrire sottoponendosi a liposuzione annuale anziché rivedere la dieta. Aggiungendo oggi, per soprammercato, degli addetti ad hoc che è tutto da vedere se continueranno in questa fatica di Sisifo, che sembra fatta apposta per non risolvere niente in modo da lasciare le cose come stanno, ripetendo all’infinito la solfa degli sprechi da eliminare, grande classico da campagna elettorale.
Il secondo motivo di scetticismo verso il fresco pattuglione di segugi in capo al ministro Giancarlo Giorgetti deriva da una questione più concettuale. Se lo scopo dichiarato è spendere meno soldi pubblici – esigenza molto apprezzata dai mercati che finanziano il debito , un po’ meno dai cittadini su cui il debito grava – bisogna ricordarsi che i criteri con cui vengono spesi non sono politicamente neutri. Quando al Ministero della Giustizia è stata data una stretta, giusto per fare due esempi all’apparenza minori, alle intercettazioni telefoniche e all’abbigliamento per detenuti, si sono compiute scelte orientate in un senso preciso: nel primo caso, indebolire l’azione dei pm in uno strumento d’indagine sensibilmente inviso alle personalità pubbliche, e in particolare ai politici; nel secondo, calare la mannaia su soggetti, i carcerati, fra i meno tutelati di tutti. Non parliamo poi di comparti come la sanità o l’istruzione, sui quali il lettore sa per esperienza diretta che cosa significhi tenere i budget a stecchetto.
Ora, nella migliore delle ipotesi, l’intenzione di dotarsi di quasi 300 addetti alla lima suona come il fiato di tromba di un esecutivo smanioso di mostrarsi draconiano, secondo la più vieta retorica dello Stato brutto, cattivo e scialacquatore. Bene: sul fatto che la burocrazia generi dissipazioni di pubblico denaro, non ci piove. Ad avere la responsabilità ultima del suo auto-alimentarsi, però, è la politica. La cui logica, per parte sua, è gestire, mantenere e accrescere il consenso, e la scorciatoia abituale per riuscirci è la proliferazione di centri di finanziamento clientelare dei gruppi d’interesse e di riferimento. In nome di una battaglia in sé giusta, ovvero sfoltire le grassazioni che premiano questo o quel centro di potere, si colpisce la carne viva dei servizi vitali alla popolazione. Ma non a tutta la popolazione intesa genericamente: alla fascia medio-bassa. A coloro che non possono permettersi parcelle da avvocato per processi eterni, o la sorveglianza privata del negozio, o le cure troppo costose, o certe rette universitarie. Né tanto meno hanno il potere di usare i media a proprio vantaggio, facendo pressione sugli editori per far passare in primo o secondo piano, a seconda dei bisogni, la notizia che li riguarda.
In soldoni, meno spesa pubblica vuol dire più profitto privato. Vuol dire privatizzazione, più o meno strisciante. Con effetti depressivi sui consumi, se guardiamo al piano macro-economico, e punitivi e classisti sul piano sociale. E con in più la beffa di presentare trionfalmente risparmi su esborsi che è inevitabile si riproducano, se fa comodo trasformarli in pretesto per una spending review su cui sarebbe da fare una bella spending review, domandandosi quanto ci sono costati finora tutti quei consulenti, rapporti, certifiche, piani e via blaterando. Cosa, questa, che di certo non faranno i 294 neo-assunti per l’ennesima spending review. Pare una barzelletta. E lo sarebbe, se i quattrini in questione non fossero i nostri.

