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Storia dell’Iran nel XX secolo – Parte I Dai moti costituzionali alla destituzione di Reza Shah

di Daniele Perra - 17/01/2026

Storia dell’Iran nel XX secolo – Parte I Dai moti costituzionali alla destituzione di Reza Shah

Fonte: Strategic Culture Foundation

Ci sono alcuni miti da sfatare sulla storia della Persia a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e sulla successiva evoluzione dell’Iran in Repubblica Islamica. Il primo è intrinsecamente legato all’impropria classificazione del regime costruito dalla dinastia Qajar come “dispotismo orientale”. Questa, in realtà, era il prodotto di una confederazione tribale di lingua turca che, dopo aver conquistato il Paese pezzo dopo pezzo nel XVIII secolo – alla pari dei Safavidi prima di loro – costruì parte delle proprie fortune sull’invenzione di genealogie che collegavano i suoi esponenti sia agli Imam dello sciismo che agli Imperatori sassanidi. Una categorizzazione – quella di  dispotismo orientale – che si deve al monumentale lavoro (quanto pervaso di luoghi comuni) di Lord Curzon Persia and the Persian question (1892) in cui si affermava esplicitamente che lo Shah era il “perno dell’intero ingranaggio della vita pubblica”. Ad onor del vero, i Qajar, una volta stabilita la loro capitale a Teheran nel 1786, regnarono sul Paese in modo del tutto inusuale. Il potere dello Shah, in particolare, era fortemente limitato dall’assenza di una reale burocrazia e di un esercito stabile e moderno. Il suo potere effettivo, dunque, non andava oltre il controllo su Teheran. E tale comando veniva esercitato attraverso una serie di intermediari che comprendevano: i visir (ministri), i darbari (cortigiani), i mirza (principi), i mostowfi (contabili) che si tramandavano l’incarico in modo ereditario, e gli ashraf (i nobili). Il controllo sul resto del Paese, invece, avveniva grazie all’intercessione di capi tribali, notabili locali, proprietari  terrieri, ricchi mercanti e, soprattutto, capi religiosi (mujtahid). Come afferma lo storico Ervand Abrahamian: “I Qajar governarono l’Iran meno attraverso le istituzioni burocratiche, la coercizione o gli enfatici richiami alla divinità e alla storia – anche se non erano restii a evocarli – che attraverso la manipolazione sistematica delle divisioni sociali, soprattutto differenze di clan, tribù, etniche, regionali e settarie. Il loro Stato – se così lo si può definire – rimaneva sospeso al di sopra della società piuttosto che controllarla e penetrarla. Vantava poteri esagerati, iperbolici e molto gonfiati. Nella realtà, la sua effettiva giurisdizione era drasticamente limitata ai paraggi della capitale”.
Non è da sottovalutare, inoltre, l’influenza che a partire dalla seconda metà del XIX secolo ebbe la diffusione del babismo. I bahai, infatti, rappresentavano la minoranza religiosa più vasta e priva di status legale (a differenza delle cosiddette “genti del libro”, cristiani, ebrei e zoroastriani). Questa “setta eterodossa” nacque attorno agli anni ’40 dell’Ottocento, quando un mercante di Shiraz si autoproclamò “Bab”: ovvero, la “porta” o l’“accesso” dal quale sarebbe tornato il Mahdi dal suo occultamento. In altri termini, questi sosteneva di esser giunto per annunciare il Giorno del Giudizio e la Restaurazione finale. Nonostante le pesanti persecuzioni (subite anche a causa del tentativo da parte di alcuni membri di assassinare lo Shah nel 1852), il movimento riuscì a sopravvivere grazie ad un erede del “Bab” che, senza troppi giri di parole, dichiarò di essere l’Imam nascosto, nonché Gesù Cristo, assunse il titolo di Baha’allah (gloria di Dio) e pubblicò un nuovo libro sacro sostitutivo sia del Corano che della Bibbia. Un suo fratello, a sua volta, si proclamò Sub-e Azal (lamento dell’eternità), affermò di essere il vero Bab e denunciò apertamente la corruzione dell’intero apparato politico e religioso. Una frattura che produsse la successiva divisione tra gruppi attivisti e  quietisti all’interno dello stesso babismo.
Questa breve parentesi si è resa necessaria per introdurre il secondo “mito da sfatare” sulla storia persiana: quello che vorrebbe il Paese immune ai processi di penetrazione e colonizzazione da parte dell’Occidente in questo periodo storico. Di fatto, le autorità religiose non mancarono di indicare il fenomeno bahai come una cospirazione straniera rivolta a distruggere l’Islam sciita. A questo proposito, il pensatore tradizionalista francese René Guénon, in relazione al babismo, ebbe modo di affermare che questo, profondamente occidentalizzatosi nel corso del tempo, non aveva più nulla a che fare con l’Islam. Ancora, non bisogna dimenticare che, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, l’influenza della comunità bahai nella vita politica iraniana crebbe in modo esponenziale. Molte personalità legate alle istituzioni monarchiche della dinastia Pahlavi appartenevano a questa setta o vantavano i loro legami con alcuni ordini sufi che propugnavano quello che Ruhollah Khomeini (padre della Rivoluzione islamica del 1979) ebbe modo di definire come “falso misticismo”.
Ad ogni modo, i forti legami tra questi personaggi e le potenze occidentali (soprattutto Israele, dove oggi, ad Haifa, si trova il “Centro Mondiale Bahai”) e l’accondiscendenza della stessa monarchia verso un movimento percepito come ostile alla religione tradizionale alimentò in modo decisivo quel risentimento popolare che scatenò il processo rivoluzionario.
Dunque, la penetrazione occidentale in Persia iniziò già nei primi anni del XIX secolo. Questa fu il prodotto di alcune sconfitte militari subite ad opera dell’esercito russo e del conseguente tentativo anglo-francese di limitare l’espansione di Mosca nella regione. Nel 1807, Persia e Francia siglarono a Berlino il trattato di Finckenstein, con il quale Napoleone si impegnava a garantire il proprio sostegno allo Shah per riavere i territori sottratti dalla Russia. Proprio in Europa, inoltre, le missioni diplomatiche persiane ebbero modo di entrare in contatto con alcune logge massoniche (connesse ai rispettivi governi) che concepivano l’iniziazione di stranieri ai loro riti come uno “strumento geopolitico” (pratica nella quale la Gran Bretagna si dimostrò particolarmente attiva) atto a sottomettere i politici locali alla propria volontà.
Dopo la sconfitta di Napoleone, la Persia venne dapprima costretta a firmare gli umilianti Trattati del Golestan (1813) e di Turkmanciai (1828) con la Russia e, successivamente, il Trattato di Parigi (1857) con la Gran Bretagna che, nello specifico, costrinse i Qajar a cedere Herat. In questo periodo, stretta nella morsa tra Inglesi e Russi, la Persia divenne teatro del cosiddetto “Grande Gioco” o “Torneo delle Ombre” tra le due potenze. I rappresentanti di queste due, infatti, divennero figure strategiche all’interno del Paese, alternandosi nell’influenzarne in modo decisivo la politica interna (dalla scelta dei ministri a quella degli eredi al trono). Così, sul finire del secolo, favoriti da concessioni estorte allo Shah, gli investimenti stranieri in Persia raggiunsero cifre importanti, sebbene non ancora esorbitanti. Tra queste, meritano una menzione la concessione ottenuta dal cittadino britannico Julius de Reuter (ebreo di origine tedesca antesignano della nota agenzia di stampa) per la costruzione di miniere, linee ferroviarie ed impianti industriali (profondamente ostacolata  dai Russi e dai loro uomini nel governo persiano – dal 1879 era presente a Teheran una Brigata cosacca persiana addestrata e guidata da ufficiali russi che divenne rapidamente la forza armata più moderna e disciplinata del Paese) ed il monopolio alla vendita ed esportazione di tabacco attribuito ad un altro cittadino britannico, il Maggiore Talbot (monopolio che, alla pari della concessione Reuter, dovette essere annullato a causa delle proteste di ulema, coltivatori e commercianti dei bazar). Ciononostante, gli Inglesi riuscirono a ottenere innumerevoli concessioni minori che, dai diritti di pesca, arrivarono a garantire il diritto a procedere con le trivellazioni petrolifere nella regione sud-orientale del Paese. Di fatto, quella che è rimasta nota con il nome di Concessione D’Arcy ha spianato la strada alla ricerca petrolifera ed alla creazione della Anglo-Persian Oil Company.
Nonostante la penetrazione occidentale, a differenza del resto dell’Asia occidentale, la geografia e l’identità profonda dell’Iran rimasero sostanzialmente invariati (gli Iraniani, oggi, vivono all’interno degli stessi confini in cui vivevano i loro bisnonni). Ed è rimasto invariato l’attaccamento della popolazione dell’area ai concetti di Iran Zamen (Terra dell’Iran) o Iran Shahr (Paese dell’Iran), così come il loro legame con il passato imperiale achemenide e sassanide e, soprattutto, con lo sciismo duodecimano.
Le cause del processo rivoluzionario che investì la Persia nei primi anni del Novecento sono profondamente radicate negli eventi del secolo precedente ed in particolar modo nel corso del regno di Naser al-Din Shah che iniziò nel 1848 all’insegna di una totale apertura verso l’Europa. Quando lo stesso Shah venne assassinato nella moschea di ‘Abd al-‘Azim, quasi cinquant’anni più tardi, nel 1896 (e dopo un parziale capovolgimento delle sue politiche iniziali), la Persia non solo non aveva tratto particolare beneficio dall’apertura verso l’esterno ma si trovava in uno stato di profonda crisi che portò alla bancarotta del governo nel 1904-1905.
Incapace di far fronte alle spese istituzionali, Muzzafar al-Din Shah (il successore di Naser, anch’egli propugnatore di politiche di apertura) minacciò di inasprire le imposte fondiarie da un lato e, dall’altro, si rivolse alle banche russe e inglesi per ottenere nuovi finanziamenti. Queste accettarono ad una precisa condizione: lo Shah doveva affidare l’intero sistema doganale del Paese ad un gruppo di amministratori belgi guidato da Monsieur Naus. Probabilmente di origini ebraiche e poco incline all’utilizzo di manodopera musulmana, Naus assicurò da subito Russia e Gran Bretagna che gli introiti del sistema sarebbero serviti in primo luogo a restituire i precedenti prestiti. In secondo luogo, si optò per il drastico aumento delle tariffe ai mercanti locali. Cosa che, insieme all’aumento vertiginoso dei prezzi dei beni di prima necessità (il prezzo del pane salì di colpo di oltre il 90%), scatenò proteste e rivolte in diverse città e aree del Paese. Va da sé che tra le cause dell’inflazione vi furono anche i cattivi raccolti, le epidemie di colera ed il dissesto commerciale generato dal conflitto russo-giapponese e dai successivi moti rivoluzionari in Russia.
Nel giugno 1906 ‘Abd Allah Behbahani e Muhammad Tabatabai (due rispettati mujtahid di Teheran) guidarono una processione di protesta alla quale parteciparono in larga maggioranza studenti di teologia del seminario di Qom. A loro due si unì lo sceicco Fazl Allah Nuri e, insieme, minacciarono il trasferimento in massa nei santuari di Najaf e Kerbala (fuori dai confini persiani) e di privare il Paese dei servizi religiosi se lo Shah non avesse destituito Naus, risolto le crisi locali e istituito una Corte della Giustizia.
Più o meno nello stesso periodo i mercanti del bazar, i membri di altre corporazioni e gli studenti di Teheran organizzarono manifestazioni similari. Accampati nel centro della città, gli studenti trasformarono l’area della protesta in una sorta di scuola di scienze politiche a cielo aperto in cui si tenevano conferenze sui vantaggi del governo costituzionale e persino del repubblicanesimo. Allo stesso tempo, le corporazioni, dopo un primo tentativo governativo di sopprimere la protesta, si spinsero oltre minacciando lo sciopero generale e scatenando rivolte diffuse in tutte il Paese. Un qualcosa contro cui le truppe e milizie dello Shah (affamate e non pagate da mesi) non potevano realmente opporsi con la forza necessaria.
Messo con le spalle al muro, lo Shah si vide costretto a firmare il bando reale per tenere le elezioni nazionali per la formazione di un’Assemblea Costituente che avrebbe dovuto preparare la Carta Costituzionale.
I due documenti finali (prodotto di un’Assemblea composta in larga parte da mercanti, religiosi, notabili liberali, proprietari fondiari e rappresentanti delle corporazioni), conosciuti come le Leggi Fondamentali e le Leggi Fondamentali Supplementari, risultarono modellati sulla Costituzione belga e si proponevano di instaurare una monarchia costituzionale con la separazione dei poteri (di stampo occidentale) esecutivo, legislativo e giudiziario.
Allo Shah veniva conferita la prerogativa di essere capo dell’esecutivo e delle forze armate. Egli poteva nominare i funzionari statali di più alto grado, dichiarare guerra e firmare o meno i disegni di legge. Mentre il Parlamento (il Majles) aveva l’ultima parola su qualunque legge, decreto, trattato, prestito, monopolio e concessione, e controllava il bilancio della corte.
Sulla base delle leggi costituzionali, inoltre, si scelse una bandiera nazionale con tre strisce orizzontali (verde, bianca e rossa) con il sole ed il leone al centro (simboli legati alla dinastia Qajar). I colori verde, bianco e rosso, invece, appartengono storicamente alla tradizione islamica sciita. Proprio lo sciismo, infatti, venne “confermato” come religione di Stato e solo i musulmani sciiti potevano ambire all’incarico di ministro. Il potere giudiziario, inoltre, era diviso tra tribunali di Stato e tribunali religiosi che conservavano l’autorità di difendere la Shari’a. Veniva altresì posto in essere un “Consiglio dei Guardiani” che avrebbe dovuto passare al vaglio l’intera legislazione (ovvero, valutare se le leggi dello Stato fossero in linea con i dettati coranici o meno). Questo avrebbe dovuto lavorare ininterrottamente fino alla riapparizione del Mahdi dall’occultamento. Tuttavia, non venne mai convocato fino alla Rivoluzione Islamica del 1979. E fino al 1979, almeno in linea teorica (tra alti e bassi), tali Leggi Fondamentali rimasero valide.
Nel 1907, la firma della Convenzione anglo-russa pose fine al secolare “Grande Gioco”. Londra, preoccupata per la crescente potenza tedesca, scelse di comporre le divergenze con la Russia e dividere la regione dell’Altopiano Iranico in sfere di influenza. La Persia veniva divisa in tre zone: il nord sotto influenza russa; il sud-ovest sotto influenza britannica; la zona centrale presentata come area “neutrale”.
Sempre nel 1907, lo sceicco Fazl Allah Nuri ruppe l’alleanza con Behbahani e Tabatabai, denunciando la deriva liberale, anarchica e nichilista che stava prendendo il Paese dopo la vittoria costituzionale. Nuri, inoltre, diede vita ad una “Società del Profeta” capace di mobilitare le masse impoverite dalla crisi economica ancora galoppante e ricucì il proprio rapporto con la monarchia e con il nuovo Shah Muhammad Ali. Questi, dal canto suo, forte di nuovi prestiti arrivati da alcune famiglie di notabili, non poté che cogliere l’occasione per lanciare una campagna contro le riforme. Nel giugno 1908 utilizzò il contingente di cosacchi dislocato a Teheran e comandato dal colonnello russo Liakhoff per imporre la legge marziale, chiudere i giornali, impedire le pubbliche riunioni, occupare le postazioni telegrafiche e arrestare i più influenti deputati liberali.
Il tentativo di “colpo di Stato” monarchico, tuttavia, scatenò una violenta reazione che portò la fazione parlamentare/riformista a godere dell’appoggio di gruppi volontari (organizzati dai socialdemocratici russi) che entrarono in Persia dal Caucaso (tra di loro vi erano in prevalenza Azeri, Persiani di Baku e nazionalisti armeni delusi dal fallimento dei moti rivoluzionari antizaristi in Russia). Allo stesso tempo, alcuni importanti personalità persiane si schierarono sul lato parlamentare/riformista (in particolare, Muhammad Vali Sepahdar, industriale e latifondista del Mazandaran, uno degli uomini più ricchi del Paese), così come diversi clan bakhtiyari (gruppo seminomade di etnia luri delle regioni centrali del Paese). Questi, intenzionati ad ottenere maggiore potere, furono capaci di organizzare un vero e proprio corpo d’armata tribale di oltre 12.000 uomini che conquistò dapprima Isfahan e, successivamente, mosse verso Teheran.
Questa particolare “coalizione” riuscì ad avere le meglio sulle forze monarchiche lealiste. Così, nel luglio 1910, lo Shah venne costretto a rifugiarsi negli stabili della legazione russa a Teheran ed a lasciare il trono al figlio dodicenne Ahmad.
Il rinnovato (e più potente) Majles, tuttavia (anche in nome di una pacificazione nazionale volta a dare garanzie alle potenze creditrici), confermò il colonnello Liakhoff a capo dei cosacchi e nominò capo della polizia di Teheran l’armeno Yprem Khan (definito da taluni come il “Garibaldi di Persia”), protagonista del conflitto. Inoltre, venne creato un tribunale speciale con il compito di giudicare e punire i responsabili della guerra civile. Questo stesso tribunale condannò a morte lo sceicco Nuri che venne pubblicamente impiccato a Teheran in quella Piazza dell’Artiglieria dalla quale lui stesso aveva lanciato i suoi strali contro coloro i quali diffondevano corruzione nel mondo.
Il successo parlamentare non servì a migliorare le già precarie condizioni economico-istituzionali del Paese. Nel 1909, la Russia aveva già occupato l’Azerbaigian ed il nord del Paese (nel 1911 arrivò a bombardare il santuario dell’Imam Reza a Mashaad – atto sacrilego per eccellenza che segnò profondamente i successivi rapporti russo-persiani – per frenare dei moti di protesta); i notabili locali continuavano a perseguire politiche estere autonome; i clan bakhtiyari (padroni incontrastati della Persia centrale e di parte di quella meridionale) proseguirono con la pratica di stipulare lucrosi contratti con le compagnie petrolifere inglesi all’oscuro del governo centrale.
Alla vigilia degli anni ’20 del XX secolo, il Paese aveva tutte le caratteristiche dello “Stato fallito” (del tutto simili a quelle dell’Afghanistan a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 in preda ai signori della guerra, privo di potere centrale e nelle mire di potenze regionali e non). Una condizione che spianò la strada al successo del colpo di Stato militare di Reza Khan.
Il 21 febbraio del 1921, approfittando della situazione di instabilità, Reza Khan, comandante della guarnigione militare di Qazvin, guidò un colpo di Stato attraverso il quale pose la capitale sotto il proprio controllo. Oltre a dichiarare la legge marziale, convinse Ahmad Shah che era arrivato a Teheran per porlo in salvo da un complotto bolscevico. Ed a questo scopo sciolse il governo e nominò Primo Ministro Zia al-Din Tabatabai (noto per le sue simpatie nei confronti di Londra).
Allo stesso tempo, Reza Khan attuò un’abile politica da doppiogiochista. Da un lato, abrogò il tanto disprezzato accordo anglo-persiano (firmato nel 1919 e che sanciva una vera e propria capitolazione del Paese di fronte ai desideri di Sua Maestà) assicurando comunque gli Inglesi che si trattava solo di “fumo negli occhi” per i nazionalisti; dall’altro, pose in essere un accordo con Mosca che portò i Bolscevichi a ritirarsi dal Gilan ed a cancellare i prestiti di epoca zarista.
Di fatto, almeno fino al 1925, Reza Khan fece il buono e cattivo tempo come vero e proprio “dittatore militare”, sebbene rimanendo nell’ombra. Dal 1926 in poi, invece, il suo atteggiamento cambiò radicalmente, quando depose Ahmad Shah, si autoproclamò monarca e nominò suo figlio erede legittimo. Così Reza Khan divenne Reza Shah e tale rimase fino all’invasione anglo-sovietica del 1941.
Le vicende che che hanno segnato l’avvento al potere di Reza Khan sono particolarmente interessanti. Il generale britannico Ironside (comandante della guarnigione britannica in Persia) selezionò personalmente (tramite i suoi ufficiali di campo) Reza Khan (allora semplice sergente, sebbene particolarmente ambizioso) come comandante della brigata cosacca persiana dopo aver licenziato gli ufficiali russi (demoralizzati e suscettibili di penetrazione bolscevica). Il timore, naturalmente, era che, tramite i Russi, i cosacchi persiani avrebbero finito per allinearsi alle posizioni bolsceviche. Di conseguenza, anche in vista di un prossimo ritiro del contingente britannico dal Paese, sarebbe stato preferibile cedere il posto ad un governo militare. Lo stesso Ironside, nel 1921, scrisse sul suo diario: “nei fatti una dittatura militare risolverebbe i nostri problemi e ci lascerebbe uscire dal Paese senza alcun problema”.
Ora, il regno di Reza Shah fu caratterizzato dalla costruzione dello Stato moderno su due pilastri: esercito e burocrazia, che crebbero (in termini numerici) in modo esponenziale. Ad essi si aggiungeva una particolare enfasi sulla proprietà fondiaria (la maggioranza dei membri del parlamento erano latifondisti), e si stima che lo stesso Reza Shah avesse accumulato tanta terra da divenire l’uomo più ricco della Persia (soprattutto, piantagioni di riso, tè, cotone e tabacco nella regione del Mazandaran), spesso con metodi non del tutto ortodossi (intere famiglie venivano imprigionate finché non consentivano a vendergli le proprietà).
Reza Shah, inoltre, estese il controllo degli apparati statali sulla religione, la giustizia e sull’economia; annullò le capitolazioni del XIX secolo che avevano regalato enormi privilegi commerciali alle potenze straniere, ma non tagliò mai del tutto i ponti con l’Europa. Inoltre, attuò una politica di “persianizzazione” delle minoranze nazionali, e creò associazioni culturali che, su vari livelli, cercavano di instillare una maggiore coscienza nazionale tra la popolazione. A questo proposito, nel 1934, cambiò il nome del Paese in Iran, volendo con ciò evocare le glorie passate e il fatto che la regione fosse stata la culla degli Ariani e della loro civiltà.
Dunque, sul piano internazionale, lo Shah optò per una politica ambivalente, strizzando l’occhio al nazionalismo della nuova Germania hitleriana da un lato e, al contempo, continuando a mantenere ottimi rapporti commerciali con l’imperialismo britannico. Sempre nel 1934, infatti, venne firmato un nuovo accordo di sfruttamento delle risorse iraniane con l’Anglo-Iranian Oil Company che accentuò i sospetti di quella parte della popolazione che mai smise di considerarlo un “falso patriota” addestrato dai Russi e comandato a bacchetta dagli Inglesi.
Nel complesso, sul finire degli anni ’30, il sistema messo in piedi da Reza Shah cominciava a mostrare le sue crepe. Questo, infatti, si reggeva sul privilegio esclusivo di una quantità piuttosto ridotta di persone. Le stesse politiche statali in termini di salute pubblica ed educazione si rivelarono del tutto fallimentari. La mortalità infantile restava estremamente alta e le periodiche epidemie di colera, tifo e morbillo continuavano ad avere un’incidenza letale sugli strati inferiori della popolazione (senza considerare la costante scarsità di personale medico). Anche i religiosi iniziarono a muovere critiche sempre più severe contro un regime definito corrotto ed oppressivo, visto il crescente peso delle imposizioni fiscali e l’introduzione di innovazioni che venivano apertamente definite come “eretiche” (ad esempio, la progressiva eliminazione dei tribunali sharaitici e la loro sottomissione agli apparati giudiziari laici dello Stato).
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dunque, nonostante le politiche dello Shah, il Paese si presentava estremamente diviso sul piano interno. Fattore che, in qualche modo, facilitò l’azione degli Alleati che, con l’Operazione Countenance del 1941 (un nuova spartizione della Persia in aree di influenza tra Inglesi e Sovietici), si prefiggevano tre obiettivi: a) fugare ogni dubbio sul possibile rafforzamento dei rapporti tra Iran e Germania; b) porre sotto il loro controllo il petrolio iraniano; c) garantire un corridoio terrestre per i rifornimenti all’URSS (alla fine della guerra oltre 5 milioni di tonnellate di rifornimenti per Mosca passarono attraverso l’Iran).
A tale scopo, gli Alleati scelsero di rimuovere Reza Shah ma di mantenere quasi inalterato lo Stato da questi costruito. Così, lo Shah venne costretto ad abdicare in favore del figlio Muhammad Reza (allora ventunenne) che, in cambio del controllo sulle forze armate, si dichiarò disposto a collaborare pienamente con Gran Bretagna, URSS e Stati Uniti.
L’invasione del 1941, di fatto, diede inizio ad un periodo di circa tredici anni in cui il monarca “continuò a tenersi stretto gran parte delle forze armate ma perse il controllo sulla burocrazia e sul sistema di favori della corte”. Un “interregno” che, come riporta Ervand Abrahamian, “durò fino all’agosto del 1953 quando lo Shah, grazie a un colpo architettato da Inglesi e Americani, ristabilì l’autorità dell’istituto monarchico e, quindi, ricreò il regime di suo padre”. Questo particolare periodo storico verrà analizzato nella seconda parte di questo lavoro.