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Tutti lì, al Cefalù

di Enrico Sbandi - 15/08/2026

Tutti lì, al Cefalù

Fonte: Enrico Sbandi

Il Pandoro di Ranucci si chiama Lavitola

Più di ogni altra, in questa torbida e comica vicenda dell’”attentato d’amore” la cosa che mi colpisce di più è la libertà di azione e di relazione, direi addirittura il credito, messi in evidenza dalle cronache, che in Italia ha un pregiudicato con i trascorsi di Lavitola. Un tipetto dal quale ogni persona perbene o comunque dotata di raziocinio dovrebbe tenersi a distanza di sicurezza.
E invece apprendiamo di stupefacenti frequentazioni con politici, giornalisti. Ma allora, se a mangiare pesce da lui vanno tutti, l’editorialista del Corriere, il direttore di Repubblica, il baffuto giornalista fratello dell’eurodeputato ex inviato parimenti baffuto ed entrambi di scuola santoriana, perché non poteva farlo il mastino Ranucci? Perché lui stesso ha creato e affermato un format di inchieste che quelli come Lavitola li azzanna ai polpacci, ne svela coperture, connessioni, amicizie note e oscure e dove non ci sono le ipotizza, le fa intravedere, purché sia chiaro quanto è canaglia il bersaglio di turno.
Ora, verrebbe da scuoterlo e dire: ‘a Ranù, sveglia, hai capito questo chi è? La-vi-to-la, quello che portava in omaggio al Cavaliere signorine e senatori. Roba che per il Ranucci vero sarebbe stato come il rosso per un toro.
Invece per Valterino lui diventa SIG, manco fosse un pupazzo della Mattel, il “miglior amico”: scodinzola, mangia nel suo locale da anni, gli porta i figli, manda i collaboratori a dormire nel suo b&b, lo accoglie in redazione e gli inoltra le mail della Rai. Fa i selfie con lui e Gomes, il  bodyguard (sì, quello che addirittura chiede in prestito a Lavitola: chissà per spaventare chi), scambia messaggi con la Boccia sulle lobby gay, firma copie a raffica del libro dove racconta dei suoi amorazzi in redazione. Di bombe ok, non ne avranno mai parlato, che non vuoi farla a un amico la festa a sorpresa? Ma di logge? E di barbe finte? Magari dopo la spigola, davanti a un limoncello. E vorrei vedere le facce degli altri commensali illustri, quelli abituati a sdegnarsi e a stigmatizzare nei talk show e a fustigare con i loro editoriali. Tutti lì, al Cefalù. Un’isola felice, un’enclave dove l’etica ha preso l’anno sabbatico.
Alla fine della giostra, adesso Ranucci è invischiato mani e piedi nella montagna di melma che ha rimestato. E come si muove e parla, andando ad appigliarsi a morti e martiri illustri, peggiora la situazione.
Attenzione: non sta affondando perché accusato di qualche reato (almeno, per quanto se ne sa): la sua vera colpa - è il mio criticabile parere - è quella di non aver fatto Ranucci. Per aver già reso evidente con quanto emerso fin qui - e pare non sia finita - che il Ranucci duro e puro non esiste, è un fake.
E se costruisci in questo modo il personaggio influencer del giornalismo d’inchiesta, lo scandalo del pandorino Lavitola è un incidente di percorso che non ti puoi permettere. Girando per Roma, scorta compresa, sarà protetto dagli attentati veri, ma non si meravigli se nell’aria sentirà riecheggiare: ‘A Ranù, sei na sòla.