Un suicidio di senso e di spirito
di Adriano Segatori - 14/01/2026

Fonte: Italicum
Ormai, quando la comunicazione, sia di massa che interpersonale, affronta il problema del suicidio tende a ridurre la questione a quello cosiddetto “assistito”, quindi alle interferenze dello Stato, alle implicazioni religiose, alle insufficienze sanitarie, ai diritti inalienabili dei soggetti. Quando, invece, fa riferimento alla scelta individuale, libera da un condizionamen-to giuridico e da una costrizione sanitaria, scatta immediatamente l’ipotesi del raptus per sottostanti problemi psichiatrici. Insomma, in entrambi i casi, c’è sempre il riferimento all’eliminazione fisica del soggetto che decide in questo senso.
Entrare nelle specifiche motivazioni e modalità contenute nel gesto estremo di togliersi la vita è un discorso lunghissimo, approfondito da tempo immemorabile dai più svariati pensa-tori – psichiatri, psicoanalisti, sociologi, filosofi ecc. – e che comunque mantiene sempre del-le specificità che sfuggono alle più minuziose indagini, interpretazioni e dibattiti.
Come, ad esempio, quello che riguarda il già accennato suicidio “assistito”, argomento di colloquio tra Vladimir Jankélévitch e Pascal Dupont a proposito del “Manifesto sull’eutanasia” uscito in Francia nel 1974. Quest’ultimo, con una intuizione ed una precisio-ne indiscutibile, circoscrive e chiarisce perfettamente una questione che non viene mai nep-pure accennata nei confronti politici: «Chi vuol darsi la morte, se la dà – dopo si fa un’inchiesta, ed è tutto. Ma il problema dell’eutanasia coinvolge anche la libertà per il me-dico di far morire, direttamente o indirettamente, un malato, il cui stato è giudicato dispe-rato, con l’accordo del malato stesso». Il problema, in questo caso, interessa necessaria-mente la questione filosofica, metafisica e deontologica di chi ha scelto la strada del prolun-gare la vita ad ogni costo, usando le tecniche più sofisticate per far sopportare alla persona questa condizione. «Solo il medico può giudicare. E credo che – salvo nei casi estremi – questo possa essere molto ambiguo».
Insomma, ogni volta che si deve affrontare l’evento irreversibile che Jean Améry riassume in «Levar la mano su di sé», la pletora degli intellettuali e degli specialisti si affanna a mettere sotto le lente di ingrandimento ogni motivazione inerente alla propria materia nel tentativo di arrivare alla motivazione ultima che precede la svolta decisiva.
Améry è più che esplicito nel vanificare questi sforzi di traduzione, con parole di una chia-rezza incontestabile: «La suicidiologia ha ragione. Il fatto è però che per il suicida, come per l’aspirante suicida le sue situazioni sono vuote. Ciò che per loro conta è la totale e incon-fondibile unicità della loro situazione, che non è mai comunicabile totalmente». Non c’è so-ciologia, non c’è psicologia che possano neppure ispirare comprensioni razionali o inconsce pulsioni di morte: «Per parlare della morte occorre oltrepassare i limiti imposti dalla logi-ca».
Per quanto riguarda la morte volontaria, molti pensatori condividono una dicotomia moti-vazionale: quella che deriva dalla condizione di prigionia fisica e/o psichica e quella che sca-turisce dal rifiuto di assumersi le proprie responsabilità nel vivere. La fuga del prigioniero, nel primo caso, che si trova prigioniero delle due condizioni sopraccitate e spesso conver-genti; la fuga del vile, nel secondo caso, che decide di non affrontare ciò che il destino ha previsto per lui.
Per entrambe le situazioni è fondamentale avvicinarsi ad una definizione sul come intendere la vita, magari incominciando dalla sua negazione, ovvero l’esistenza.
Vivere non è sinonimo di esistere, come specularmente esistere non significa affatto vivere. L’esistenza è un semplice dato organico, materiale, che si può perfettamente condurre fino al sopraggiungere della morte naturale senza mai poter documentare di avere vissuto.
La vita, invece, è un progetto che accidentalmente ci viene appioppato e al quale, per essere considerati a tutti gli effetti vivi, si deve dare un senso, fare emergere una vocazione, stabili-re uno specifico destino – condizione ben diversa dallo stato vegetativo sopraindicato.
Vediamo però, aldilà dei limiti concreti e corporei della morte fisica, un aspetto che comun-que – seppure grossolanamente invisibile e materialmente inavvertibile – può rientrare nella categoria del suicidio, ed è quello che riguarda la componente psichica.
Questo aspetto di suicidio, meno truculento di quello posto in essere contro la componente fisica, risulta anche il meno considerato perché più subdolo e di conseguenza meno evidente dal punto di vista dell’impatto emotivo.
Colpisce prevalentemente, ma non solo, la componente giovanile, con conseguenze a lungo termine particolarmente devastanti per quanto riguarda la struttura sociale.
Esso è caratterizzato – per usare un linguaggio psicoanalitico ma sufficientemente compren-sibile – dalla rinuncia a perseguire quello che viene chiamato “desiderio”, ovvero la compo-nente più attiva che dovrebbe fare del giovane il soggetto principale nella costruzione non solo di un proprio progetto personale, ma di un vero e proprio impegno nell’intervento più ampio all’interno del contesto di appartenenza.
Il desiderio è inconscio, involontario e incontrollabile; è la messa in discussione della posi-zione del soggetto nel mondo, e con essa la sensazione di estraneità nei confronti di ciò che è dato per scontato, per sicuro, per definito.
Il desiderio è il superamento della vita consuetudinaria e, con esso, la percezione interiore di una propria predisposizione, di una chiamata verso una realizzazione di Sé e di una pulsione verso un impegno esterno di intervento sulla realtà.
Quando questo dispositivo inconscio non viene sentito, perché con motivi e modalità diver-se viene travolto da quello che viene definito “l’ingorgo delle voglie”, quindi la bulimica soddisfazione di ogni richiesta di appagamento – strategia perfettamente e premeditata-mente applicata dal sistema per depotenziare ogni velleità di sovversione – scatta quello che potremmo definire il “suicidio psichico”, ovvero quella morte interiore che è l’annullamento simbolico di ogni potenza vitale.
Perché se è vero che il numero di suicidi “fisici” sta aumentando drasticamente nelle fasi giovanili, è altresì vero che un altro annullamento si sta evidenziando, ed è quello che in termini nietzsciani possiamo indicare come l’anestetizzazione della volontà di potenza.
Non è forse un suicidio psichico e sociale quello che caratterizza la “generazione fiocco di neve” di Claire Fox, dove i giovani caratterialmente deboli e insicuri rifiutano ogni forma di confronto con la realtà per la paura di mettere alla prova la propria sfera emotiva? Non è forse un ritrarsi volontariamente dalla vita attiva quello che si consuma nella ricerca di fug-gire da ogni confronto, perché anche le parole rappresentano un un pericolo per la propria fragile struttura personologica?
Peggio ancora, nel senso di un suicidio psichico e sociale ancora più letale, intrattabile, è quello del “fenomeno degli hikikomori”. “Non voglio più vivere alla luce del sole”, titola un’importante saggio di Michael Zielenziger su questo fenomeno che a ragione si può consi-derare di volontaria morte esistenziale.
Alcune generazioni che hanno scelto, e che continuano a scegliere, l’isolamento domestico per la difficoltà di affrontare una realtà che sicuramente è soffocante e alienante nel suo materialismo e nella sua concezione economicista ed egoista delle relazioni, ma che d’altra parte rifiuta l’impegno che, senza retorica, si potrebbe definire rivoluzionario di cambiare il proprio contesto di appartenenza.
Con la morte fisica il suicida trova il massimo della pace realizzata: niente più dolore, niente più rischio, niente più responsabilità.
Con la morte psichica, un altro tipo di suicida fugge da ogni tipo di inaspettato e di fortuito che ogni vita degna di essere vissuta è costretta ad affrontare. Per usare il pensiero di James Hillman, invece di «guardare con occhio sensibile allo scopo e cercare il valore nell’imprevisto», il suicida psichico opta per la ricusazione del proprio destino.
Il primo decide la fuga dall’esistenza, e con la morte conferma in modo paradossale la vita; il secondo come disertore della vita si rassicura semplicemente accettando l’esistenza.
