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Così Israele nega l’acqua ai palestinesi

di Umberto De Giovannangeli - 28/10/2009

Un dossier dell’organizzazione: in Cisgiordania e nei Territori prati, piscine e campi dei 450mila coloni israeliani ne consumano più dei 2.300mila palestinesi

Venti volte in più
È la differenza del consumo pro capite tra coloni e vicini arabi
Il dramma di Gaza
Inquinata la falda, è vietato costruire tubature e fogne
Un j’accuse documentato. Una privazione terribile. Amnesty International accusa Israele di negare ai palestinesi acqua potabile «mantenendo un controllo totale sulle risorse comuni e mettendo in pratica politiche discriminatorie». In un rapporto, Donatella Rovera, responsabile di Amnesty per Israele ed i Territori palestinesi, afferma che «Israele lascia che i palestinesi abbiano accesso unicamente ad una parte delle risorse idriche comuni, situate soprattutto in Cisgiordania, mentre le colonie israeliane illegali ne ricevono quantità praticamente illimitate». In alcune aree della Cisgiordania nelle colonie si consuma 20 volte la quantità d’acqua per abitante di quella concessa ai palestinesi che vivono nelle zone limitrofe.
«Piscine, prati ben innaffiati e vaste distese agricole nelle colonie contrastano con i villaggi palestinesi vicini i cui abitanti devono battersi quotidianamente per assicurarsi la quantità di acqua di cui hanno bisogno». I 450 mila coloni israeliani (inclusi quelli che abitano a Gerusalemme est) consumano una d’acqua potabile uguale o maggiore di quella disponibile a 2,3milioni di palestinesi. Secondo Amnesty sarebbero tra i 180mila ed i 200mila i palestinesi che non hanno accesso all’acqua corrente nelle loro case in Cisgiordania. Il consumo giornaliero pro capite di un israeliano è di 300 litri d’acqua, quello di un palestinese di 70 litri. In alcune comunità rurali palestinesi il consumo pro capite
scende a 20 litri, il minimo stimato necessario per uso domestico in situazione di emergenza.
«L’acqua è una necessità di base ed un diritto», sottolinea Amnesty nel rapporto. Nella Striscia di Gaza, continua Amnesty, «il 90-95% viene da una falda costiera la cui acqua è contaminata e inadatta a uso umano». Nella Striscia, inoltre, l’offensiva israeliana lo scorso inverno ha danneggiato pozzi, fogne e stazioni di pompaggio, danni che si aggiungono all’impatto del blocco israeliano ed egiziano del territorio. Il sistema di trattamento delle acque di scarico è stato particolarmente colpito in quanto Israele vieta l’importazione delle tubature e altre attrezzature metalliche nel timore che servano a fabbricare razzi artigianali. Sulle coste di Gaza, mare e spiagge sono inquinati dall’infiltrazione delle fogne. Amnesty chiede perciò allo Stato ebraico di porre immediatamente fine «alle sue pratiche discriminatorie e alle restrizioni imposte ai palestinesi per l’accesso all’acqua». «L’acqua sottolinea Donatella Rovera è una necessità fondamentale e un diritto ma per molti palestinesi anche ottenerne in quantità scadenti necessarie per la sopravvivenza è divenuto un lusso che a malapena si possono permettere».
Israele contrattacca. La reazione israeliana non si fa attendere. Ed è durissima. Mark Regev, portavoce del premier Benjamin Netanyahu, definisce «assurde» le accuse rivolte a Israele. Per Regev, le autorità israeliane rispettano gli impegni presi con l’accordo di Oslo del 1993, mentre i palestinesi non adempiono a quanto previsto in materia di riciclo delle acque e gestiscono in modo non efficiente la loro distribuzione. «Israele ha fornito ai palestinesi 20,8 milioni di litri cubi di acqua, ben oltre quello che sarebbe tenuto a fare in base agli accordi», ha aggiunto Secondo l’Autorità israeliana per le risorse idriche «il consumo di acqua da parte dei palestinesi è costantemente cresciuto negli ultimi anni». Il divario fra il consumo di acqua di israeliani e palestinese esiste davvero, ammette l’Autorità, «ma certo non nelle dimensioni descritte dal rapporto».
Secondo l’esercito israeliano, che mantiene il controllo sulla Cisgiordania, «si tratta di un rapporto unilaterale, pieno di denigrazioni infondate, redatto senza che ad Israele sia stata fornita la possibilità di misurarsi con le accuse. ’Israele vede nell’acqua una risorsa essenziale e non lesina sforzi precisa l’esercito per prestare assistenza alla Autorità nazionale palestinese».
Dura reazione anche del ministro per le Infrastrutture, Uzi Landau (Israel Beitenu, destra radicale) secondo cui il rapporto di Amnesty essere affiancato a quello del giudice Goldstone sulla operazione Piombo fuso a Gaza. «Le loro conclusioni erano state stabilite in partenza, prima ancora del lavoro di ricerca», polemizza il ministro.