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È onesto «sporcare il proprio nido»? Il caso di Elfriede Jelinek

di Francesco Lamendola - 29/06/2011





È cosa onesta e legittima, per un intellettuale specialmente, sputare nel piatto che lo ha nutrito, ossia la terra che lo ha visto nascere e che gli dà da vivere e da lavorare?
Domanda tremendamente imbarazzante e politicamente scorrettissima: dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino in poi, ci sembra cosa talmente ovvia rimuovere ogni limite alla libertà di espressione, che anche soltanto immaginare di porvi dei confini, e sia pure sul terreno morale e non giuridico, sa di bestemmia.
Certo; che gli intellettuali, gli artisti e gli scienziati godano della possibilità di svolgere in modo autonomo le loro attività, le loro ricerche e che possano divulgarle al pubblico, è uno dei capisaldi del pensiero democratico e, in linea di massima, si accorda con il sentire naturale di ogni individuo retto, fiero e alieno da compromessi, servilismi e ipocrisie.
E tuttavia: siamo proprio certi che non esistano limiti a ciò che un intellettuale può dire, in nome della assoluta libertà del pensiero, dell’arte, della comunicazione?
Siamo proprio certi che una società possa funzionare, laddove la sua parte pensante, l’intellighenzia, per ossequio alle mode, al facile successo e al facile denaro, decida di esercitare una critica preconcetta, distruttiva, iconoclastica di tutti i valori - religiosi, spirituali, logici ed estetici - sui quali essa si fonda?
Questo, si dirà, è l’inevitabile paradosso della democrazia; il pedaggio che essa paga per rimanere fedele a se stessa, ma anche l’elemento che la rende superiore ad ogni altra ideologia politica: la tolleranza, l’indulgenza verso chi, volontariamente o anche involontariamente, direttamente o indirettamente, lavora per distruggerla, ossia per trasformare la libertà dei singoli in una forma mascherata di dittatura di occulti gruppi di potere (ivi compresa l’industria culturale: cinema, editoria, stampa, insomma tutto quello che permette la manipolazione delle menti, contrabbandandola per esercizio spassionato della libertà).
Il fatto è che, se ci si dimentica che non esistono diritti ai quali non corrispondano altrettanti doveri, si finisce per dare come scontato che chiunque sia libero di sporcare il proprio nido, senza minimamente curarsi delle conseguenze; così, per il solo piacere di creare scandalo, di «épater les bourgeois».
La lingua tedesca possiede una parola che da noi non esiste, «Nestbeschmutzerin», «sporcatrice del nido» e, in Austria alcuni l’hanno usata rivolgendola a Elfriede Jelinek, sofisticata scrittrice viennese di origini ebraiche ed elegante, bella signora amante della moda e dei vestiti firmati, vincitrice, nel 2004, di un Nobel per la letteratura, che molti critici progressisti hanno giudicato (e, ovviamente applaudito) come «uno sberleffo» deliberato verso l’Austria, la società borghese in generale, i valori tradizionali, primo fra tutti, quasi inutile dirlo, il cattolicesimo.
Fra parentesi, la bella signora mandò a dire che il Nobel lo gradiva, eccome, con tutti quei soldini, ma non voleva prendersi il disturbo di andare a ritirarlo, per cui dovettero recapitarglielo a domicilio; mille volte più coerente e dignitoso, nel 1964, Jean-Paul Sartre che, in nome della sua ideologia antiborghese, il Nobel lo aveva rifiutato e il cui nome, pertanto, non figura nemmeno negli elenchi ufficiali dei vincitori del prestigioso riconoscimento internazionale.
Sono strani, questi critici progressisti, democratici e antifascisti: non tralasciano mai di segnalare la contraddizione in cui cadono gli intellettuali antiborghesi che accettano i premi e gli onori dell’odiata borghesia, se essi sono di destra (vedi il caso di Filippo Tommaso Marinetti che, da rivoluzionario bramoso di fare a pezzi musei e biblioteche, si gode poi tranquillamente le prebende di accademico d’Italia); ma non hanno mai la memoria altrettanto buona quando la contraddizione viene dall’altra parte della barricata.
Tornando alla Jelinek, fu soprattutto il governo austriaco di centro destra a storcere il naso, quando le venne dato il Nobel (un po’ come è accaduto in Italia con un altrettanto controverso Premio Nobel a Dario Fo) e, in particolare, il politico Joerg Haider, con il quale la scrittrice diede vita a una lunga e astiosa polemica, che non è terminata neppure con la tragica morte del primo in un incidente automobilistico, l’11 ottobre 2008.
Infatti, la Jelinek, che Haider aveva definito, a suo tempo, «persona non grata» in Austria, si è abbondantemente e velenosamente vendicata, definendolo, in vita - con una inaccettabile semplificazione - «il nuovo Hitler» e continuando a scrivere contro di lui, anche dopo morto, dipingendolo come un fasullo Redentore (altra parodia voluta del cristianesimo, con intenti blasfemi), con tanto di discepolo prediletto che lo ama di un amore omosessuale: due piccioni con una fava, Haider e Cristo, due miti da infangare in un colpo solo.
Ma perché la Jelinek era stata definita «sporcatrice del nido»?
Perché nei suoi romanzi e nelle sue opere teatrali, invero terribilmente monotoni e decisamente mal scritti, non si concede alcuna variazione sul tema: quanto è brutta, ipocrita, ottusa, reazionaria ed esecrabile la società borghese austriaca (e, in prospettiva, europea e mondiale); il tutto senza neanche l’ombra di una proposta, chiamiamola così, alternativa, di un pensiero capace di costruire, oltre che di insultare: solo il piacere della distruzione per la distruzione; salvo, poi, intascare i premi e i quattrini di quella stessa, detestata borghesia, spingendo l’impudenza fino a farseli portare a casa.
Sia detto fra parentesi, proprio per le sue esplicite o implicite tirate anticattoliche e specialmente per i presunti danni dell’educazione cattolica ricevuta in gioventù, la Jelinek si è fatta una reputazione in Europa e specialmente nella progressista Germania (ma non nella bigotta e conservatrice Austria) e i maligni non esitano a insinuare che a ciò, molto più che ai modesti meriti letterari della bella signora, si debba la sua rapida e prestigiosa carriera letteraria: sta di fatto che ha deciso di lasciare il cielo non sempre mite della sua Vienna per la più tollerante e vivibile Monaco (che, invece, se ci è concessa una nota personale, chi ben conosce la capitale bavarese la descrive come una bruttura urbanistica e soprattutto come una città senz’anima).
Ma è proprio vero che, dopo 100 anni di esclusione, il primo scrittore austriaco meritevole del Nobel era proprio Elfriede Jelinek; non Hoffmantstahl, non Musil, non la Bachman?
Ed è proprio vero che la sua battaglia contro Haider e la destra austriaca era una battaglia per la libertà dell’arte, e non piuttosto una velenosa, insistente, demolitrice opera di profanazione dei valori europei, e nella fattispecie austriaci, a cominciare dalla religione?
Sì, la Jelinek è figlia di un ebreo; ma qui non siamo davanti ad una riedizione del processo Dreyfuss, né a una strenua lotta per salvare la libertà di pensiero e di espressione, sulla scia di Locke, di Voltaire e di quanti, sotto le apparenze della democrazia e della tolleranza, mirano, in realtà, a distruggere quel che resta della civiltà europea, abbattendo per prima cosa i suoi pilastri etici, religiosi e spirituali.
Prendiamo il caso del più noto fra i romanzi della Jelinek, «La pianista», del 1983, da cui è stato tratto anche, immancabilmente, un film, diretto nel 2001 da Michael Haneke e interpretato da Isabelle Huppert e Annie Girardot.
Si tratta di una minuziosa, noiosa, ripetitiva descrizione delle vuote e infelici giornate di una pianista quarantenne, che vive con la madre anziana, freudianamente dominatrice e freudianamente da lei odiata e temuta, ma anche ammirata, invidiata ed amata (perfino in senso incestuoso e omosessuale). Priva di amici e di risorse, costretta a sfogare la sua sessualità repressa nei cinema a luci rosse o, addirittura, spiando le coppiette che amoreggiano al Prater, alla fine la pianista instaura un rapporto sadomasochista con un suo giovane allievo; che, però, dopo averle dato un parziale appagamento, si concluderà in maniera catastrofica: lui la brutalizza e la deride e lei, annientata, si pianta un pugnale nella spalla e scende in strada, folle e sanguinante.
Affinché il lettore possa farsi, da solo, un’idea dello stile della Jelinek e del suo modo di porsi di fronte ai problemi umani, scegliamo questa pagina del romanzo (da: «Die Kalvierspelerin», Hamburg, Rowohlt Verlag, 1983; traduzione italiana di Rossana Sarchielli, Torino, Einaudi, 1991, pp. 228-31):

«…Poiché Erika continua a tacere, la madre le volta le spalle offesa. Anzi, addirittura disgustata dalla figlia, come lei interpreta il suo essere offesa. A subito dopo si gira di nuovo verso di lei e ripropone una edizione acustica delle minacce, a volume più alto. Erika digrigna ancora i denti, la madre impreca e lancia maledizioni. Sciorina una serie di accuse gridando a più non posso finché le parole non sfuggono al suo controllo. È in balia dell’alcool che infuria ancora nelle sue vene. Il Vov ha un effetto terribile e il crema cacao non è da meno.
Erika le sferra un attacco d’amore senza troppo entusiasmo, sa che la madre si lambicca già il cervello pensando alle terribili conseguenze per la loro vita in comune, conseguenze che la fanno inorridire: per esempio che Erika possa avere un proprio letto!
Erika si lascia trascinare dal suo slancio amoroso. Si getta sulla madre e la ricopre di baci.  La bacia come da anni non ha più nemmeno immaginato di fare.  L’afferra forte per le spalle e la madre furiosa mena colpi a destra e a manca, senza  cogliere nessuno. Erika la bacia proprio nel mezzo tra una spalla e l’altra, ma non sempre ci azzecca, perché la madre ogni volta butta la testa dalla parte, che, per l’appunto, non viene baciata. Nella penombra il suo volto è solo una macchia chiara racchiusa tra i capelli biondi, tinti, che aiutano a orientarsi. Erika bacia a caso su quella macchia chiara. Lei stessa è carne di questa carne! Di questa placenta fradicia. Preme ripetutamente le labbra umide sul volto della madre e la tiene stretta tra le braccia in una morsa d’acciaio, perché non possa difendersi. Si distende sopra di lei, dapprima su metà del corpo, poi su tre quarti, perché la madre comincia a picchiare sul serio e tenta di appiopparle dei manrovesci. La sua bocca cerca di schivare la bocca protesa di Erika ora da una parte ora dall’altra, con violenti scossoni del capo. La madre ruota la testa impazzita per sfuggire ai suoi baci ed è come una lotta amorosa, ma non è l’orgasmo il fine ultimo, bensì la madre in se stessa, la madre come persona. E questa madre si lancia risoluta nella lotta. Invano, però, Erika è più forte. Si abbarbica intorno alla madre come l’edera a una vecchia casa, anche se non si tratta di una vecchia casa accogliente. Erika succhia e rosicchia questo grande corpo come se volesse strisciare nuovamente al suo interno e mettersi al riparo. Dichiara il proprio amore alla madre e la madre, parlando affannosamente, sostiene il contrario, cioè che anche lei ama la bambina, ma che insomma deve farla finita immediatamente! Adesso è ora di smetterla! La madre non sa difendersi da quella tempesta di sentimenti che da Erika infuria verso di lei, e che nonostante tutto la lusinga,. D’un tratto si sente di nuovo corteggiata. È un presupposto fondamentale in amore quello di sentirsi rivalutati per il fatto che qualcuno, nei suoi desideri, ci conceda la precedenza sugli altri. Erika affonda i denti nella carne di sua madre e resta attaccata a lei che la respinge percuotendola. Più Erika la bacia, più la madre la percuote, primo per proteggersi e secondo per parare la bambina che sembra aver perso il controllo di sé pur non avendo bevuto nulla. La madre ruggisce in diverse tonalità: smettila! Intanto la blocca con energia. Erika continua a impazzare sulla madre come una furia assatanata di baci. La colpisce con prepotenza, anche se non troppo forte, perché da lei non giunge la reazione desiderata.  La picchia per ottenere qualcosa da lei, non per punirla,  ma la madre interpreta questo come un atto di perfidia, la minaccia e la insulta. Madre e figlia si sono scambiate i ruoli, picchiare spetta solo alla madre che dall’alto gode una vista migliore per controllare la bambina.  Crede di doversi difendere con decisione dagli attacchi parasessuali della sua rampolla e mena ceffoni nell’oscurità.
La figlia, un’amante bizzarra e inesperta, tira via le mani della madre e la bacia sul collo con intenzioni cripto sessuali. La madre, che a sua volta non ha un’educazione molto più raffinata in amore, adotta una tecnica sbagliata e butta tutto a terra urtando di qua e di là. La vecchia carne è quella che viene trascinata giù per prima. Non è più considerata come madre, bensì come pura carne. Erika bruca la carne della madre con i denti. continua a baciare e baciare, bacia la madre selvaggiamente. Questa definisce una porcheria quel che la madre le sta facendo, ha perso ogni autocontrollo. Ma non serve a niente - sono decenni che non la baciano più in quel modo e non è ancora finita! Adesso viene baciata con rinnovato ardore finché, al termine di un rullo di baci, la figlia, spossata, rimane semidistesa sopra di lei. La bambina piange sul viso della madre che la scaraventa  giù chiedendo se per caso impazzita. Non si aspetta e non riceve alcuna risposta, ma ordina di mettersi a dormire immediatamente, domani è un altro giorno! Le fa notare che l’indomani l’attendono impegni di lavoro. La figlia concorda con lei, è ora di dormire. Come una talpa cieca tasta ancora una volta il corpo della madre, ma questa spazza via con un colpo le sue mani. La figlia ha potuto vedere per un breve istante i peli del pube, ormai radi e sottili, che chiudono in basso Obeso ventre materno. Uno spettacolo insolito per lei. Finora la madre li ha tenuti rigorosamente sotto chiave! Durante la lotta, la figlia ha frugato di proposito nella camicia da notte della madre per poter finalmente scorgere quei peli, di cui non ha fatto altro che ripetersi in tutto questo tempo: eppure devono essere lì! Disgraziatamente la luce era troppo scarsa. Erika ha denudato la madre con la precisa intenzione di guardare tutto, ma proprio tutto. La madre ha inutilmente tentato di opporsi: Erika è più forte di lei, che si è distrutta a forza di lavorare - se si considera solo il suo corpo. La figlia le sbatte in faccia la verità di quel che è appena riuscita a intravedere. La madre tace per cancellare quanto è successo.»

Avremmo potuto scegliere altri brani, ad esempio quelli nei quali Erika spia le coppiette al Prater o quelli in cui lei e l’allievo Klemmer si scambiano i ruoli del sadico e del masochista, in un crescendo distruttivo ove la Jelinek si compiace di mettere in evidenza gli aspetti più sgradevoli, più brutti, più osceni dell’anima umana; il tutto con un linguaggio pornografico che ricorda quello degli adolescenti in vena di confidenze sessuali nella latrina di una scuola.
Abbiamo scelto quello della lotta amorosa fra Erika e sua madre perché, pur nella laidezza della situazione e dei sentimenti con i quali è cercata e vissuta dalla protagonista - che, fin dall’inizio, come scrupolosamente viene informato il lettore, altro non cercava se non di scoprire la nudità dei genitali materni - presenta nondimeno una certa originalità tematica, che, trattata in altro modo e da un più accettabile punto di vista, avrebbe anche potuto riuscire interessante.
Invece la Jelinek si compiace della dissacrazione per la dissacrazione: novella Sade, cerca di abbracciare più perversioni sessuali con un unico atto: in questo caso, l’omosessualità, l’incesto, il sadismo, il masochismo; e ciò al solo scopo, ci vorrebbe far credere, di denunciare la violenza e la falsità della società borghese e dei suoi valori, di condurre una battaglia purificatrice contro i danni mentali provocati dalla religione cattolica.
Invero, più che al cattolicesimo, brani come quello che abbiamo riportato fanno pensare a certi tabù del giudaismo («non scoprire la nudità della tua matrigna: è la nudità di tuo padre», ammonisce il Libro del Levitico), con una abbondante iniezione di freudismo, ma con un rovesciamento del complesso di Edipo, anzi di Elettra, in modo da trasferire le pulsioni sessuali della figlia non verso il padre (assente), ma verso la madre.
Questo modo di fare letteratura e di porsi di fronte ai problemi del cuore umano a noi sembra non soltanto disgustoso, ma anche intellettualmente disonesto e intimamente pornografico. Se  pornografia è spacciare la parte per il tutto, allora si vede subito che i moti dell’anima descritti dalla Jelinek sono solo una parte, fortunatamente una piccola parte, che qui viene ingigantita oltre ogni limite e assolutizzata; come Freud, del resto, ella fa della psicologia patologica una filosofia di vita, generalizzandone le situazioni ed erigendole a leggi supreme dell’esistenza.
Così come avviene con molta cultura degli anni Venti e Trenta, siamo in presenza di uno stravolgimento deliberato dell’uomo e della società europea; di una contraffazione, di una grottesca e orribile caricatura, che ricorda i disegni e i dipinti crudeli e cattivi di George Grosz o di Otto Dix, nei quali, pur partendo da un nocciolo di verità, veniva dissacrato e sbeffeggiato tutto ciò che per il popolo tedesco era nobile e bello, gonfiandone ad arte i limiti, i difetti, le contraddizioni.
Certo, lo Stato etico è sbagliato, perché non spetta allo Stato censurare, reprimere, controllare la cultura; ciascuno, tuttavia, ha il diritto di decidere da sé in che misura le critiche alla propria società, da parte di un intellettuale, siano leali e costruttive e quando, invece, esse non abbiano altro scopo che gettare confusione e smarrimento nel pubblico.
È un discorso molto delicato, lo sappiamo: e ci ricorda polemiche, anche recentissime, di casa nostra, come quella a distanza fra lo scrittore Saviano e il presidente Berlusconi a proposito di «Gomorra» e, più in generale, di come si debba porre uno scrittore che parla della mafia, allorché voglia denunciare il male senza con ciò denigrare la Patria.
È una questione complessa, sfaccettata, che non ammette regole generali ma che esige di essere calata nelle singole situazioni, considerando ciascuna come un caso a sé e rifiutando ogni pregiudizio o atteggiamento aprioristico.
Nel caso della Jelinek, a noi pare che vi siano pochi dubbi: sì, quella signora è una furba sporcatrice del proprio nido.
E  nemmeno fornita di autentiche doti letterarie.