Italia e Turchia: due percorsi a confronto
di Salvo Ardizzone - 02/04/2026

Fonte: Italicum
Dire che l’Italia sia assoggettata agli USA, più che affermazione è una banalità; nei discorsi comuni come nelle più dotte analisi lo si ammette come una realtà immutabile e immodificabile. Quali motivi di questa condizione si elencano come un mantra la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, l’appartenenza alla NATO, la strategica posizione del paese che mai gli americani lascerebbero, il pericolo di ritorsioni economiche e via discorrendo. Nei fatti è una sorta di autoconvincimento incapacitante, che magari porta a mormorare verso il Grande Fratellastro d’oltre Atlantico, ma poi ad alzare le spalle dinanzi a un fatto ritenuto ineluttabile, che ineluttabile non è, né lo è mai stato. Oggi, più che mai, è scelta. Ma ne parlerò più avanti.
Per affermare che, se si hanno le caratteristiche di popolo e nazione, a volerlo, c’è in ogni caso possibilità di scelta, traccerò il lungo percorso della Turchia - come l’Italia membro della NATO, come l’Italia posta in una posizione cruciale, come l’Italia con vulnerabilità economiche - che, da una posizione di totale sudditanza agli USA, è giunta a un’indipendenza strategica che le permette il conseguimento di ciò che ritiene i propri interessi nazionali. Mi scuso da adesso per il lungo excursus, ma è istruttivo, e dimostra come, sempre a volerlo, un paese possa acquistare la propria indipendenza pur partendo da condizioni peggiori di quelle italiche. Il punto è solo volerlo, ovvero, percepire il valore della posta in gioco ed essere disponibile a pagarne il prezzo.
La Turchia è un paese vasto e popoloso, ma ha soprattutto una naturale vocazione imperiale; è uno Stato-Civiltà che ha coscienza di sé, che - anche al di là dei propri confini - esercita influenza su vasti spazi che intende ordinare secondo schemi e valori propri, non negoziabili. È questa vocazione che l’ha sorretta dopo il 1918, nel lungo cammino doloroso successivo alla dissoluzione dell’Impero Ottomano. È stato questo sentimento profondo del suo popolo a impedire che il paese collassasse insieme all’Impero. Beninteso, cosa quasi mai notata, un impero che aveva un’anima non semplicemente asiatica, perché traeva dai Balcani molta della sua essenza.
Kemal Ataturk seppe evitare il disastro, ma – costretto dalle circostanze – fece virare il paese su posizioni nazionaliste, centraliste e laiche, per preservarne il cuore, sopravvivendo indenne alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale da cui seppe tenersi fuori. Ma, come abbiamo detto in altre occasioni, la geografia s’impone sempre: con il controllo sull’accesso al Mar Nero, affacciata sul Caucaso, con un piede in Europa e lo sguardo – e i confini – che si estendono nel cuore del Medio Oriente, la Turchia era molto, molto appetibile per Stalin (come, specularmente, per gli USA) che, invece di blandirla, finì per minacciarla, spingendola fra le braccia della NATO, in cui entrò nel 1952 e di cui divenne serva fedelissima, ancorandosi agli Stati Uniti e guardando all’Europa.
L’Esercito era il guardiano di questa postura, che ha mantenuto con seriali colpi di stato (furono tanti: nel 1960, 1971, 1980 e 1997), impedendo qualsiasi allontanamento dall’orbita di Washington e qualsiasi ritorno all’anima islamica. Al suo vertice informale, ma assai sostanziale, c’era lo Stato Profondo – per inciso: il termine è nato proprio per descrivere quello turco – costituito da uomini dell’Intelligence, delle Forze Armate e dai padrini della malavita turca – i babasi (non so a voi, ma a me ricorda qualcosa qui in Italia). I politici contavano allora assai poco.
Insomma, a dominare era quella che veniva definita Super Nato, a chiarire il totale allineamento. Ma al suo interno vi erano due fazioni: una incondizionatamente filo-USA, l’altra, crescente, che pur non sognandosi di mettere in discussione la fedeltà agli USA, vedeva in ciò una limitazione del proprio potere e ambiva a maggiore autonomia. E qui, per la prima volta, nel gioco s’inserì la politica.
Nel 2002 vinse le elezioni l’AKP di Erdogan, un partito islamista che si ispirava alla Fratellanza Musulmana, che s’incuneò da subito nella faglia fra le due anime dello Stato Profondo, iniziando la lotta per il controllo dello stato. Agli inizi, Erdogan si era appoggiato agli USA e a Fethullah Gulen, un sedicente pensatore islamico ma assai concreto agente americano, che dal 1999 si trasferì negli Stati Uniti, nei pressi di Langley, sotto la protezione della CIA.
Gulen aveva costruito l’Hizmet, un insieme di reti che nel 2000 contavano centinaia di migliaia di membri fra intellettuali, studenti, insegnanti, cattedratici, magistrati, professionisti, militari, funzionari statali e della sicurezza, imprenditori, giornalisti, controllando l’economia, gli organi dello stato, i media e influenzando l’opinione pubblica. Erdogan e Gulen erano assai diversi ma complementari: il primo riscuoteva il consenso fra le masse turche, il secondo controllava il potere.
Nel 2007, con la collaborazione degli USA, i due diedero il via all’Operazione Ergenekon, una colossale provocazione che decapitò le Forze Armate; più esattamente, decapitò la fazione che ambiva a maggiore potere e autonomia ed era la struttura più potente, grazie alla magistratura pilotata (vi ricorda qualcosa?). Nel 2011, a processi-farsa conclusi, Erdogan e Gulen avevano in mano la Turchia. E cominciarono le ostilità fra i due, per chi dovesse rimanere come unico padrone.
Allora, in Turchia, il potere era gestito da tre forze: l’Hizmet di Gulen, i militari e le reti del PKK. Dando prova di grande spregiudicatezza, Erdogan trattò con Ocalan, il capo del PKK detenuto nell’isola di Imrali e, concedendo assai poco e promettendo quel tanto che bastava, ne ebbe il sostegno. Fu l’inizio di una lotta sorda, fra tentativi di destabilizzazione, rivoluzioni colorate (quella del Gezi Park ne è esempio) e purghe interne, durante la quale Erdogan corse il rischio di fare la stessa fine di Mohammed Morsi, il presidente egiziano spazzato via da un golpe orchestrato dagli USA.
Per questo, in quel frangente, Erdogan si schierò apertamente con la Fratellanza Musulmana, avendone copertura politica e base elettorale che gli permise di sopravvivere e disarticolare le reti dell’Hizmet. Ma non toccò ancora l’Esercito, schierato a prescindere con gli USA. USA – allora erano quelli di Obama - che lo sopportavano con mal grazia, e lo lasciarono comunque solo dinanzi a Mosca quando, nel 2015, aveva provato a contrastare l’intervento russo in quella Siria che ambiva a considerare suo giardino di casa. L’abbattimento di un SU-24 lo costrinse a un pericoloso isolamento da cui uscì a fatica, ma fu il suo ultimo errore.
A metà luglio del 2016, Erdogan fece trapelare sulla stampa che si stava indagando su migliaia di membri delle Forze Armate e i militari gulenisti si videro perduti. Fu questo che fece anticipare al 16 luglio il golpe che era già in avanzata gestazione, con la benedizione americana e il fattivo appoggio saudita ed emiratino. Il golpe, però, non era affatto pronto. Per anticipare le mosse di Erdogan, i vertici militari lo fecero partire egualmente, e fallirono clamorosamente.
Fu la resa dei conti fra Super-NATO e il blocco di potere costruito dal Presidente turco: con quei presupposti, il colpo di stato – mal preparato e peggio eseguito – si risolse in un caos. Da subito partirono purghe già pronte, che azzerarono ogni opposizione fra militari, forze dell’ordine, magistratura, università e gli apparati dello stato. Già a fine settembre erano state processate 70.000 persone e 32.000 arrestate. Erdogan definì il golpe “il dono di Dio”, perché gli regalò un potere incontrastato.
Da allora, la Turchia si è lanciata in una politica neo-imperiale su più fronti, per perseguire ciò che ritiene il suo interesse nazionale. Lungi da me approvare l’intero operato di Erdogan, molte delle sue iniziative sono dettate dall’interesse personale, della sua famiglia e del gruppo di potere che lo circonda. Ma anche la Turchia ha avuto ampi dividendi dalle politiche intraprese: si è affrancata dalla sudditanza altrui ed è divenuta un battitore libero per gli interessi propri e del suo popolo. Naturalmente pagando il prezzo di non mettersi a rimorchio di qualcuno. Che ha un valore immenso per chi l’intende.
In pochi anni, la sua influenza è penetrata – diremmo ritornata – profondamente nei Balcani; si è installata in Libia (vergognosamente abbandonata dall’Italia) proiettandosi nel Continente africano fino al Corno d’Africa in cui s’è radicata; ha sposato la dottrina della “Mavi Vatan”, la Patria Blu, teorizzata dall’Ammiraglio Cem Gurdeniz, dilatando l’influenza sul Mediterraneo, e sui fondali ricchi di risorse energetiche del suo bacino orientale. Ha esteso la sua stabile penetrazione nel Caucaso, approfittando della distrazione russa causata dalla guerra in corso, legando a sé l’Azerbaijan e, attraverso esso, allargandosi nell’Asia Centrale. Infine, ma non per ultimo, ha diffuso la sua determinante influenza in Siria e fino all’Iraq. Che dire?
Mi viene in mente solo che la Turchia s’è sovrapposta al naturale estero-vicino dell’Italia senza che essa battesse ciglio nei Balcani, in Africa, nel Mediterraneo Orientale. Memorabile il modo in cui ha letteralmente sbattuto fuori l’ENI dalle concessioni regolarmente rilasciate da Cipro, infischiandosene di norme e codicilli.
In sintesi, e al netto delle buone maniere, la Turchia è passata da oggetto di politiche pensate altrove, per interessi altri, a soggetto inaggirabile nelle dinamiche di un vastissimo e cruciale quadrante di mondo. Certo, è progetto ambizioso, ambiziosissimo, che sconta risorse limitate e fragilità economica. E già nel 2018 è stata a un passo dall’andare a gambe all’aria sotto l’attacco voluto dalla prima amministrazione Trump alla moneta turca (vi ricorda ancora qualcosa accaduto giusto qualche anno fa alle latitudini italiane?).
Ma il fatto che se la sia cavata non fu fortuna, piuttosto frutto di lucida lungimiranza: l’anno prima, nel 2017, non aveva esitato a schierarsi accanto al Qatar assediato da Arabia Saudita ed Emirati e sotto il concreto pericolo di un’invasione. Fu una scomoda, ma decisiva, scelta di campo, che l’Emiro del Qatar al-Thani ricambiò con un assegno di 15 miliardi salvando al momento giusto le finanze della Turchia. E, impostasi fra i soggetti “adulti”, nell’odierno contesto internazionale, più che ad attaccarla si pensa a cooptarla. Perché lei ha acquisito un peso e sa agire. E questo, nel mondo reale, conta assai più dell’economia, lezione che i paesi europei non apprenderanno mai.
Erdogan è peggio che spregiudicato, a essere benevoli – ma tanto - è assai più simile a un corsaro delle relazioni internazionali piuttosto che a un capo di stato, afferra qualsiasi occasione che gli si presenta: ieri duettava con Israele per il dominio del Mediterraneo Orientale e le sue risorse energetiche; dopo il 7 ottobre, fiutata l’aria, lo aborre definendolo genocida, in realtà mettendolo nel mirino e preparandosi a sostituirlo dopo il suo suicidio.
Ankara ambisce alla medesima sfera di influenza cui aspira Israele e si sta adoperando per divenire il perno di un’aggregazione di stati mediorientali (con Egitto, Arabia Saudita, Pakistan) in cerca di nuovo collocamento dopo la destrutturazione del sistema di potere americano sulla regione. Non solo. Con le sue mosse calibrate, ha riscosso pure l’approvazione di Washington. Trump ha detto in faccia a Netanyahu che Erdogan è un ragazzo in gamba, duro, molto duro. E i problemi lui li risolve, non li crea.
Nel conflitto odierno, scatenato dall’irrazionale pulsione disruttiva e autodistruttiva israeliana, e dalla subalternità americana, il governo turco s’è posto razionalmente, non per questione ideologica, categoria che non gli appartiene, ma per lucidità: non vuole vedere in pezzi la parte di mondo in cui aspira a primeggiare. Con l’Iran sa di poter giungere ad accomodamento, con la scheggia impazzita israeliana no. E se gli USA, persa l’ennesima guerra in cui hanno sbagliato tutto, facessero i bagagli e lasciassero la regione, meglio ancora. Ankara si proporrebbe come affidabile plenipotenziaria. Attenta a ciò che ritiene i propri interessi prima d’ogni altra cosa.
E qui, avviandoci alla conclusione, torniamo al discorso iniziale: Storia dice che ai tempi della tanto (e, per molti versi, giustificatamente) vituperata Prima Repubblica, ci fu però una classe politica che provò a imbastire, seppur sotto tutela, una certa visione degli interessi nazionali. Naturalmente, chi azzardava soverchia indipendenza rischiava grosso, e gli esempi di Mattei, Moro o Craxi son lì a mostrarlo. Ma era un sistema che pur sempre ci provava.
Nulla a vedere con la situazione odierna, che vede governi e governanti stesi a zerbino dinanzi ai desiderata della Casa Bianca chiunque ne sia l’inquilino. A cui, nei decenni, si sono aggiunti quelli d’Israele. Eppure, a ben riflettere, i più evidenti vincoli del passato non reggono: la guerra è finita da più di ottant’anni ed è ridicolo farsi più servi oggi che allora; la NATO è un cadavere stramorto da cui pure gli USA vogliono uscire; la posizione geografica non è cambiata, ma è cambiato sideralmente il contesto, e l’Italia, invece che farne punto di forza, se ne ritrae per evitare decisioni. C’è la questione della debolezza finanziaria, immutata, ma, di grazia, in cosa può sperare Roma? Al seguito d’un fu Egemone, che mentre affonda neanche la considera, ha fatto di tutto, ma proprio di tutto, per affossarsi e per scansare qualsiasi passo verso chi ha buone carte in mano. Inutile citare Russia e Cina.
La verità è che l’Italia ha introiettato il vicolo esterno: la gente (esito a usare il termine popolo, che presupporrebbe altro) in un modo o nell’altro s’è adagiata e, oltre al mugugno, è indisponibile. Meno che mai sono disposti establishment e classe politica, che hanno per Stella Polare la sopravvivenza pensando di ottenerla evitando scelte. In tempi odierni, il miglior modo di fare naufragio. Ma è inutile provare a spiegarglielo.
Per cui, la convinzione autoconsolatoria e incapacitante che così è perché deve è una bufala, sì, ma vogliono crederci tutti. Per evitare conseguenze. In condizioni date, è però improbabile che lo Stellone italico basti a scamparla, come lo è l’arcidiffuso mantra “io speriamo che me la cavo”.
