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Ahmad Shah Massoud. In ricordo di un simbolo della libertà

di Franco Nerozzi - 09/09/2013

Fonte: comunitapopoli



Di tanto in tanto, nel corso della storia, le radici invisibili della Sacra Pianta della Tradizione alimentano frutti straordinari, destinati, per la loro rigogliosa pienezza, a nutrire perpetuamente gli spiriti affamati di luce. A volte sono uomini di filosofia, artisti, letterati, figure religiose e politiche, individui generosi che donano più di quanto abbiano ricevuto, personalità che trascinano con carismatica attrazione moltitudini di anime verso destini grandiosi. A volte sono guerrieri. Come quello che incontrai più volte nel paese degli Ariani, alte montagne e sconfinati deserti tra Persia, Cina, Russia e subcontinente indiano: l’Afghanistan.

Ahmad Shah Massoud, il “leone del Panjshir”, il comandante dei mujaheddin che negli anni ’80 combatterono e sconfissero le truppe di occupazione dell’Armata Rossa, parlava con la sobrietà e la semplicità degli uomini consapevoli del proprio valore. In una spoglia stanza di una casa segnata dalle schegge di bomba conobbi per la prima volta l’uomo che era già divenuto leggenda, incubo dei reparti sovietici, vessillo di libertà per un popolo che resisteva orgogliosamente all’imperialismo rosso. Il Panjshir, dove mi trovavo, aveva subito numerose offensive delle truppe di Mosca: bombardamenti a tappeto con Tupolev 16, e invio di venti, a volte trentamila soldati supportati da reparti corrazzati con l’appoggio di commandos che gli elicotteri russi depositavano sulle cime che circondavano la valle. Niente da fare: la distruzione dei villaggi, dei canali d’irrigazione e dei raccolti, il massacro di migliaia di civili, non era mai servito alla conquista della roccaforte di Massoud. Il comandante si ritirava, attendeva che i sovietici allungassero le loro linee nel dedalo di vallate e di remoti dirupi e puntualmente contrattaccava infliggendo al nemico pesanti perdite e umilianti lezioni di tattica militare.

“Con l’aiuto di Allah l’Onnipotente e il sacrificio dei combattenti del “Jihad” riporteremo la pace in Afghanistan” mi aveva detto sorridendo serenamente mentre cupi boati salivano dalla piana di Charikar, lo sbocco del Panjshir verso Kabul.

Ma la pace non arrivò: quando dopo la sconfitta del regime filosovietico Massoud entrò nella capitale dell’Afghanistan da Ministro della Difesa, trovò nuovi nemici. Le fazioni integraliste dei mujaheddin, quelle che Washington aveva privilegiato nelle forniture militari nonostante la loro evidente inconsistenza nella guerra all’Armata Rossa, scatenarono l’inferno nella città. Decine di migliaia di vittime e nuove distruzioni segnarono gli anni dal ’92 al ’94. Poi, per garantire tranquillità ai progetti di sfruttamento delle fonti di energia da parte delle multinazionali, e assicurarsi il controllo di un’area strategicamente essenziale, il Dipartimento di Stato foraggiò i “folli di Dio”, il movimento dei Talebani, gruppi di wahabiti pashtun con forti legami in Pakistan ed Arabia Saudita. Massoud lasciò Kabul nel ’96 per evitare alla popolazione nuove sofferenze: riprese la guerriglia nel nord, consapevole di dover fronteggiare ora le mire imperialistiche dell’altra Grande Potenza, che agiva nel suo paese attraverso i servizi di Islamabad.

Indipendente, libero, tradizionalista, incorruttibile: Ahmad Shah Massoud è morto per questo. Fin da giovane aveva combattuto perché l’Afghanistan rimanesse fedele alle proprie tradizioni: iscritto al movimento islamista, a partire dai tempi del liceo aveva partecipato alla lotta politica contro le ingerenze straniere nel Paese. L’attività del movimento era diretta in senso ri-voluzionario anche contro i privilegi delle classi dominanti, accusate di tradire lo spirito dei codici sociali tradizionali afghani : primo fra tutti quello che prevede meccanismi di riequilibrio delle disparità economiche tra individui, secondo i precetti del Corano. Il giovane tagiko partecipava alle marce di protesta contro l’intervento statunitense in Vietnam e si rendeva protagonista di accese manifestazioni antisioniste che venivano organizzate all’Università di Kabul. Poi, con un pugno di fedeli compagni prese le armi, salì in montagna e diede vita alla prima resistenza anticomunista d’Afghanistan.

Da allora, per quasi trent’anni, fece quello che un guerriero deve fare: combattere, anche quando la sconfitta appare certa, sancita non dal valore del nemico quanto dalla decadenza di un’epoca che premia il vile ed ignora il coraggioso.

E di coraggio ne aveva, Massoud. La prima linea era per lui l’ambiente naturale in cui si muoveva dando l’impressione di schernire il pericolo. Accanto ai suoi ragazzi e ai suoi vecchi ufficiali, affrontava il nemico con il Kalashnikov imbracciato, la ricetrasmittente incollata all’orecchio per impartire gli ordini. Bastava la sua presenza in un punto del fronte che stava per cedere per rovesciare le sorti della battaglia. Accanto al comandante sembrava che nulla di male ti potesse succedere. Il nostro ultimo incontro avvenne nel novembre del 1998 a Taloqan, quando la città era assediata da diecimila Talebani. La situazione appariva disperata, le forze del Mullah Omar, sostenute da volontari pakistani ed arabi avevano scatenato un’offensiva su più fronti. L’aviazione bombardava il centro della città, in particolare il mercato, e numerose erano le vittime tra i civili. Anche il Panjshir era sotto attacco. Inoltre, un uomo armato, protetto dal vestito femminile che copre interamente la figura era stato fermato poco prima che potesse avvicinarsi pericolosamente a Massoud per l’ennesimo tentativo di assassinio. Di fronte a tutto ciò, il comandante aveva fatto rientrare in Afghanistan la moglie e i figli dal loro sicuro rifugio in Tagikistan. Il segnale per i suoi uomini era chiaro: il Leone avrebbe resistito, e avrebbe vinto ancora una volta.
Parlammo in francese durante un colloquio che si concluse con la promessa di rivederci di lì a breve: mi salutò dicendomi ” torna in pace alla tua famiglia”. Io pensai alla sua, riunita in qualche casupola di fango ad attendere un nuovo inverno di guerra.

Questo era Massoud, l’uomo che qualche mese prima della sua morte fece di malavoglia un giro in Europa. Lui, che mai lasciava le sue montagne e i suoi mujaheddin, venne spinto dai suoi consiglieri a percorrere per qualche giorno gli untuosi corridoi della politica occidentale. Trovò ciò che ci si poteva aspettare: l’imbarazzo e la freddezza dei pingui burocrati di Strasburgo di fronte a qualcuno la cui sorte era forse già stata decisa. Un uomo con cui non si possono fare affari è un uomo totalmente inutile per l’Europa delle Banche.

Il 9 settembre di quest’anno due algerini con passaporto belga hanno fatto esplodere una carica di esplosivo nella stanza in cui Massoud stava per rilasciare una intervista.

Un “regalo” di Bin Laden ai suoi protettori di Kabul, si è detto. Fatto sta che con Ahmad Shah Massoud scompare il condottiero che si è opposto per tutta la sua esistenza alla concezione materialista del mondo che marxismo e capitalismo hanno cercato di imporre al suo Paese.

Per me, con lui, è scomparso non un amico, perché della sua amicizia mai sono stato degno, ma un luminoso esempio di libertà. Il frutto straordinario di una pianta dalle antiche radici nascoste .