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Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane divenute schegge impazzite

di Francesco Lamendola - 03/03/2015

Fonte: Arianna editrice


 


 

Gilbert Keith Chesterton se n’era accorto: il mondo moderno, cercando di sopprimere, dimenticare, “oltrepassare” il cristianesimo, non lo ha veramente soppresso, né dimenticato, né, tanto meno, oltrepassato: ne ha fatto esplodere le virtù originarie, i cui frammenti sono sparsi ovunque, proprio come delle schegge impazzite.

Un buon esempio di questo fatto è dato dall’umiltà. In termini cristiani, si tratta di una delle più grandi virtù; in un certo senso, il presupposto di tutte le altre, perché, senza umiltà, non ci sono né fede, né speranza, né carità; e perfino le virtù pre-cristiane, come la fortezza, la giustizia, la prudenza e la temperanza, diventano insipide o possono trasformarsi nei loro opposti. Ma l’umiltà laica, o piuttosto laicista, non è affatto una virtù: è una follia; è il continuo dubitare di tutto, mettere in forse ogni certezza, vergognarsi perfino di sé, di quello in cui si crede. Mentre l’umiltà cristiana era uno stimolo a bene operare e a ben vivere, l’umiltà laica e moderna è diventata un freno e un impaccio a qualunque azione e sfocia in un relativismo che rende problematico il fatto stesso di vivere.

La stessa cosa vale per la bontà. La bontà cristiana è una virtù da persone forti; da persone forti che si piegano su chi è più debole, che si inginocchiano accanto a chi soffre, che si fanno carico di chi non ce la fa a portare la propria croce. La bontà “moderna” è diventata buonismo: qualche cosa di fiacco e, sovente, di ipocrita; una debolezza travestita, né più, né meno.

È chiaro che, sulla scia di simili “virtù”, non si va lontano; meglio: non si va da nessuna parte. Non sono virtù: sono i camuffamenti di una cattiva coscienza che cerca di dissimulare il proprio edonismo sfrenato, il proprio cinico utilitarismo, e che, troppo vile e pigra per aver voglia di battersi, finge di essere amante della pace, mentre ama solo il quieto vivere.

Ma ecco come si esprime Chesterton nel suo saggio «Ortodossia» (Brescia, Morcelliana, 1926; Edizioni Martello, 1988, pp. 45-8):

 

«Se […] io dovessi descrivere con precisione il carattere di Bernard Shaw, non potrei farlo se non dicendo che egli ha un cuore grande e generoso, ma non ha il cuore a posto. Altrettanto può dirsi, in generale, della società tipica del nostro tempo.

Gli uomini moderni non sono cattivi, in un certo senso, son fin troppo buoni.  Il mondo è pieno di virtù selvagge e messe in subbuglio. Quando un sistema religioso è sconvolto, come il cristianesimo all’epoca della Riforma, non si scatenano soltanto i vizi. I vizi – rilasciati – dilagano e danneggiano. Ma anche le virtù,  lasciate in balia di se stesse, si diffondono più selvaggiamente e fanno anche più terribili danni. Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perché sono scisse una dall’altra e vagano senza meta. Così alcuni scienziati coltivano la verità, ed è una verità senza pietà;  così alcuni umanitari coltivano la pietà, e la loro pietà (mi dispiace il dirlo) è  spesso nemica della verità. […]

Noi ci occupiamo qui dell’umiltà sotto un solo aspetto. L’umiltà era intesa, in senso largo, come un limite posto alla superbia  e al desiderio insaziabile dell’uomo; il quale è continuamente disposto a non contentarsi dei benefici conseguiti inventando sempre nuovi bisogni. La sua stessa possibilità di godere distrugge per metà i suoi godimenti. Nella incessante ricerca di piacere egli perde il primo dei piaceri: il piacere della sorpresa. Onde è chiaro che un uomo il quale voglia far grande il suo mondo, deve far piccolo se stesso. Anche le superbe visioni, le alte città, i pinnacoli audaci sono creazioni dell’umiltà. I giganti che calpestano le foreste come erba sono creazioni dell’umiltà; le torri che spariscono nel cielo al di sopra della stella più solitaria sono creazioni dell’umiltà; perché le torri non sono alte se non ci voltiamo in su per guardarle e i giganti non sono giganti se non sono più grandi di noi. Tutte queste figurazioni gigantesche, che danno forse all’uomo la più grande gioia di cui sia capace, sono in fondo di una perfetta umiltà. Senza umiltà è impossibile apprezzare alcuna cosa, non escluso l’orgoglio.

Ma quella di cui ora ci lamentiamo è una umiltà fuori di posto. La modestia si è spostata dall’organo dell’ambizione a quello della convinzione, col quale essa non ha mai avuto niente da fare. Un uomo ha diritto di dubitare di se stesso, non della verità; questa proposizione è stata esattamente rovesciata. Oggigiorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui dovrebbe non credere; e dubita esattamente in quella parte in cui non dovrebbe dubitare: la ragione divina. Huxley predicava un’umiltà  soddisfatta di apprendere dalla natura, ma il nuovo scettico è tanto umile che dubita anche delle sue possibilità di apprendere. Così non avremmo sbagliato se avessimo precipitatamente affermato che il nostri tempo non ha una sua propria forma di umiltà. La verità è che questa umiltà c’è effettivamente, ma in pratica essa è più deleteria delle più disumane prostrazioni ascetiche.  L’umiltà di una volta era uno sprone che impediva all’uomo di fermarsi; quella di oggi è un chiodo in una scarpa che impedisce all’uomo di andare avanti. L’umiltà di una volta induceva l’uomo a dubitare dei suoi sforzi e lo spingeva ad un lavoro più intensa; l’umiltà moderna fa che l’uomo dubiti dei suoi fini e che non lavori più.

A ogni angolo di strada possiamo trovare chi ci viene incontro con la pazzesca e blasfema dichiarazione che egli può avere torto. Ogni giorno ci imbattiamo in qualcuno il quale ci dice che, naturalmente, la sua opinione può essere la giusta. Ma, evidente,ente, o la sua opinione deve essere quella giusta o non è la sua opinione. Noi siamo sulla strada di tirar su una generazione di uomini di uomini di tale umiltà mentale che non oseranno credere alla tavola pitagorica. Corriamo il rischio di vedere dei filosofi che dubitano della legge di gravità come di una loro fantasia. I beffardi scettici di una volta non si lasciano convincere perché troppo superbi; quelli d’oggi perché troppo umili.»

 

L’impazzimento delle antiche virtù cristiane è divenuto materialmente visibile soprattutto nel corso della Rivoluzione francese, uno degli eventi-cardine della modernità. I “philosophes” illuministi non ebbero mai l’onestà intellettuale di riconoscere il loro debito nei confronti del cristianesimo, anzi, sovente lo presero a bersaglio polemico della loro battaglia per il progresso: tuttavia è innegabile, da chi abbia un minimo di senso critico, che, senza millecinquecento anni di etica cristiana, le parole d’ordine di libertà, fraternità e uguaglianza non sarebbero state neppure concepibili. Eppure fu in nome di esse, e specialmente della tolleranza, che si tagliarono le teste e si ridusse la Vandea ad un deserto: le antiche virtù erano impazzite, avevano perso il loro quadro di riferimento naturale e si erano separate dalla loro ispirazione originaria. Si dirà che tale stravolgimento si era già manifestato nel corso della storia dell’Europa cristiana, ed è vero: quello che rende folli la libertà, la fraternità e l’uguaglianza laiche è la pretesa di assolutizzarle, pretesa che il cristianesimo non aveva mai avuto.

L’orizzonte cristiano non ha mai proclamato una singola virtù come assoluta, né come avulsa dalle altre, perché non ha mai perso di vista il collegamento fra la virtù e la grazia, cioè fra il mondo naturale, umano, e quello soprannaturale; e  se ciò, talvolta, è avvenuto, si è trattato quasi sempre di interpretazioni unilaterali del cristianesimo, tipiche delle eresie medievali. Il catarismo, ad esempio, che viene continuamente tirato in ballo per il solo motivo che ciò permette di puntare il dito contro la crociata bandita da Innocenzo III e le crudeltà perpetrate da Simon de Montfort e i suoi seguaci, aveva assolutizzato la virtù della purezza, denigrando il corpo fino alla sua svalutazione assoluta: nella prospettiva dei catari, sposarsi e far nascere dei figli era abominevole, perché alimentava il mondo malvagio, invece di depotenziarlo. L’evidente follia di questa concezione è provata dal fatto che i catari erano stati costretti a elaborare e praticare una doppia morale: una per i seguaci esterni al movimento, o meglio per i simpatizzanti, e una per i veri credenti, i “perfetti”, che rifiutavano ogni tipo di contatto con la pretesa impurità del mondo.

Soprattutto, nell’orizzonte cristiano non esiste squilibrio o disarmonia fra le singole virtù e l’insieme dei doveri e delle responsabilità della vita. Questo era stato chiarito nel cristianesimo delle origini, una volta per tutte, e sia pure al prezzo di un certo numero di compromessi con il mondo. Per esempio, la pace e la povertà furono assolutizzate ed estremizzate da alcuni gruppi e individui, ma la Chiesa decise di intervenire, chiarendo una volta per tutte la giusta interpretazione di esse, in senso evangelico. Così, coloro che, nel tardo Impero Romano, rifiutarono non solo di combattere, ma anche solo di lasciarsi arruolare, come San Massimiliano in Africa, vennero, sì, celebrati come martiri, ma non vennero mai proposti come esempio, né, tanto meno, le loro scelte imposte come necessarie alla salvezza o alla perfezione cristiana. E coloro i quali, più tardi, proclamarono che Cristo era stato povero e che la povertà totale era indispensabile ai suoi seguaci, vennero scomunicati da Giovanni XXII e trattati da eretici.

Si comprende bene come esista una notevole differenza fra il dire che la povertà e l’aspirazione alla pace sono virtù cristiane, e pretendere che il “vero” cristiano viva in assoluta povertà e rifiuti di impugnare la spada, anche solo per la difesa strettamente intesa. La Chiesa, nel corso dei secoli, aveva elaborato sia la dottrina della guerra “giusta”, sia quella del giusto uso delle ricchezze. Essa non ha mai detto che chi serve nell’esercito andrà all’Inferno, né che la salvezza è esclusa per chi non si spogli di tutti i propri beni; e questo per la buona ragione che simili dottrine sono estranee alla lettera e allo spirito del Nuovo Testamento. Né Cristo, né San Paolo hanno mai condannato il soldato in quanto tale, o il ricco in quanto tale; Cristo si è limitato ad osservare quanto sia raro che un ricco entri nel regno dei Cieli, a causa non dei beni, ma dell’attaccamento che i beni provocano in colui che li possiede, distogliendolo da Dio; e San Paolo ha affermato esplicitamente che ciascuno deve rimanere nello stato in cui si trova al momento della conversione, occupando il proprio posto nella società, ma con uno spirito nuovo. Nemmeno la schiavitù è stata condannata in se stessa: piuttosto, si è chiesto ai padroni di trattare i propri schiavi come dei figli o dei fratelli.

Nel mondo moderno, anche queste due virtù sono impazzite. Il pacifismo e il pauperismo sono diventate dottrine radicali e intolleranti, nemiche di qualsiasi accomodamento, di qualunque confronto con la realtà. Sant’Agostino aveva incoraggiato i suoi concittadini a resistere, nella città di Ippona, all’assedio dei Vandali; ma certi pacifisti pretenderebbero che si debba andare incontro a qualunque nemico disarmati ed inermi, e tacciano di militaristi e guerrafondai anche coloro i quali sostengono la teoria e la pratica della guerra difensiva contro l’ingiusta aggressione. Di nuovo: resistere al male con la non-violenza è una scelta, e può anche essere una scelta appropriata ed ammirevole, almeno in talune circostanze; purché non la si voglia imporre a tutti e non si neghi agli altri il diritto difendersi materialmente.

Quanto alla povertà, è ben noto tutto il male che ha fatto l’estremizzazione del pauperismo di origine cristiana. Esso è sfociato in una sorta di mitizzazione della figura e della condizione del povero, giungendo alla balorda affermazione che il povero ha sempre ragione; e, nella cosiddetta teologia della liberazione, che la Chiesa, sull’esempio di Cristo, ha un amore preferenziale per i poveri. Se proprio si vuol tirare il Maestro per il lembo della veste, allora bisogna riconoscere che Cristo, che ha mostrato e proclamato amore per tutti gli esseri umani, semmai ha mostrato una speciale sollecitudine per i sofferenti, e non solo per quanti soffrono in senso fisico; che non ha mai disprezzato i ricchi, frequentando - anzi - volentieri le loro case, allo scopo di convertirli; che ha sempre mostrato una speciale compassione per chi è lontano da Dio, di qualunque condizione sociale.

Comunque, a parte la teologia della liberazione, che è pur sempre un fenomeno cristiano (condannato, peraltro, da Giovanni Paolo II), l’aspirazione alla povertà, nella Chiesa, ha sempre trovato il modo di esplicarsi nelle sedi appropriate, negli ordini religiosi, limitando la proprietà privata agli oggetti di uso personale; fuori di essa, nel mondo laico e secolarizzato della modernità, il pauperismo non ha prodotto se non fenomeni regressivi, come quello dei “clochards”; o ingenue idealizzazioni, come quella che taluni hanno ricamato intorno alla vita dei Rom; oppure, ancora, comportamenti bohèmien sostanzialmente ipocriti, come quello dei giovani i quali, specialmente negli anni ’60 del Novecento, rifiutavano il lavoro e ogni forma d’inserimento nella società “borghese”, salvo lasciarsi mantenere dai genitori, nella veste fraudolenta di studenti eternamente fuori corso.

La conclusione è che il mondo moderno, che crede di essersi sbarazzato del cristianesimo, non ha saputo elaborare una visione della vita altrettanto ricca, profonda e adeguata ai singoli e differenti aspetti della realtà; non ha saputo elaborare se non una scienza senz’anima, una economia senza compassione, una estetica senza bellezza, una filosofia senza senso, una morale senza valori assoluti, dunque in balia di un continuo relativismo. In compenso, l’orizzonte del mondo moderno è letteralmente ingombro delle macerie e delle schegge impazzite delle antiche virtù cristiane, le quali, divenute estranee al proprio significato originario, non solo più di alcun aiuto o sostegno all’uomo, ma sono divenute degli assurdi scandalosi e delle pietre d’inciampo.

Senza contare il ritorno della barbarie, quella barbarie che il cristianesimo aveva allontanato e tenuto a bada per quasi duemila anni: il sadismo (si pensi agli spettacoli circensi), l’idolatria (delle cose, del denaro, del successo o del potere), l’orgoglio intellettuale senza limiti, il disprezzo per la dignità della persona umana, la sfrenatezza edonistica eretta a sistema.

Al mondo moderno, giunto al limite dell’implosione, altra risorsa non è rimasta che cercare d’imporre, con la forza, il rispetto dei cosiddetti “diritti umani” (versione laica e aggiornata dei dieci comandamenti): ed ecco i Parlamenti precipitosamente impegnati a votare leggi, una dietro l’altra, per punire i cori razzisti negli stadi sportivi, la discriminazione verso gli omosessuali, la violenza contro le donne, e perfino chi manifesta certe opinioni storiche, sbagliate quanto si vuole, ma in sé legittime, ad esempio in materia di Olocausto. Come se, fino a ieri, percuotere o uccidere una donna non fosse reato; o come se percuotere o uccidere un uomo, nel caso che a farlo siano delle donne (come talvolta accade), sia un reato meno grave.

Virtù cristiane impazzite, appunto. Solo che il cristianesimo cercava di PERSUADERE gli esseri umani alla bontà, agendo dall’interno dell’anima, mediante la conversione; il moderno laicismo li vuole COSTRINGERE alla virtù (in senso giacobino), con il codice penale, con le manette e con il carcere; o forse – chissà – presto anche con il ripristino della “santa” ghigliottina…