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Obbedite, greci, o la Troika si vendicherà

di Filippo Ghira - 30/06/2015

Fonte: Il Ribelle


La Bce ha bloccato gli aiuti finanziari ad Atene e Tsipras ha parlato di ricatto scegliendo di stimolare l'orgoglio nazionale dei greci chiamati a decidere, attraverso un referendum, se accettare o meno le richieste della Troika. Immediati i contraccolpi sui mercati finanziari con il crollo dei listini di Borsa e con il rialzo dello spread tra i Bund tedeschi e i Btp italiani decennali, espressione di una Italia che vanta il secondo debito pubblico europeo (132% sul Pil) per entità.

Uno scenario abbondantemente previsto sin da quando il nuovo governo si era installato ad Atene. Non era infatti pensabile che Tsipras e Varoufakis, arrivati al potere in nome di una svolta dichiaratamente più “sociale”, potessero fare marcia indietro in maniera così spudorata ed incominciare a tagliare le pensioni, tanto per citare la misura che sta più a cuore al Fondo monetario, alla Bce e alla Unione Europea che, nei fatti, si identifica con la volontà della Germania. Niente riforme che assicurano tagli reali alla spesa pubblica, e quindi al debito, niente soldi che in realtà sono nuovi debiti, destinati a coprire i precedenti. Questa la linea di Angela Merkel e della tecnocrazia internazionale che ritengono di scarso effetto immediato, sotto l'aspetto delle entrate finanziarie, le proposte alternative presentate da Tsipras, come l'aumento delle tasse sugli utili delle imprese.

La chiusura delle banche per cinque giorni, decretata dal governo, è stata così conseguente. Da qui le lunghe file dei cittadini, spesso inutili, ai bancomat per procurarsi denaro con il quale sopravvivere. Gli istituti greci infatti sono in crisi di liquidità dopo che la Bce ha deciso di non accettare più in garanzia i titoli di Atene che ormai vengono considerati a livello di carta straccia. Con un debito giunto al 177% del Pil, e senza prospettive di abbatterlo, dare altri soldi alla Grecia, o meglio alle banche greche, sarebbe privo di senso. Così ragionano a Berlino (Merkel), a Francoforte (Draghi) e a Washington (Lagarde).

Al di là delle spiegazioni di facciata, la crisi greca nasce da tre fattori. Una moneta, l'euro, che non ha dietro di sé uno Stato ma soltanto una Banca Centrale. Una moneta unica nella quale, per motivi di immagine e di prestigio, si è voluto coinvolgere troppi Paesi membri della Ue, anche quelli che non avevano i conti a posto nell'ottica del Patto di Stabilità. Tipo appunto la Grecia che ha dovuto utilizzare la consulenza della Goldman Sachs, che li aveva truccati, per riuscirvi. Secondo, un'Unione Europea che sa funzionare soltanto come un unico grande mercato e le cui istituzioni, Parlamento e Commissione, sanno soltanto produrre leggi e disposizioni assurde per regolamentare ogni aspetto della vita dei cittadini e delle imprese. Il terzo fattore, conseguenza dei precedenti, è l'inevitabile e fisiologica volontà dei singoli Paesi di perseguire l'interesse nazionale.

Lo ha fatto la Germania che detta la linea agli altri membri, non c'è da stupirsi che lo faccia la Grecia che sta pagando pesantemente le responsabilità dei governi precedenti che hanno gonfiato la spesa pubblica e il debito interno per alimentare le proprie clientele elettorali. Una situazione che si è ulteriormente aggravata per le responsabilità degli organismi internazionali che, fin dallo scoppio della crisi, all'inizio del 2010, avevano imposto misure all'insegna dell'austerità che hanno fatto crollare la domanda interna e bloccato l'economia. Le banche europee che avevano finanziato senza problemi i sogni di grandezza di socialisti e conservatori, culminati con le Olimpiadi del 2004, dopo aver lucrato alti interessi sui prestiti erogati, sono uscite sostanzialmente bene dalle vicende greche considerato che i titoli pubblici in portafoglio sono stati girati al Fondo Monetario, alla Bce e all'Unione europea. Quindi agli altri Paesi membri e ai loro cittadini.

Una socializzazione delle perdite che la dice lunga su quali siano gli interessi che vengono privilegiati a Bruxelles e Francoforte. Angela Merkel, che non può che fare la dura per non scontentare i suoi elettori, ha scoperto l'acqua calda sostenendo che «se fallisce l'euro, fallisce l'Europa», salvo poi parlare di«solidarietà e responsabilità». Rispetteremo l'esito del referendum, ha fatto sapere la Cancelliera. Che sarebbe a dire che, in caso di un No, la Grecia verrebbe lasciata al suo destino. A sua volta, il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, ha escluso che la Grecia possa tornare alla dracma e ha usato parole dure per la decisione di Tsipras di andare al referendum. «Stare nell'euro – ha detto – non è come giocare a poker». Similitudine infelice considerato che ci sono giocatori che devono fare vedere le carte ed altri che le possono nascondere. Gli Stati devono fare infatti i conti con l'economia reale e le sue cifre mentre le banche trovano sempre chi le finanzia e le salva. In Europa (la Bce) come in America (la Federal Reserve).

Juncker ha rivendicato alla Troika di avere molto ammorbidito le proprie richieste, in senso più «sociale ed equo» ma ha lamentato che Tsipras abbia abbandonato il tavolo delle trattative, preferendo rivolgersi ai cittadini che voteranno domenica 5 luglio. Nel piano proposto alla Grecia, ha insistito, «non c'era stupida austerità». Altra uscita infelice che sconfessa tutto quello che la Troika aveva fatto accettare ai governi precedenti, in termini di taglio delle pensioni e degli stipendi pubblici, di aumenti dell'Iva (con effetti pesanti sui consumi) e di privatizzazione delle aziende pubbliche.

I governi stanno così assumendo come ipotesi concreta quella di una bancarotta greca e di una uscita dall'euro. Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha ostentato tranquillità. Il nostro debito non è a rischio, ha sostenuto, e ci sono le armi per combattere la speculazioni. Nel senso che c'è la Bce che compra i titoli di Stato e ne impedisce un crollo delle quotazioni. La soluzione prospettata è quindi sempre finanziaria. Una soluzione tampone che non incide sulla salute dell'economia reale e che si aggiunge a tutte quelle pensate in Europa per salvare ed aiutare sempre e comunque le banche e gli altri operatori finanziari.