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Pezzi eversivi di uno stato a pezzi

di Giulietto Chiesa - 04/11/2006




Bastano poche parole per mostrare quale fosse – molto probabilmente quale sia tuttora – il significato e la portata delle operazioni di spionaggio, depistaggio, creazione di materiali compromettenti, da usare come arma contundente, o come strumento di ricatto, ecc, che sono state scoperte dagl'inquirenti.

Queste parole sono: “disarticolare, anche con mezzi traumatici” il nemico. Il nemico sono tutti coloro che si oppongono alla coalizione di centro-destra, cioè tutti coloro che non vogliono Berlusconi al governo dell'Italia.

Chi parla, anzi chi scrive queste cose, è, o dovrebbe essere, un “servo dello stato”. Invece è il servo di una delle parti in campo, che dovrebbero, in un paese democratico, fronteggiarsi politicamente ad armi pari. Invece adesso risulta che non era una battaglia ad armi pari, ma era un complotto in cui pezzi dello stato, usando dei loro poteri, segretamente, lavoravano, anzi combattevano, per una parte contro l'altra.

Non un nemico esterno, ma avversari politici. E' un linguaggio militare in senso stretto, puntuale. Ed è scritto in un documento del Sismi e si riferisce a un'operazione a largo raggio, che si sta dipanando da anni. In questo caso con la partecipazione attiva di settori della Guardia di Finanza. Ma non è detto che si tratti sempre degli stessi protagonisti.

Il fatto che emerge, anche questa volta, è che si sono formate delle agglomerazioni in cui elementi, gruppi , spezzoni di vari organi dello stato, variamente compositi, collocati a diversi livelli della macchina amministrativa, militare, poliziesca, giurisdizionale, dei servizi segreti, con la partecipazione attiva di settori del sistema informativo, agiscono in modo eversivo per cambiare il corso delle cose alle spalle dei cittadini e contro le regole democratiche.

Avviene, è avvenuto, tutto ciò, fuori dal controllo della politica? In altri termini: è possibile che questi complotti (come chiamarli diversamente, anche se di sicuro la cosa fa indignare Pier Luigi Battista, che non ha mai creduto ai complotti e, anzi, ritiene inammissibile che se ne parli?) si siano svolti, siano stati concepiti nelle pieghe malate di organi dello stato, senza che la politica c'entrasse in alcun modo?

Toccherà alla magistratura individuare il livello delle responsabilità. Ma intanto possiamo constatare che i fatti acclarati sono avvenuti tutti sotto il governo di Silvio Berlusconi cui, dunque, tanto per cominciare, si può già ascrivere la responsabilità oggettiva della mancata vigilanza. I servizi segreti dipendono infatti direttamente dal presidente del consiglio. Dove stava, dormiva?

Forse dormiva come Storace quando era presidente della Regione Lazio, e non sapeva, l'innocente, che c'era gente che voleva fargli vincere le elezioni a tutti i costi, spiando clandestinamente Marrazzo e manipolando le firme a sostegno della lista di Alessandra Mussolini per toglierla dal gioco. Guarda che amici, guarda che dedizione! Certo, si facevano pagare, per questo, ma non si è ancora potuto scoprire chi li pagava. Forse altri amici di Storace pagavano senza dire niente all'interessato. Come quelli che fanno azioni di beneficenza ma – per colmo di modestia - non vogliono che si citi il loro nome tra i donatori.

Ecco, spiare Prodi avrebbe potuto essere molto utile per toglierlo di mezzo come antagonista di Berlusconi, ma come si fa a dimostrare che è stato Berlusconi a stimolare l'azione eversiva? Impossibile. Anche in questo caso dobbiamo, per forza di cose, supporre che attorno a lui si annidino amici così generosi da correre dei rischi per conto del padrone, che agiscono senza nemmeno informarlo. Così come dubitare che il Marini abbia fatto tutto da solo il dossier Telekom Serbia? E' evidente che nessuno, nel centro-destra, ha mai messo il naso in questa faccenda. Tutto da soli fanno, questi amici di Berlusconi.

Anche se i ricordi che si affollano alla mente dicono tutti che è sempre stato da destra che sono venute azioni eversive contro l'ordinamento repubblicano. Che, in qualche caso, sono state battute per la risposta di quelle che allora si chiamavano le masse popolari, ma in altri casi sono perfettamente riuscite. Esempio preclaro quello della strategia della tensione, che riuscì, a colpi di bombe, a mettere l'intera sinistra sulla difensiva, dopo averla divisa al suo interno (disarticolata, per l'appunto) e dopo avere portato al potere Bettino Craxi, che da quella strategia ricavò il massimo dei dividendi politici.

Ma è evidente che questi banditi, piazzati nei gangli vitali della macchina dello stato, agiscono con scopi politici e usano mezzi militari. Se il termine “azione eversiva” ha un qualche significato, sembra proprio che sia questo

Si noti la formulazione. Sembra copiata dai documenti delle Brigate Rosse. Anche loro volevano disarticolare gli organi dello stato, volevano confonderli, impedire una risposta coerente, volevano scompigliare.

E qui verrebbe subito da chiedersi chi ha inventato la formula. In fondo le Brigate Rosse vennero molto tempo dopo il golpe tentato dal Generale De Lorenzo, o dopo il Piano Solo. E sappiamo che, dentro le Brigate Rosse non furono pochi, fin dall'inizio, gl'ispiratori che provenivano dai servizi segreti e dalle commistioni tra questi e ambienti dell'estrema destra eversiva.

Ma lasciamo pure da parte questa ipotesi sul copyright dell'espressione. Certo è che quel “disarticolare, anche con mezzi traumatici” lascia libero campo alle domande. Che cosa significa “anche con mezzi traumatici”?

Certo che ficcare il naso nella dichiarazione dei redditi del presidente del consiglio in pectore è un “mezzo traumatico”. Certo che accumulare informazioni compromettenti sulla vita privata di decine di politici, ma anche di imprenditori, costituisce un “evento traumatico”: non solo sulla loro vita privata, anche sulle loro carriere, che possono essere stroncate, o deviate dal loro corso normale. E anche sulla vita dei cittadini-elettori, che si trovano di fronte, molto spesso (quanti sono gli episodi verificatisi in questi ultimi anni?) , a episodi sconcertanti di “voltagabbanesimo”, la cui causa trasparente è un combinato composto di ricatti e di compravendita di posti e prebende. E, quando gli equilibri tra le forze sono molto fragili e delicati, ecco che comprare un elemento della squadra avversa, o costringerlo al silenzio col ricatto, sono eventi sostanzialmente traumatici.

Ma è solo di questo che si sta parlando? Atto dagli effetti traumatici potrebbe essere considerata l'azione diversiva, magari molto distante tematicamente dalla politica, ma che “distrae” all'improvviso milioni di persone, influisce emotivamente sui loro comportamenti, li costringe a pensare “ad altro”. La vittoria della squadra del cuore, o della nazionale di calcio può svolgere, in certi paesi, questa funzione. Una grande tragedia nazionale, per esempio. L'arresto di un uomo politico di rilievo nazionale, o il suo rapimento, o la sua uccisione. E qui già ci stiamo avvicinando al significato primario di “atto traumatico”. Per esempio anche una bomba a fini di strage è un “mezzo traumatico”.

Tutte cose che, nel nostro paese, sono già accadute nei decenni precedenti. Tutti episodi sui quali ancora non è stata fatta piena luce, a decenni di distanza. E questo dimostra che l'eversione continua dopo l'atto traumatico primario, e consiste nelle successive, sempre più complesse, operazioni di copertura, di depistaggio, di ricatto.

Abbiamo vissuto in mezzo ai complotti, in una democrazia malata, in uno stato colabrodo percorso in lungo e in largo da bande di criminali. Ogni tanto andiamo a votare, con la sempre più tenue speranza che serva a qualche cosa, ma solo per renderci conto che il nostro voto può essere manipolato con pochi sforzi da coloro che possono controllare le nostre vite, e perfino i nostri sentimenti. Semplicemente decidendo che dobbiamo guardare e sentire, in un dato giorno, a una data ora, ciò che “loro” hanno deciso che noi dobbiamo sentire e vedere. Parlo naturalmente dei mezzi d'informazione: protagonisti di tutte queste eversioni. Non perché le abbiano create loro, ovviamente, ma perché non svolgono il loro lavoro di componenti essenziali del tessuto democratico del paese, perché non vigilano, perché non indagano, perché non vedono, qualche volta perché sono complici.

Certo, è facile, per i depistatori odierni, metterla in ridere, mostrando come gli attori banditi di questa commedia utilizzassero perfino l'eversione a fini privatistici, per ricavarne qualche vantaggio personale. Come il maresciallo dei carabinieri che partecipa al rapimento di Abu Omar, insieme alla Cia, perché spera di essere raccomandato a entrare nel Sismi di Pollari. O come i gaglioffi dello Storacegate. O come gli spioni che ficcavano il naso nelle dichiarazioni dei redditi di Prodi, ma anche di un sacco di altra gente, per aggiungere al ricatto politico – da elargire ai potenti che pagavano lautamente – anche una serie di altri ricattucci privati, anch'essi pagati, ma non più a scopo politico, bensì per fare soldi, per portare a letto qualcuna recalcitrante, per estorcere qualche regaluccio.

Ma c'è poco da ridere, se si misura il livello di gaglioffaggine generale. Chi fabbricò la faccenda dell'uranio del Niger era un gruppetto di “scartine”malavitose, di quaqquaraqquà mezzi portaborse e mezzi spioni, che non sapevano nemmeno falsificare bene una lettera. Ma il loro lavoretto venne pur venduto a potenti, che lo usarono. La guerra contro l'Irak fu fatta anche con quelle miserabili cartacce. Dunque i piccoli gaglioffi che vanno a mettere le bombe nella banca dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, non sono peggio di quei grandi gaglioffi che scatenano una guerra agitando fialette piene d'inchiostro nero di fronte al mondo, da uno scranno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

E c'è ancora qualcuno che ha il coraggio di chiamare democrazia questo acquitrino?


di Giulietto Chiesa
da Galatea