Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Giovinezza, primavera di scontentezza

Giovinezza, primavera di scontentezza

di Roberto Pecchioli - 08/05/2026

Giovinezza, primavera di scontentezza

Fonte: EreticaMente

La giovinezza è, secondo la vecchia canzone proibita, primavera di bellezza. Altri tempi. Nell’Occidente sazio e disperato, la seconda causa di morte dei giovani, dopo gli incidenti, è il suicidio e la quinta l’uso di sostanze stupefacenti. Moltissime ragazze e giovani donne soffrono di bulimia o anoressia. L’alcolismo è sempre più diffuso senza distinzione di sesso, così come la dipendenza dai media e dalla tecnologia. Dilaga la smania per un divertimento compulsivo, nevrotico, esagitato, vissuto non come giusto intervallo ma elevato a ragione di vita. L’immagine più comune è di giovani curvi sullo smartphone, impegnati a smanettare compulsivamente tra reti sociali e messaggi. Tutto indica che il nostro è un mondo inadatto a chi entra nel labirinto della vita. Non deve essere facile essere ragazzi oggi. Lo conferma un’indagine del portale skuola.net, che disegna una generazione stressata tra ansia, bugie e poca voglia di studiare. Giovinezza, primavera di scontentezza?

 Più della metà degli adolescenti non vuole andare a scuola, non per svogliatezza ma per stress, la triste risposta a stimoli percepiti come eccessivi o minacciosi. Niente altro, verrebbe da pensare, che una sensazione giovanile, se non che i ragazzi hanno paura di deludere le aspettative – personali e familiari – e vedono con ansia un futuro precario, privo di sbocchi. La scuola viene ritenuta inutile, anche perché le generazioni hanno introiettato un’idea strumentale dello studio, che deve innanzitutto “servire”, con buona pace della cultura, del senso critico e dell’educazione alla vita. Tutto cambia troppo rapidamente, si dissolvono non solo le certezze di ieri ma anche le speranze di domani. L’ottanta per cento degli studenti dichiara che i compiti sono troppi, le verifiche e le interrogazioni difficili. È il contrario della verità, ma come può pensarla chi è abituato dalla nascita alla comodità, a non avere dinieghi da parte della società e dei genitori (quando ci sono), disabituato ai limiti e all’impegno costante? I ragazzi sono lo specchio della società che li plasma. Se, come spesso si afferma, non hanno valori o scopi, è perché così li vuole un sistema di apparenti libertà, in realtà di gabbie o dipendenze.

 Nel recente referendum sulla giustizia sembra che siano stati soprattutto i giovani a votare no, ossia ad opporsi al cambiamento. Una tendenza opposta a ogni tempo, in cui le ultime generazioni hanno sempre impugnato la bandiera della novità, dell’entusiasmo, dell’esplorazione di vie non ancora battute. Al contrario, se lo stress, come conferma la psicologia, è una reazione nervosa che prepara alla lotta o alla fuga di fronte a richieste emotive, cognitive o sociali, pare che le ultime generazioni vivano in difesa, sfuggendo alle responsabilità, evitando di impegnarsi e di mettere se stessi, come l’Ulisse dantesco, per l’alto mare aperto. Diventano prigioniere di un conformismo soffocante, scandito dai riti del consumo, dal terrore della disapprovazione sociale, di non essere “come tutti gli altri”, al tempo in cui ogni gesto, pensiero, atto quotidiano viene analizzato nell’arena impietosa dei social media. Non hanno torto, ahimè, a sentirsi perennemente sotto osservazione, sottoposti al giudizio feroce del branco, il cui non-pensiero altro non è che la volgarizzazione delle idee dominanti, veicolate da Internet, dalla pubblicità, da torme di interessati influencer, dalle mode.

 Giovinezza scontenta, “liquida” in quanto confusa, priva di segnavia, dai comportamenti imprevedibili, simile a uno sciame che si muove senza apparente ragione e obiettivo. Anche quando corre al “divertimento” (spesso lo sballo, l’assunzione di sostanze e alcol in ambienti spersonalizzanti come le discoteche) dà l’impressione di compiere un rito, aderire a un’abitudine: conformisti di quello che chiamano trasgressione ed è invece partecipazione non pensante al gregge. Uscire dal quale è più difficile che mai; il baccano spinge (quasi) tutti dalla stessa parte, tra consumo, rumore, eccitazione alimentata ad arte sostenuta da dipendenze sempre più diffuse, ostentazione, esibizionismo da social media, non di rado seguito dall’amara sorpresa del pollice abbassato, delle critiche sprezzanti senza appello.

 Logico che l’energia giovanile si trasformi in tristezza, se non in disperazione. Meglio rifugiarsi nell’omologazione, nel pensiero gregario, nell’adesione a tutte le mode. Quasi nessuno dei giovani sa spiegare perché consuma tanto alcol, assume sostanze pericolose, o perché ricopra il corpo di tatuaggi. La maggioranza segue senza pensarci le condotte di massa, ignara o indifferente all’evidenza che sono indotte e alimentano un sistema sociale, economico e politico profondamente ingiusto. Non si ribellano – se non a comando su temi futili o inventati – anche per mancanza di alternative. Non le forniscono la scuola, altoparlante del potere, né la cultura, tutt’al più evocata in pillole sotto forma di domande ai motori di ricerca o alle scatole magiche dell’Intelligenza Artificiale, i nuovi oracoli di Delfi. Li hanno convinti che la libertà è questo. Le domande di senso – politiche, etiche, spirituali – sono respinte, derise. Che cosa dovrebbero fare, le ultime generazioni, se non comportarsi come vuole il potere che li sfrutta e, quando gli serve, li mobilita? Vivono senza colpa nel nichilismo pratico, correndo in branco da una parte all’altra. La meta è stabilita dall’alto e mancano gli strumenti culturali per rendersene conto.

 Chi è al potere ha responsabilità tremende, delle quali un giorno dovrà rendere conto. Non tutto, tuttavia, è negativo. I giovani più perspicaci rifiutano questo destino. La ragione permette di discernere la natura morale delle cose, determinando ciò che è giusto o ingiusto; quando tale natura è determinata da puro utilitarismo, dai desideri e dagli appetiti delle masse suscitati dalle oligarchie, dalla sfrenata libertà di volontà, si instaura la pura irrazionalità. Se la giovinezza è oggi un’età di scontentezza, irrazionalità e conformismo, esistono crescenti eccezioni. Una è il volontariato disinteressato di chi sa dare e donare. Un’altra è un certo risveglio spirituale, minoritario ma non trascurabile. La maggior parte dei giovani agisce spinta da impulsi ben poco elevati o rozzamente strumentali, non pochi diffidano della forma attuale della società.

 La libertà di cui apparentemente godono è senza scopo, una parola suggestiva priva di significato, ambigua. La libertà, tanto cara alle masse giovanili imbottite di nichilismo pratico, non è movimento, ma capacità di muoversi in cui conta la direzione. La libertà cui aspirano è peggiore dell’assenza di libertà perché è una bandiera mossa dalla volontà dei potenti. Concetto difficile da far capire ai più, ma alcuni giovani comprendono che la libertà deve essere illimitata quando è diretta al bene; limitata o combattuta se è diretta al male, guidata con delicatezza quando esita o si confonde. La libertà è la capacità di discernimento che permette di abbracciare il bene e rifiutare il male. Al contrario, la libertà in cui viviamo nelle finte democrazie viene presentata come pura autodeterminazione, una libertà negativa eterodiretta tra luci accecanti.

 Nei fatti i giovani non possono agire liberamente nella democrazia trucco e parrucco. Possono, ad esempio, formare liberamente una famiglia? Possono possedere una casa che permetta loro di crescere i propri figli? Evidentemente no: l’astuzia del potere è screditare, deridere, rendere sgradevole, anacronistico, ogni impulso naturale, sino ad estirparlo. In cambio concede una libertà illimitata di abbandonare il coniuge o il compagno/a, di uccidere i figli nel grembo materno, di cambiare sesso; concede libertà sessuali a profusione e un’abbondanza di intrattenimenti che annebbiano la mente; intanto il futuro è precario, i salari si abbassano, la povertà si diffonde, la ricchezza si concentra, i servizi pubblici si deteriorano. I giovani più riflessivi scoprono tristemente che Nostra Signora Democrazia impone loro di rimanere bambini irrequieti, degli irresponsabili che esigono la soddisfazione degli istinti più bassi, alimentando ogni sorta di bizzarria antropologica che trasforma in massa informe iperconnessa, negando la possibilità di una vita dignitosa.

 I meno ingenui iniziano a rendersi conto che la libertà di cui godono consiste nel vivere come criceti nella gabbia. Cominciano a capire che la democrazia è uno strano sistema dove i sedicenti rappresentanti della volontà popolare non si accordano sull’accesso al lavoro o all’abitazione ma sono unanimi nello stanziare miliardi per guerre lontane. Qualcuno capisce di essere truffato: piaceri degradanti in cambio del furto di ogni orizzonte etico e spirituale, istruzione scadente che trasforma in manodopera flessibile, libertà senza fini che rende schiavi del consumo e delle infinite dipendenze in mostra nel supermercato. E che la democrazia dei plutocrati è in realtà il totalitarismo morbido previsto da Tocqueville, che “assomiglierebbe all’autorità paterna se, come quella, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità; ma, al contrario, desidera solo fissarli irrimediabilmente nell’infanzia, privandoli al contempo del turbamento del pensiero e dello sforzo di vivere.” Rallegriamoci che una lucida minoranza delle ultime generazioni si ribelli a questa spazzatura: l’inverno dello scontento può diventare estate gloriosa.