Azzurro
di Giuseppe Gorlani

Fonte: Giuseppe Gorlani
La luce del sole cancella il brillio degli astri, scende dalle cime dei colli, dal cipresso slanciato sino al prato ove illumina steli d’erba secca, coccole rossicce, rametti, insetti, passeri. E il bambino che di lì passa celebra la bellezza della volta celeste agitando le mani. Talvolta ci si chiede da quale indicibile felicità origini l’azzurro, se abbia nomi ulteriori, se gli uomini siano consapevoli dell’influsso che esso ha sull’anima. I persiani già prima che, divenuti islamici, costruissero moschee con minareti a imitazione dei cipressi, lo chiamavano lazurd. La presenza della zeta seguita dalla u trasmette un senso di esattezza straniante; non sorprenderà dunque – pur estasiando – che le cupole siano solcate da forme geometriche intersecantisi in modo vertiginoso.
“Azzurro” è il colore di alcuni importanti Dei indiani: Vishnu, con Krishna e Rama suoi
avatara, la terribile e provvida Kali, Shiva; in Occidente esso è pure il colore attribuito allo sposo ideale, al principe che sa volgere le tempeste in quiete, le miserie esistenziali in magnificenza. I veli in cui si avvolgono le fate benigne sono spesso cilestrini. L’Italia è un paese particolarmente azzurro, lambito dal mare e incoronato da montagne innevate; persino i suoi atleti sono detti “azzurri”.
«[…] e sulla mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontano fa specchio
Il mare […]»[1]
“Mesta landa”, giacché tra tanta bellezza prosperano, sotto mentite spoglie, animi oscuri che non si peritano di darsi ad attività ignobili, contrarie al Dharma, uno dei quattro fini dell’esistenza. Poche gocce di veleno sono in grado di rendere imbevibile una grande quantità d’acqua pura.
Goethe, Shelley, Keats e altri nobili spiriti del Nord Europa vennero in Italia per inebriarsi d’azzurro. E noi li accogliemmo come nubi, li rallegrammo con la consapevolezza della nostra leggiadria.
Oggi son rari i giorni in cui al cielo sia dato dispensare il suo purissimo colore. Per lo più dominano il grigio o l’azzurrognolo pallido: colori adatti agli spazi cittadini, ma non a campagne, poggi, catene montuose. Verrebbe da chiedersi «Chi ti tradì, Italia»? Chi ti svendette al falso “utile”? Chi ti sminuì in bellezza, gaiezza e dignità?
Qualsiasi qualità tuttavia non abbisogna della quantità per essere penetrata; basta un veloce lampo per conoscere la luce. Similmente dicasi circa la bellezza del nostro cielo: basta un giorno sfuggito al demone spargitore di veleni e lo si ama per sempre. Da ciò l’importanza dell’inferenza ermetica: dalla presenza alla Presenza.
Certo, la scorza fatua dell’uomo, caratterizzata da lassitudine, è alla quantità che chiede soddisfazione: pregia e insieme teme il tempo, ma non sa risolvere l’attimo nell’eterno; vivendo avvinta allo scorrere delle ore e dei giorni non riesce a distillare piena soddisfazione dall’ hic et nunc. Pertanto è abile nello scorgere le astratte costruzioni mentali su cui si edifica la Storia, ma non la deflagrante meraviglia di là dal tempo. Con Lucio Apuleio dovrà innanzitutto nutrirsi delle rose a Iside offerte, disfarsi della pelle d’asino, ritrovare in sé la Luce dell’Uno e custodire, pur circondato da cecità diffusa, questa illuminazione sub rosa.
L’azzurro che traluce nell’istante è sia porta sia barriera. Con la sua vacuità confonde e spaventa, ma per la medesima ragione concentra l’attenzione nei sadhaka attratti dalla Conoscenza per identità, introducendoli all’introspezione.
«[…] Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle […]»[2]
Nei versi del Poeta recanatese si coglie il pathos che l’azzurro suscita negli artisti e, in generale, nelle persone sensibili. Questo colore cade dall’alto ad avvolgere l’animo, permeandolo di prana, saturandolo di vivide stelle; l’azzurro insegna la sapienza profonda, la cui acquisizione comporta spesso uno strazio acuto, difficile da sopportare. Basta un rapace che voli nella perfezione celeste affinché i miasmi dell’ignoranza vengano fugati e la consapevolezza di essere in nuce l’Essere si faccia strada in noi.
Agli occhi di molti il Leopardi appare come un grande cantore amaro e persino disperato, ma forse la grande anima che egli fu sorrideva sottilmente, giacché oltre il vuoto intuiva l’Ineffabile. Il Poeta-filosofo lasciò impronte penetranti e concluse il proprio breve arco esistenziale sparendo nell’ironica leggerezza napoletana: una sorta di koan Zen, assai più di un enigma.
L’azzurro è una tra le note principali nella sinfonia universale della bellezza. Azzurri – ci dice Terence White, che soltanto in parte scrive per dilettare animi infantili – sono il fiato degli unicorni nella vecchia Inghilterra di Magonia e i segni sotto i loro occhi: «Ai lati del naso avevano due solchi azzurro chiaro che gli arrivavano fino alle orbite, circondandole di un’ombra pensosa».[3] È un ponte, l’azzurro: póntos, che per i greci era il mare, gettato tra l’esteriorità e l’interiorità, una sorta di segno che ci invita a seguire la direzione del superamento della dualità.
Tutto ciò va detto senza tema di esagerare, quasi le parole fossero frammenti musivi di un carme porto in omaggio al sentimento dell’esiliato o alla gioia che lo pervade quando alla casa avita ritorna. E non si deve temere di nutrire in modo eccessivo emozioni passeggere. Non esagera il cuculo che dalla quercia lancia il suo richiamo, mentre il puer-senex, sdraiato sul leggero declivio punteggiato di orchidee, tra le braccia di Core, Dea che mai ha abbandonato il prato fiorito, rivolge lo sguardo al cielo vuoto e stupendo. Non esagera l’arpeggiare della tiorba che dalla finestra aperta incontra tra le siepi le farfalle.
Contenerne l’intensità senza irrigidirsi né cedere alla dispersione profana è il segreto che l’azzurro svela. Sinché spontaneamente la porta si apre e si realizza la beatitudine della Coniunctio. Allora, anche negli occhi scuri per nascita si affacciano sfumature cerulee e il mystes, ormai privo d’una identità separata, “vede” quel che È di là dall’apparente impenetrabilità delle cose.
Nel Vijnanabhairava, nella stanza 83 o 84, a seconda delle edizioni, si dice che fissare lo sguardo nel cielo privo di nubi porta ad ottenere rapidamente la natura di Bhairava, ipostasi di Shiva, la cui potenza, Para, sostiene e trascende il Tutto.[4]
Nel cielo, simbolo dell’Essere ineffabile, affonda le proprie radici l’albero cosmico, l’Asvattha, che rappresenta l’axis mundi intorno al quale ruota il divenire. Scrive Alfredo Cattabiani: «Se il cosmo è la manifestazione delle energie divine creatrici, ogni albero, ogni pianta, ogni fiore è informato da un’energia divina, ovvero da un dio: è una teofania».[5] Dunque agisce in modo saggio la giovane donna che ogni giorno, all’alba, va a sedersi sulla pietra sotto il cerro a trarre ispirazione. La voce dell’albero le si manifesta dall’interno in forma di respiro e di paziente intelligenza. Saprà perseverare? Saprà attraversare il deserto del non-sapere? Vedere oltre il sensibile, richiede “oltranza”.[6]
Nei prati italiani è assai diffuso un fiorellino che comunemente viene chiamato “Occhi della Madonna”, il suo nome latino è Veronica Persica e i suoi petali sono azzurro chiaro; quando non vi sono altre fioriture importanti le api si posano su di essi per suggerne lo scarso polline. Le regine del nettare, fecondatrici per eccellenza, bottinano e cantano la loro gratitudine, sentimento che i contemporanei hanno dimenticato. Costoro credono di poter spiegare ogni aspetto dell’esistenza con la scienza empirica, ma non hanno coscienza d’essersi accecati. Che cosa rincorrono? Il nulla, non certo l’azzurro.
[1] Da La ginestra o il fiore del deserto, Giacomo Leopardi, Canti – Operette morali, a c. Di Giorgio Ficara, Mondadori
Edit., Mi 1987, p. 247.
[2] Da All’Italia, ibid., p. 69
[3] T.H. White, Il Re che fu il Re che sarà, a c. di M. Scorsone, Oscar Draghi, Mi 2021, p. 243.
[4] Vijnanabhairava – La Conoscenza del Tremendo, a c. di Attilia Sironi, Introduz. di Raniero Gnoli, Adelphi Ediz. 1989, Mi, p. 88.
[5] A. Cattabiani, Florario, Mondadori Edit., Mi 1996, p. 7.
[6] Scrive Davide Susanetti in Vertigine della soglia, op. cit., p. 81: «Occorre oltranza per andare oltre. Per infrangere il limite che ci arresta, per avanzare nei meandri del labirinto verso un’uscita di luce».

