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Come e perchè non viviamo più in una civiltà

di Riccardo Paccosi - 07/05/2026

Come e perchè non viviamo più in una civiltà

Fonte: Riccardo Paccosi

Il concetto di civiltà è inevitabilmente relativo. Ma oggi non si pone il problema di fare confronti fra una civiltà e l'altra, bensì di comparare il recente passato d'una data civiltà - quella occidentale - col suo tempo presente. 
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Da tale comparazione, ebbene, risulta che la fase della civiltà occidentale avviatasi con l'Età Contemporanea si stia nella sua più intima sostanza dissolvendo, senza però venire sostituita da nient'altro. 
O meglio: permane l'intelaiatura della civiltà precedente sul piano istituzionale, normativo e linguistico; ma al di fuori di questa valenza residuale e simulacrale del vecchio ordine, a riprodurre quotidianamente il mondo in cui viviamo è soltanto la brutalità efficientistica del mercato e delle macchine - divenuti un'unica entità - che non contempla alcun valore, che non esprime alcuna etica e che dunque ha reso il mondo una gigantesca ruota che perpetuamente gira intorno al Nulla. 
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Intorno a questa "ròta ch'eternamente è mossa" di macchine e mercati, si muove a sua volta una moltitudine di larve umane che - compiaciute e tronfie del sentirsi tutte quante individui separati gli uni dagli altri - hanno azzerato ogni percezione di loro stesse come popolo e come società.
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Non c'è più civiltà perché non c'è più civiltà del diritto, ovvero si stanno dissolvendo magna carta, habeas corpus, costituzioni nazionali, per non parlare poi del diritto internazionale: tutto è finito stritolato da un nuovo assolutismo che giustifica il proprio indiscutibile comando in quanto latore di auto-attribuita oggettività scientifica e/o morale. 
Naturalmente, tantissimi si compiacciono di tale percorso a ritroso dal costituzionalismo all'assolutismo perché, in fondo, la civiltà del diritto constava solo di "pezzi di carta".
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Non c'è più civiltà perché il ritmo non-umano delle macchine e della connessione h24 dissolve i legami d'appartenenza collettiva, l'empatia e il desiderio di confronto.
In questa società che si autodefinisce "inclusiva" permangono le dinamiche di contrasto interne all'opinione pubblica, ma quest'ultima prende posizione sulle vicende del mondo non già afferendo a un'identità di massa o a un sistema di pensiero, bensì seguendo l'emotività brutale e irrazionale ch'è propria della folla. Perché la regressione da massa a folla possa darsi, naturalmente, è necessario anche qualche assioma moralista mutuato dai dispositivi para-identitari che governano i processi sociali e che vengono denominati "destra" e "sinistra". 
Al sentimento dell'etica comune che muoveva le vecchie ideologie di massa, così, si contrappone oggi un'isteria moralistica e scomposta, espressioni d'incendio emotivo della durata di un giorno e che la folla dimentica velocemente sì che i suoi componenti possano tornare, altrettanto velocemente, alla loro usuale condizione di larve individualiste.
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Non c'è più civiltà perché lo spazio occidentale è stato trasformato dall'immigrazionismo in un non-luogo, ovvero ogni grande città è composta da segmenti di popolazione che non hanno più in comune una lingua, una cultura e una memoria storica. 
Ogni nazione multietnica dell'Occidente è suddivisa in enclave metropolitane neo-tribali, ovvero in una moltitudine di reciproci sconosciuti. 
Ogni città sta così diventando uguale all'altra esattamente come da tempo sono uguali gli aereoporti, i fast food e i centri commerciali in ogni angolo del mondo.
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Non c'è più una civiltà perché la cancellazione della memoria storica e dei legami generazionali, nonché la cancellazione della sfera del sacro e della spiritualità, hanno dissolto il tempo e dunque il senso della morte e il desiderio dell'avvenire. 
In questo contesto privo di teleologia, i tecnocrati possono permettersi di evocare l'escatologia e di cianciare sull'Anticristo: ma non lo fanno per alludere a una Salvezza postapocalittica, bensì per far sentire la Fine come condizione stabile.
Una Fine senza fine e senza un fine, dunque, che non lascia spazio ad alcun senso che non sia la riproduzione senza senso della e nella Macchina. 
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Tutto quello che ho fin qui esposto (e che certamente va ampliato) riguarda sì l'Occidente, ma solo in parte il resto del mondo.
In altre parti del pianeta, infatti, permangono in misura maggiore forme famigliari e comunitarie nonché identità e retaggi generazionali. In altre parti del mondo, insomma, esiste ancora il tempo e quindi esiste ancora l'avvenire.
Perché si possa tornare a sentire e ad amare il tempo, dobbiamo dunque sperare che quella grande intelaiatura avvolta sul Nulla che è l'Occidente, crolli nella sua interezza.