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Sul collo le stanghe del fato

di Miguel Martinez - 13/01/2007

 

Francesco, instancabile frequentatore di questo blog, commentando il post sul Villaggio Tedesco, ha scritto ieri:

"Ordunque, come mai questa passione per i dettagli di quella roba orrenda che fu la guerra aerea anglo-americana?

In fin dei conti ha lasciato pochissimi segni sul'immaginario occidentale (oserei dire che se ne vergognano e la ignorano) e qualcheduno maggiore su quello tedesco e giapponese."

Francesco dice una profonda verità.

Esiste un ampio e rumoroso dibattito sui temi della cosiddetta "memoria storica" e del "revisionismo storico", che si concentra su sei brevi anni della storia europea (1939-1945).

Una sessantina di anni fa, c'è stata infatti una guerra spaventosa, che ha coinvolto tre blocchi di nazioni, cristallizzati rispettivamente attorno alla Germania, la Russia e gli Stati Uniti/Inghilterra.

Le tre nazioni-calamita rappresentavano anche tre modelli sociali che possiamo chiamare, molto sommariamente, fascista, comunista e liberista.[1]

Di questi tre attori, i fascisti sono morti, i comunisti pure, mentre i liberisti sono vivi e vegeti, non sono pentiti e non sono cambiati in nulla, se non nella migliore efficienza: basta leggere gli ultimi due post su questo blog, che riguardano eventi degli anni Quaranta  e di oggi. Per capirci, è sottile il capello che collega D'Alema a Stalin, è spesso il cavo che collega Roosevelt a Bush.

Quindi i liberisti dovrebbero essere quelli che ci interessano, o ci preoccupano, di più.

Invece, tutto l'eccitato dibattito si concentra sulla domanda, sono stati più cattivi i fascisti o i comunisti?

Più se ne discute, meno si vede la terza parte: i liberisti. Cioè quelli che hanno raso al suolo i centri storici di decine di città italiane e si divertivano a mitragliare i contadini sui loro carretti, lungo i sentieri di campagna.

Ci sono tremendi ricordi personali in merito, ma nessun ricordo pubblico: gli antifascisti tacciono perché i liberisti erano i loro alleati allora, gli anticomunisti perché i liberisti sono i loro alleati oggi.[2]

Anzi, adesso si tende a risolvere il litigio, dando ragione ad entrambi i contendenti, perché se i fascisti e i comunisti sono entrambi cattivi, i liberisti diventano per esclusione gli unici buoni.

Ecco che accanto alla Giornata della Memoria - che deve compiacere gli antifascisti - sorge una "Giornata del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe e dell'esodo degli istriani" che deve compiacere gli anticomunisti.

Il dibattito tra "revisionisti" e "antirevisionisti" non solo nasconde questo punto centrale. Nasconde anche il contesto antropologico e quello storico.

Parliamo delle foibe o di Marzabotto, come se fossero successi nel vuoto. Un tale, ispirato da una "ideologia criminale" (fascismo o comunismo, a scelta),  si alza la mattina, come la coppia di Erba fissata con le pulizie, e fa una mattanza.
 
Prendiamo per buone, per un  momento, le peggiori accuse contro i partigiani, italiani e jugoslavi. Basta però guardare quello che succede in qualunque guerra civile, dalla Bosnia all'Algeria all'Iraq, per capire come si comporta normalmente la gente in tali casi. La domanda interessante diventa, come mai i partigiani da noi sono stati così poco sanguinari? [3]

Ma la contestualizzazione antropologica vale anche per l'altra parte: l'Algeria ai tempi della rivolta contro il dominio francese, il Vietnam durante la guerra e l'Iraq oggi ci insegnano tutti che ogni occupante deve seminare il terrore e creare terra bruciata attorno a chi si ribella. Teach them to say Uncle, dicono gli americani.[4]

Da un confronto tra Falluja e Marzabotto, l'unica differenza sostanziale che emerge è la distanza fisica. Il tedesco uccideva da pochi metri, l'americano, grazie alla sua tecnologia infinitamente superiore, uccide da una distanza molto maggiore.

Lo scontro tra revisionisti e antirevisionisti nasconde poi il contesto storico.

Io ritengo che non esista una "seconda guerra mondiale". Esiste una guerra mondiale, con varie tregue, riprese e cambiamenti di fronte, che è iniziata nel 1914 ed è finita - per noi - nel 1945 (per i vietnamiti, ad esempio, è finita solo nel 1975).

Lenin, che Gorkij definì una "ghigliottina pensante", ha agito con spietata decisione. Ma nulla di ciò che ha fatto si può paragonare al delitto commesso dal suo ben più stupido e blando predecessore, lo Zar: lo sterminio di una generazione intera di russi sul fronte di guerra. Su 12 milioni di soldati russi mobilitati, 9 milioni e mezzo morirono, restarono mutilati, furono dispersi o presi prigionieri (nell'esercito austroungarico, su 7.800.000 mobilitati, tali perdite ammontarono a ben 7.020.000).

Allo stesso modo, le spaventose vicende della Germania sono incomprensibili, se non consideriamo la grande carestia del 1918, i tentativi francesi di impossessarsi delle sue risorse, la distruzione - avvenuta due volte - dei risparmi dell'intero ceto medio, e la particolare deformazione psicologica di un gruppo di persone vissuto per quattro anni in trincea.

Il crimine vero si commette nel 1914, il resto è una catena di conseguenze.

Nella tragedia di Eschilo, tutta la serie degli orrori segue, inevitabile, il momento in cui Agamennone decide di sacrificare la propria figlia, Ifigenia, per ottenere un vento favorevole che spinga le sue navi verso Troia:

"Poi si strinse sul collo [di Agamennone] le stanghe del fato,
deviò la sua mente su una rotta contraria,
di sacrilega, oscena empietà: fu la svolta
che lo spinse, di dentro, a osare l'estremo.

La follia miserabile, infatti, coi suoi sconci
pensieri - madre di crimini -
accende i mortali.

Ebbe cuore, lui stesso, di fare da boia
sacro alla figlia, spinta alla guerra
che andava a punire una donna,
espiazione del viaggio navale."

Ora, nel 1914 non c'erano né fascisti né comunisti. I socialisti facevano i loro pacifici scioperi, e tutti gli attentatori anarchici del mondo non avevano fatto che una frazione dei morti che fanno gli "omicidi mirati" israeliani in un anno.

I governi coinvolti in guerra erano tutti cultori della proprietà privata, e - con l'eccezione della Russia - i loro stati erano tutti in qualche misura sistemi parlamentari più o meno liberali.

O forse il delitto fondante è ancora più antico. Dietro il sacrificio di Ifigenia, c'è un altro delitto: quando Atreo invita Tieste a banchetto, e serve a lui, ignaro, le carni dei suoi figli.

Infatti, il delitto del 1914 si radica nel gigantesco delitto collettivo, le conquiste imperiali dell'Ottocento.

Eschilo ci spiega la genesi del Novecento, e nello stesso frammento, ci regala, venticinque secoli dopo, anche l'unico antidoto umanamente sensato:

"Sugli artefici di sterminio
non scivola via lo sguardo divino.

Vendette di tenebra, col tempo,
fanno fioco - contraccolpo brutale
fatale - chi fu felice, ma ignorò la giustizia
.

Per chi finisce in questo cieco fondo
non esiste salvezza. Godere la fama
oltre i limiti, è rischio tremendo
.

Sulle casate
precipita la folgore di Zeus.

Meglio per me gioia senza livori.

Mai io sia sterminatore,
o ridotto a vedermi
schiavo di un altro."

Nulla potremo capire dei nostri tempi, finché non toccheremo la sanguinosa triade rimossa: l'imperialismo, la prima guerra mondiale e il terrore dal cielo angloamericano.

Note:

[1] Uso il termine "liberista" qui in un senso tutto mio, che non ha molto a che fare con l'uso normale. Il problema è che non esiste un aggettivo, analogo a "fascista" o "comunista", per definire chi crede nella "free market democracy".

[2] Infatti tutto il dibattito, condotto con argomenti sottili quali "qui si oltraggia la Resistenza!" o "i comunisti sono sempre quelli di una volta", è inseparabile dalla reciproca delegittimazione di Berlusconi e Prodi e dalle produzioni mistificanti di mini-serial della Rai.

[3] La risposta, perché gli italiani sono più buoni, o perché la Sinistra ha Grandi Valori, non interessa. Qui si cerca una risposta sociologica e politica.

[4] "Say uncle" significa, "adesso dì, mi arrendo": non è casuale, nel gergo militare, l'uso di questa espressione infantile. Deriva forse dal gaelico anacol, "pietà", o più semplicemente dal padre che picchia il figlio finché non impara a salutare correttamente i parenti.