La vicenda della morte di Henry Nowak: l'ineluttabilità della questione immigratoria
di Riccardo Paccosi - 03/06/2026

Fonte: Riccardo Paccosi
LA FRASE "DICI LE STESSE COSE DI VANNACCI" IN BOCCA A COLORO CHE DICONO LE STESSE COSE DI CONFINDUSTRIA
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La vicenda della morte di Henry Nowak in Gran Bretagna e i disordini di piazza che ne sono seguiti, indicano chiaramente come coloro che sperano si possa nel prossimo futuro parlare d'altro e bypassare così la devastante valenza divisiva del tema immigrazione, coltivino un'illusione.
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In un mondo razionale, vicende come quella dell'attentato automobilistico a Modena e dello sventato attentato dello stesso tipo a Reggio Emilia, andrebbero connesse a quella degli immigrati bruciati vivi a Cosenza dai loro "caporali" per affermare che questo modello è folle, distruttivo e che va dunque fermato.
In un mondo razionale, le masse popolari che scendono in piazza per dire no all'immigrazione illimitata, sarebbero le stesse che scendono in piazza per dire no al riarmo e alla distruzione del welfare in nome della guerra: questo perché immigrazione illimitata e guerra sono fenomeni promossi dagli stessi apparati di potere, dalle stesse persone al comando, e che sono entrambi concepiti per attuare lo stato d'eccezione, ovvero disarticolare tanto i diritti sociali quanto i diritti civili costituzionali.
In un mondo razionale, questa massa di popolo cercherebbe dialogo e alleanza con quella parte non piccola di popolazione immigrata che ha ottenuto la cittadinanza e che desidera integrarsi, cercando così di emarginare le posizioni della componente di popolazione immigrata ch'è invece identitaria e chiusa all'integrazione.
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Ma non viviamo in un mondo razionale, bensì in un mondo in cui la classe padronale esercita il suo comando volto a schiacciare il resto della popolazione e che fa questo imbrigliando le menti di quest'ultima entro la dialettica fra destra e sinistra.
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Così, abbiamo una sinistra che ripete pedissequamente i dogmi della Confindustria e del padronato sovranazionale, invocando l'immigrazione illimitata. Quest'ultima, però, viene denominata "migrazione" al fine di alimentare la superstizione secondo cui il fenomeno in oggetto non sarebbe determinato dalla politica bensì completamente spontaneo e quindi ineluttabile e quindi da accettare qualunque siano le conseguenze.
Inoltre, la narrazione delle èlite padronali e della sinistra a esse alleata, parla ormai esplicitamente di sostituzione demografica: come se il fatto che gli italiani non facciano più figli non avesse precise cause culturali e sociali ma fosse, invece, un dato di fatto anche in questo caso ineluttabile.
Infine, l'alleanza tra sinistra e classe dominante si dà attraverso una propaganda anti-popolare e anti-proletaria volta a definire "razzisti" i cittadini che vivono nelle periferie e che, vivendone direttamente le conseguenze sulla loro pelle ogni giorno, contestano il paradigma immigrazionista. Volendo semplificare con una battuta, potremmo affermare di sentire in continuazione la frase "dici le stesse cose di Vannacci" in bocca a coloro che dicono le stesse cose di Confindustria.
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A complemento di quanto appena descritto, abbiamo una destra che sbraita di clandestini senza mai, mai fare riferimento all'impatto molto più esteso e dirompente dell'immigrazione regolare da lavoro.
Così, abbiamo potuto assistere allo spettacolo d'un Governo Meloni che delibera un decreto flussi da 100.000 ingressi all'anno: ovvero un volume e una velocità di flusso che rendono una chimera qualsivoglia prospettiva d'integrazione e che significano solo dissoluzione della coesione sociale, riduzione del territorio urbano a non-luogo deprivato di memoria storica, guerra fra poveri.
Se la destra di governo imbroglia il popolo parlando di clandestini per poi rimanere fedele ai diktat di Confindustria sull'immigrazione da lavoro, la destra di piazza non è da meno.
I "remigrazionisti" delle piazze, infatti, non solo fanno anch'essi riferimento continuo ai clandestini e dunque al dispositivo di distrazione dal problema reale dell'immigrazione da lavoro, ma oltretutto non cercano un dialogo con la componente immigrata desiderosa d'integrarsi - dialogo necessario al fine di mettere in posizione di minorità la componente identitaria - bensì generalizzano un'idea di scontro fra autoctoni e alloctoni che mantenga la situazione in termini di "guerra interetnica controllata" e dalla quale, quindi, poter lucrare consenso elettorale a tempo indeterminato.
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In questo scenario, l'unico fattore di ottimismo è dato dall'opinione che si può riscontrare in quella vasta massa di persone che non ha o ha dismesso sentimenti di appartenenza politica alla destra o alla sinistra.
In questa massa indistinta, si distingue la ragionevolezza del rifiutare categoricamente la follia di sinistra dell'immigrazione illimitata e della sostituzione demografica, ma anche del rigettare la finta e menzognera alternativa della destra volta a lasciare che il conflitto resti nel basso, fra segmenti di popolazione, anziché essere indirizzato contro la classe dominante e le sue strategie d'ingegneria sociale.
Questo punto di vista all'insegna dell'autonomia popolare esiste, è diffuso, e da esso bisogna partire abbandonando qualsiasi legame con la destra e con la sinistra.
