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Decolonizzare l'immaginario

di Serge Latouche - 18/06/2007

Fonte: socialpress



"L'intelligenza, la bellezza, l'amore, la poesia sono i valori da opporre
alle bassezze del mondo, sono le armi che abbiamo a disposizione"
(Salman Rushdie)

"Chi e' cittadino? Colui che e' capace di governare ed essere governato e'
cittadino."
(Aristotele)

Cosa fare di fronte alla globalizzazione, alla mercificazione totale del
mondo e al trionfo planetario del mercato?
Lo iato tra le dimensioni del problema da risolvere e la modestia delle
soluzioni immaginabili a breve termine e' dovuto soprattutto alla
persistenza delle credenze che permettono al sistema di "tenere" sulle sue
basi di immaginario.
Perche' le cose possano cambiare, per poter concepire soluzioni realmente
originali e innovative, e' necessario cominciare a vederle in modo diverso.
In altri termini, per poter cambiare davvero il mondo, bisognerebbe
decolonizzare il nostro immaginario, prima che il cambiamento del mondo ci
condanni nel dolore.
"Cio' che ci e' richiesto", nota Castoriadis, "e' una nuova creazione di
immaginario, di una importanza senza paragoni nel passato, una creazione che
metta al centro della vita umana significati diversi dall'espansione della
produzione e del consumo, che ponga obiettivi di vita diversi, che possano
essere riconosciuti dagli esseri umani come validi... e' questa l'immensa
difficolta' che ci troviamo di fronte. Noi dobbiamo cercare di immaginare
una societa' in cui i valori economici cessino di essere centrali (o unici),
in cui l'economia sia ricondotta al suo ruolo di semplice strumento della
vita umana e non venga piu' vista come fine ultimo: una societa' in cui si
rinunci a questa corsa folle verso un continuo aumento dei consumi. Questo
non e' necessario solo per evitare la distruzione definitiva dell'ambiente
terrestre, ma anche e soprattutto per emergere dalla condizione di miseria
psichica e morale degli uomini conteporanei" (1).
*
Un vecchio proverbio dice che quando si ha in testa un martello, tutti i
problemi hanno forma di chiodo. Gli uomini moderni si sono messi un martello
economico in testa. Tutte le nostre preoccupazioni, tutte le nostre
attivita', tutti gli avvenimenti vengono visti attraverso il prisma
dell'economia.
Come dice l'antropologo svizzero Gerald Berthoud: "L'economia e' una
categoria alla base della nostra intellegibilita' del mondo, ma anche della
della nostra incomprensione degli altri e, in definitiva, di noi stessi"
(2). Per dirla con le parole di Polanyi, viviamo in "una societa' totalmente
incastrata nella sua economia - una societa' di mercato" (3).
Non era cosi' nel Medio Evo, in cui, invece, tutto aveva una impronta
religiosa, ne', a maggior ragione, presso i Greci, che tendevano a
ricondurre tutto alla sfera politico-filosofica, e neppure presso le
popolazioni "primitive", per le quali la ritualita' e la struttura parentale
sono i valori fondamentali.
Finche' il martello economico resta nelle nostre teste, tutti i tentativi di
riforma sono piccoli sommovimenti vani, sterili e spesso pericolosi.
Dobbiamo espellere il martello economico dalle nostre teste, decolonizzare
il nostro immaginario dai miti del progresso, della scienza e della tecnica.
Dobbiamo fare in modo che svanisca la nostra idea di onnipotenza
dell'assolutismo della razionalita'.
Bisogna costruire una postmodernita' attraverso una aufhebung, un
superamento/abolizione della modernita', il che significa attraverso un
superamento che non neghi il passato modernista e razionalista.
Questa postmodernita' non puo' mirare che alla reintegrazione, alla
ricollocazione della tecnica e dell'economia nel sociale. Non si tratta di
abolire i mercati o di ecludersene, ma di delimitare l'impero del Mercato
lottando contro la sua eccessiva influenza. Deve emergere una nuova cultura,
che contempli la rinascita del politico, un nuovo rapporto con l'ambiente,
una nuova etica. Sara' il risultato di un lavoro storico, non il frutto di
un volontarismo tecnocratico, che sia populista, nazionalista, teocratico o
che si definisca - o autodefinisca - di destra o di sinistra, reazionario o
rivoluzionario.
*
Come e' possibile decolonizzare il nostro immaginario?
E' una questione molto difficile perche' non si puo' decidere di modificare
il proprio immaginario.
Non e' qualcosa che puo' avvenire con una presa di decisione del genere
"Oggi pensiamo cosi', domani penseremo in un altro modo". Tutti i tentativi
di modificare radicalmente l'immaginario, di cambiarlo forzatamente, hanno
avuto risultati terrificanti, come ha dimostrato l'esperienza degli Khmer
Rossi in Cambogia.
Nello stesso tempo, il nemico non e' rappresentato solamente dagli "altri".
Il nemico siamo anche noi, e' nelle nostre teste. Il nostro immaginario e'
colonizzato. Abbiamo bisogno di una catarsi. Ma il lavoro della storia si
puo' fare solo a poco a poco, non attraverso soluzioni radicali, dall'oggi
al domani.
Tutto cio' che serve a fare questo lavoro c'e' gia', ma non lo vediamo.
Ad esempio, il dono crea e rinforza i legami sociali mentre lo scambio
mercantile li rende sterili e impersonali. Le piccole comunita' e i progetti
di economia alternativa, plurale e solidale possono acquisire senso e non
essere piu' solamente un alibi, una utopia o, alla fin fine, un gadget per
ingenui.
Per queste realta', il territorio, il locale saranno fondamentali. Se la
razionalita' e' legata alla terna ingegnere-industriale-imprenditore, la
ragionevolezza e' legato alla terna ingegnoso-industrioso-intraprendente.
Questa terna e' caratteristica delle piccole comunita' e deve trovare le sue
radici nel territorio - se non nella terra - da ricostruire...
Il problema e' che la maggior parte delle soluzioni concepibili avrebbero
una chance di riuscita se si fosse gia' realizzata la diseconomizzazione
degli spiriti che dovrebbe esserne il risultato. Risolvere questa quadratura
del cerchio costituisce certamente la piu' grande sfida con cui deve
confrontarsi il pensiero critico comtemporaneo.
*
Note
1. Cornelius Castoriadis, La Montee de l'insignifiance, Les Carrefours du
labyrinthe, IV, Seuil, Paris, 1996
2. Gerald Berthoud, in Un antieconomiste nomme' Polanyi, "Bulletin du
Mauss", n. 18, 1986
3. Karl Polanyi, La fallace de l'economique, citato da Berthoud in Un
antieconomiste nomme' Polanyi, cit.


[Dal sito www.socialpress.it riprendiamo il seguente brano estratto da Serge
Latouche, Decoloniser l'imaginaire, Parangon, Paris 2003 (trad. it.
Decolonizzare l'immaginario, Emi, Bologna 2004 - ma la traduzione qui
presentata e' un'altra), li' apparso col titolo "Decolonizzare
l'immaginario... ovvero, farsi uscire il primato economico dalla testa"]