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Sicilia: i partiti ci "scassarono la minchia"

di Alessio Mannino - 31/10/2012

   
   
Il risultato delle elezioni siciliane appare inequivocabile: la cosiddetta democrazia rappresentativa è rifiutata da metà della popolazione. Nel caso della Sicilia, dal 52% degli aventi diritto al voto.

I cittadini non si sentono più tali, se per cittadino s’intende recarsi alle urne. È il segnale di uno smottamento che vedeva già poco tempo fa i partiti al loro minimo storico di consenso, nei sondaggi: appena il 4%. Ciò non significa automaticamente che alle politiche 2013 si avrà una replica tale e quale, se non maggiore, di un astensionismo che ha assunto nell’isola proporzioni bibliche. La competizione a livello nazionale funge da richiamo pavloviano per le masse, in larga parte convinte irrazionalmente di partecipare ad un game show in cui si decide la loro sovranità come popolo.

Nella foto: Il candidato del Movimento 5 stelle alla presidenza della Regione siciliana, Giancarlo Cancelleri

Niente di tutto questo, come sappiamo: il voto generale serve come rito di legittimazione e anestetizzazione popolare per ratificare i disegni dei mercati padroni che decretano le nostre sorti tramite il braccio armato delle istituzioni sovranazionali (Ue, Bce, Fmi).  I siciliani, in ogni caso, hanno inviato un messaggio chiaro. Evidentemente, neppure la mafia, grande collettrice di preferenze, ha le idee chiare su quale cavallo puntare.

Ma se guardiamo all’interno del 47% dei votanti, i due dati che riguardano il MoVimento 5 Stelle (18% per il candidato governatore Cancelleri, quasi il 15 per la lista) dicono che l’appello di Beppe Grillo, combattivissimo e conscio dell’importanza di questa tornata regionale come trampolino per l’anno prossimo, ha fatto breccia. Se considerato, come in effetti è, quale voto di protesta trasversale, sommandolo a quello degli astenuti si arriva ad uno stratosferico 65-70% di elettori che dice basta al sistema dei partiti. E infatti, il Pd di Crocetta, analizzato sotto la lente dell’intero corpo elettorale, cioè di tutti i potenziali votanti, governerà con appena il 6 per cento. Il trionfalismo di Bersani, dunque, è semplicemente grottesco. Si può essere o non essere d’accordo sul valore anti-sistema del movimento di Grillo, ma, a meno che non marcisca subito lasciandosi corrompere dalle lusinghe e dalle logiche del Palazzo, la sua funzione è oggettivamente quella di rappresentare al suo interno quel cinquanta per cento e passa di senza voce per scelta.

Secondo me, le due rivolte, l’astensione e il grillismo, sono le facce di una stessa medaglia. E il secondo ha la responsabilità storica di dover utilizzare la maggioranza no-voto come il proprio potenziale esercito, da non cedere ai truffatori di destra-sinistra-centro. In questo modo, e solo se alzeranno la posta in gioco, i 5 Stelle potranno volgere a buon fine, cioè in senso sovvertitore, la natura mistificante della scheda elettorale.

Un’altra considerazione interessante, infine, si ricava dallo spoglio siculo. A vincere (si fa per dire) è la stessa identica alleanza che reggeva la Regione fino a ieri: Partito Democratico più Udc. L’Udc che era di Lombardo e di Cuffaro, l’Udc erede della Democrazia Cristiana, che sappiamo bene cos’era in Sicilia. E il vincitore (per modo di dire) Crocetta, ha il coraggio di parlare di “rivoluzione”. Qui non c’è neppure un millesimo di scarto, neanche una parvenza di novità.

Il Pdl con il fascistone Musumeci sotto il profilo politico non esce con le ossa più rotte dell’avversario di centrosinistra, perché entrambi bastonati dall’onda del rifiuto. Numericamente, e clientelarmente, invece, sì, perché il centrodestra aveva fatto cappotto in Sicilia ai tempi d’oro di Berlusconi. Oggi, il gracile Alfano perde rovinosamente pure nella sua Agrigento.

Morale. Crocetta dovrà venire a patti o con gli pseudo-indipendentisti di Miccichè (ma per piacere, il separatismo siciliano ridotto a burletta) o addirittura con Musumeci (la candidata Fiom dell’estrema sinistra è praticamente nulla). La Sicilia è avviata all’ingovernabilità, al mercanteggiamento in Assemblea, all’inveterato costume del tirare a campare – e nel frattempo lucrare. Tutti ottimi presupposti per un rafforzamento dell’astensione da una parte e dei grillini dall’altra.

Alessio Mannino