L’opera di Marx è un cantiere sempre in costruzione
di Alain de Benoist - 04/03/2026

Fonte: GRECE Italia
Nelle colonne dell’ultimo numero della Rivista Rébellion, Alain de Benoist torna sulla sua lettura di Marx e sulla pertinenza della sua critica al capitalismo che, nonostante un «dovere di inventario», rimane fondamentale per comprendere il mondo contemporaneo, dato che la storia ha confermato molte delle sue intuizioni.
RÉBELLION: In che senso Karl Marx è per lei un pensatore attuale?
ALAIN DE BENOIST: Il capitalismo è attuale? La domanda sembra bizzarra, tanto è ovvia la risposta. Eppure, l’essenziale dell’opera di Marx è una critica serrata al capitalismo, e mi sembra che questa critica sia sostanzialmente fondata. In queste condizioni, non ci sono dubbi sull’«attualità» di Karl Marx. Detto questo, il termine mi sembra un po’ convenzionale. Ciò che conferisce valore a un’opera teorica non è la sua «attualità», ma la sua pertinenza. Quando Nietzsche pubblicò, a partire dal 1873, le sue Considerazioni inattuali (Unzeitgemäße Betrachtungen), non voleva certo dire che il suo discorso non fosse pertinente, ma che al contrario lo era tanto più in quanto voleva essere decisamente «inopportuno». Si potrebbe al massimo dire che il pensiero di Marx rimane altrettanto rilevante ai nostri giorni quanto lo era ai suoi tempi. Alcuni pensano addirittura che questa rilevanza sia ancora più evidente oggi, perché solo ora è possibile verificare alcune delle sue intuizioni. Penso ad esempio a ciò che Marx ha definito, nel Libro III de Il Capitale, la tendenza al ribasso del tasso di profitto.
RÉBELLION: Nell’attuale lotta dei «patrioti socialisti rivoluzionari» contro la Forma-Capitale, quali sono i contributi di Marx?
ALAIN DE BENOIST: Ciò che rende Marx imprescindibile, a mio avviso, è che egli ha saputo mettere in luce meglio di chiunque altro l’essenza stessa di un sistema capitalista caratterizzato dall’illimitatezza del «sempre più». «La tendenza a creare il mercato mondiale è immediatamente presente nel concetto di capitale», scriveva nel 1857. Come il Gestell heideggeriano, l’espansione planetaria della Macchina del Capitale corrisponde al compimento della metafisica nella configurazione storica del nichilismo.
Per esplorare le dinamiche interne del modo di produzione capitalistico, Marx privilegia due fili conduttori: un concetto storico, il modo di produzione, e un concetto naturalistico, la natura umana. Il suo punto di partenza è la merce, la cui dualità fenomenica si esprime nella differenza tra valore d’uso (la forma naturale) e valore di scambio (la forma valore), il primo qualitativo, concreto, particolare, il secondo quantitativo, astratto, universale. Il valore di scambio, mediato da quell’equivalente generale che è il denaro, genera un plusvalore che permette al denaro di autoalimentarsi per diventare autonomo, trasformandosi in capitale in espansione infinita.
RÉBELLION: Al contrario, quali sono gli elementi che ora ritiene opportuno scartare dal suo pensiero e da quello dei suoi «discepoli»?
ALAIN DE BENOIST: In primo luogo, ciò che riguarda la sua descrizione un po’ irenica della futura «società senza classi». Non è leggendo Marx che ci si può fare un’idea precisa di come potrebbe essere una società fondata sulle idee da lui sostenute. Marx, nel suo desiderio di rovesciare la filosofia di Hegel per «rimetterla in piedi», si è spesso lasciato influenzare dalle prospettive storicistiche del suo tempo che, in ultima analisi, rientrano nell’ideologia del progresso. La verità è che non esiste una fatalità storica globale. Allo stesso modo, a mio avviso, bisogna rifiutare l’idea che tutta la storia che è accaduta si riassuma in una lotta eterna tra dominati e dominatori, al termine della quale i buoni prevarranno naturalmente sui cattivi. Marx dà talvolta l’impressione, a torto o a ragione, di aspirare a uno stato di equilibrio ideale che equivarrebbe alla fine della storia – cosa a cui aspirano anche alcuni liberali (si pensi a Fukayama), ma per ragioni diverse.
A Marx sono state mosse molte critiche. Alcune di esse sono giustificate, molte altre non lo sono o lo sono solo in parte. Il determinismo, l’economicismo, il tecnologismo, il progressismo storicista, la fede nel l’inevitabile esito della lotta di classe – alimentando l’idea errata che la scomparsa della classe sfruttatrice sarà sufficiente a eliminare il dominio del Capitale –, questo appartiene meno a Marx che al «marxismo» della Seconda Internazionale prefigurato dalle interpretazioni distorte di Engels e poi di Kautsky. Il «marxismo-leninismo» sarà il prodotto di queste falsificazioni, per non parlare del «materialismo dialettico», pura invenzione di Lenin nel 1908.
Marx è stato spesso presentato come un progressista, mentre ne Il Capitale afferma che «ogni progresso economico è allo stesso tempo una calamità sociale». Non è nemmeno un materialista nel senso comune del termine, ma piuttosto un «idealista dell’emancipazione » – Marx si interessa principalmente alla libertà, non all’uguaglianza – che, allo stesso tempo, sostiene un monismo ontologico. Del resto, una delle cose che rimprovera maggiormente al capitalismo è quella di attuare una mercificazione di tutti gli ambiti della vita, che porta al materialismo!
RÉBELLION: L’autore de Il Capitale è stato il primo a dimostrare l’importanza dell’ideologia nel dominio dell’epoca moderna. Ritiene che questo concetto sia attuale? Cosa proponeva Marx per uscire da questo rapporto di sottomissione fondante?
ALAIN DE BENOIST: Ideologia è una parola insidiosa. In origine, questo termine, coniato dal politologo Antoine Destutt de Tracy (morto nel 1836), indicava semplicemente una disciplina dedicata allo studio delle idee in sé: l’ideologia è il discorso sulle idee. Da allora, la polisemia del termine si è amplificata e si è iniziato a dargli definizioni contraddittorie, alcune con connotazione positiva, altre (le più numerose) con connotazione negativa. I liberali tendono a considerare l’ideologia come l’opposto della scienza. La destra spesso caratterizza gli «ideologi» (che identifica con gli intellettuali) come persone che elaborano costruzioni astratte estranee alla realtà, senza preoccuparsi minimamente dei fatti. Maurras li accusava di veicolare «nuvole». Per Marx, l’ideologia non è molto lontana dalla falsa coscienza (di cui tuttavia non è sinonimo). Essa designa l’insieme delle idee, delle dottrine e delle credenze proprie di un’epoca, di una società o di una classe. È un po’ lo spirito del tempo, lo Zeitgeist. Ma la definizione che ne dà Marx è chiaramente negativa: è un’illusione che modella le menti senza che le persone se ne rendano conto – e questa illusione può essere alimentata solo da coloro che ne traggono profitto. Marx aggiunge che l’ideologia dominante è sempre quella della classe dominante. C’è del vero in tutto questo, ma penso che l’ideologia, che non vedo necessariamente in una prospettiva negativa, possa anche essere intesa in altro modo. È quindi meglio evitarla.
RÉBELLION: Per Marx l’alienazione è il cuore dello sfruttamento capitalistico. Ritiene che la sua concezione di questo fenomeno sia ancora valida?
ALAIN DE BENOIST: Marx constata – e questo è anche uno dei suoi grandi meriti – che il modo di produzione capitalistico trasforma non solo i rapporti sociali, ma anche la natura stessa dell’essere umano, rendendolo progressivamente estraneo a se stesso. Si capisce così che il capitalismo, lungi dall’essere un semplice sistema economico, è un fenomeno molto più globale, che implica un’intera antropologia, se non addirittura un’intera concezione del mondo. Questa constatazione è alla base delle idee di Marx sul concetto chiave di alienazione (Entfremdung). Ciò che è alienato è l’essere naturale generico dell’uomo (che non deve essere interpretato come un’astrazione universalizzante). L’uomo diventa estraneo a se stesso quando è immerso in un rapporto sociale in cui sono snaturati sia il lavoro che svolge, sia il linguaggio che usa, sia il significato stesso della sua esistenza. L’alienazione non va intesa in relazione a un’origine decaduta, ma in relazione alle possibilità ontologiche e antropologiche dell’uomo. È tutt’altra cosa rispetto al semplice sfruttamento, poiché lo sfruttatore è alienato tanto quanto colui che sfrutta. Si potrebbe dire che il pensiero di Marx è l’articolazione e la fusione della teoria dell’alienazione e della teoria del valore.
Un altro modo di concepire l’alienazione è quello di farlo attraverso la reificazione o oggettivazione (verdinglichung) che caratterizza l’uomo alienato contemporaneo. Marx mostra che all’interno del sistema capitalista, i rapporti tra gli uomini assumono sempre più la forma dei rapporti che abbiamo con gli oggetti e che gli oggetti hanno tra loro. Alla fine, tutto viene trattato come merce. Questo concetto di reificazione è stato esplorato soprattutto, dopo Marx, dal giovane Georg Lukács. Conoscete sicuramente le antiche credenze secondo cui l’umanità è passata dall’epoca degli dei all’epoca degli eroi, poi dall’epoca degli eroi a quella degli uomini. Sarei tentato di dire che con la reificazione stiamo passando dall’epoca degli uomini a quella delle cose.
RÉBELLION: Il ruolo del lavoro produttivo viene regolarmente messo in discussione come uno degli strumenti del dominio capitalista. Come liberare e ridare senso al lavoro?
ALAIN DE BENOIST: È una domanda complessa. Quando ci si rifà a Marx, bisogna cercare di «liberare il lavoro» o di «liberarsi dal lavoro»? Si tratta ovviamente di due cose molto diverse. Nella storia del movimento operaio, è stata generalmente prevalente la prima accezione. Ma i teorici del movimento neomarxista della Teoria critica del valore (Robert Kurz, Moishe Postone, ecc.) pensano invece che sia il lavoro stesso a dover essere messo in discussione. Questa reinterpretazione radicale è molto seducente, ma solleva numerosi problemi teorici che non ho lo spazio per esaminare qui.
Per Marx, la grande caratteristica del capitalismo è quella di trasformare il lavoro vivo in lavoro morto. Il lavoro vivo rappresenta il lavoro realmente svolto nel processo di produzione, che determina generalmente il valore d’uso, mentre il lavoro morto si riferisce al lavoro cristallizzato nelle materie prime, nei macchinari e negli altri mezzi di produzione, che lo collega al valore di scambio. Anche l’idea di «ridare senso» al lavoro è allettante, ma di quale senso stiamo parlando? È anche certo che nell’apologia del lavoro ci sono più che tracce di mortificazione. «Chi non vuole lavorare, neppure mangi», diceva già San Paolo (2 Tessalonicesi 3, 10). Nella teologia cristiana, la condanna al lavoro è una delle conseguenze del peccato originale. Notiamo anche che, nel mondo attuale, la parola «lavoro» è sempre meno utilizzata e si parla piuttosto di «occupazione». Un tempo si aveva un lavoro, oggi si ha un impiego. È necessario riflettere sul significato di questo cambiamento. Ciò che è certo è che il lavoro salariato è il processo attraverso il quale il lavoratore si spoglia del proprio potere lavorativo e del prodotto del proprio lavoro per trasferirli al valore. Come scrive Jean Vioulac, «l’avvento del mercato mondiale non è altro che la sottomissione di tutti gli uomini, di tutti i popoli e dell’intera natura al Capitale e […] alla logica dell’autovalorizzazione del valore (il denaro che si produce da sé) attraverso la logica speculativa della sussunzione del lavoro».
RÉBELLION: In questo numero affrontiamo il percorso di Louis Althusser. Come giudica oggi la sua opera e quella dei suoi discepoli? Il «marxismo accademico» ha secondo lei sterilizzato la radicalità rivoluzionaria di Marx per renderla compatibile con i piani di carriera dei mandarini dell’istruzione superiore?
ALAIN DE BENOIST: Althusser ha cercato di ripensare il marxismo in una prospettiva vicina allo strutturalismo, affermando che non esiste un soggetto della storia («la storia è un processo senza soggetto»), il che ovviamente ha scandalizzato i marxisti «ortodossi». All’École Normale Supérieure ha inoltre esercitato una certa influenza sugli studenti che, dopo il maggio 1968, si sono orientati verso il maoismo, il che gli è valso la reputazione piuttosto immeritata di essere «pro-cinese». I suoi lavori su Machiavelli e Spinoza non mancano di interesse, ma la sua tesi secondo cui esisterebbe una «rottura epistemologica» tra il giovane Marx dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, ancora legato all’idea di una legge generale della storia, e il Marx maturo de Il Capitale, che sarebbe stato l’unico ad aver tenuto un discorso veramente «scientifico», è a mio avviso insostenibile. Quando si distinguono, come è comune, due periodi dell’esistenza di questo o quell’autore, si vedono chiaramente le differenze, ma esistono anche elementi di continuità. La «rottura epistemologica» di Althusser è molto artificiale. Quanto al suo «materialismo aleatorio», come mi sembra abbia dimostrato Jacques Rancière nella sua Leçon d’Althusser (1974), non ha portato a nulla.
RÉBELLION: Quali sono le scuole e gli autori «marxisti» che ritiene opportuno leggere e perché? Il francese Denis Collin, così come i filosofi italiani Costanzo Preve e Diego Fusaro, propongono una particolare rilettura di Marx. Come definire questo approccio di rottura nella continuità dell’eredità rivoluzionaria?
ALAIN DE BENOIST: Michel Henry definiva giustamente il marxismo come la somma dei fraintendimenti che si sono continuamente fatti su Marx. È un’osservazione piuttosto azzeccata, anche se ci sono delle eccezioni, tra cui proprio Michel Henry, il cui Marx in due volumi ha fatto epoca al momento della sua pubblicazione nel 1976. Aggiungerei volentieri Denis Collin, così come il mio amico Costanzo Preve, i cui lavori, condotti con grande indipendenza di spirito, hanno rinnovato lo studio di Marx. Detto questo, non vedo l’utilità di distribuire voti positivi e negativi, dato che ci sono stati tanti «marxismi» e la maggior parte di essi sono privi di interesse.
L’opera di Marx è un monumento difficile da comprendere e di cui è difficile parlare quando si vuole evitare sia le lodi incondizionate che le critiche inconsistenti. Innanzitutto è un’opera quantitativamente enorme (la cui edizione scientifica non è ancora stata completata) e di difficile accesso. Inoltre, è meno un’opera compiuta che un cantiere ancora in costruzione. Infine, come scriveva Costanzo Preve, «il pensiero di Marx non fa parte della storia del marxismo». Deve quindi essere studiato indipendentemente dagli eventi che ne sono seguiti o dalle teorie che si è preteso di trarne, poiché non sapremo mai cosa ne avrebbe pensato Marx. In sintesi, occorre adottare un approccio «marxiano» e non «marxista».
RÉBELLION: Il suo nome è giornalisticamente associato al concetto di «gramscismo di destra». A partire dagli anni ‘70, come si è evoluto il suo rapporto con il pensatore comunista italiano? Cosa le ispira la sua visione dell’egemonia culturale e il ruolo che attribuisce alla figura dell’«intellettuale organico»? Ritiene che nell’emergere di una nuova corrente rivoluzionaria popolare e patriottica questi due concetti siano destinati a svolgere un ruolo cruciale?
ALAIN DE BENOIST: Credo ancora nel ruolo delle idee, perché ogni azione che non fa riferimento alle idee è come una nave senza timone. Il problema è che queste idee non sempre vengono percepite chiaramente. L’immaginario simbolico è oggi un immaginario della merce, ma è evidente che questo immaginario si sta esaurendo. Richiede altre idee, altri miti e altri mitemi.
Sono stato il primo a parlare della teoria gramsciana secondo cui il potere culturale è un presupposto del potere politico. Oggi questa teoria è ripresa un po’ ovunque, con mezzo secolo di ritardo, da politici che non hanno ancora letto una riga di Gramsci, ma che alla fine ne hanno sentito parlare. Recentemente ho letto su un giornale qualsiasi un’intervista all’attuale ministro dell’Interno, in cui questi dichiarava: «Sono gramsciano. La politica è la lotta delle idee. Per vincere alle urne, bisogna vincere nelle menti». Dopo di che aggiungeva che «la destra sta vincendo questa battaglia», dimenticando solo che la battaglia in questione non c’è mai stata… Si dimentica, allo stesso tempo, che Gramsci non è solo qualcuno che ha parlato molto del «potere culturale» e degli «intellettuali organici», ma che è stato anche uno dei fondatori del Partito Comunista Italiano e che il suo contributo al pensiero marxista non è stato trascurabile, come testimoniano i suoi testi pubblicati su L’Ordine nuovo e poi nei Quaderni del carcere. La sua concezione storicista della verità, ad esempio, lo ha portato a sviluppare una critica molto interessante del materialismo volgare (o «materialismo metafisico») sostenuto da Engels e Plekhanov, ma anche di un determinismo economico cieco alle circostanze.
RÉBELLION: L’opera di Rousseau, come quella di Marx, è stata oggetto di numerosi fraintendimenti da parte dei commentatori. In un recente saggio, «Un autre Rousseau» (Un altro Rousseau), pubblicato dalle edizioni Fayard, lei offre una visione di Rousseau che ci affascina particolarmente. In che senso lo considera un filosofo antimoderno?
ALAIN DE BENOIST: Jean-Jacques Rousseau e Karl Marx hanno in comune il fatto di essere stati entrambi screditati, sia con critiche ad hominem, sia con argomenti anacronistici (Rousseau «padre del Terrore», Marx «precursore del Gulag»), sia con frasi fatte regolarmente estrapolate dal loro contesto. Entrambi sono famosi, ma raramente sono stati davvero letti. Rousseau è indubbiamente un moderno (non ha alcuna simpatia per l’Ancien Régime), ma è un moderno antimoderno, che critica la modernità dall’interno. Mentre difende con forza la sovranità popolare, critica anche l’ideologia del progresso, denuncia i valori mercantili portati dall’economicismo moderno, rifiuta l’universalismo politico, proclama il primato della politica, ecc. Il grande errore è quello di vederlo come un filosofo dell’Illuminismo, come spesso si fa, mentre in realtà è fondamentalmente un avversario dell’Illuminismo. È ciò che ho voluto dimostrare nel mio libro.
RÉBELLION: Rousseau aveva una visione comunitaria della società prima del tempo?
ALAIN DE BENOIST: Quel che è certo è che non condivideva l’idea di una «società generale del genere umano»! Detto questo, non si può dire che abbia chiaramente concepito l’opposizione tra comunità e società alla maniera di Ferdinand Tönnies (Gemeinschaft und Gesellschaft, 1887). Ha invece costantemente sottolineato la nozione di comune che, secondo lui, è tanto più viva quanto più è condivisa da una comunità politicamente omogenea. Per Marx, l’essere comune (Gemeinwesen) è solo un altro nome per indicare la comunità, ed è significativo che Tönnies, di cui ho appena parlato, abbia scritto nella prefazione al suo libro che «Marx era un pensatore che ha cercato di dare forma alla stessa idea che io stesso ho voluto esprimere con la mia concettualizzazione».
Un altro punto molto degno di nota è che Rousseau è stato il primo a concettualizzare il concetto di alienazione. È l’idea che esprime fin dalle prime pagine de Il Contratto sociale: «L’uomo è nato libero e dappertutto è in catene. Persino chi si crede il padrone degli altri non è meno schiavo di costoro». La prima frase è quella più spesso citata, ma la più significativa è la seconda. Rousseau non si limita infatti a denunciare coloro che esercitano un dominio sociale, ma afferma fin dall’inizio che questi sono «schiavi» tanto quanto coloro che asserviscono. È questo che rende il suo discorso così interessante e originale.
Sito internet della Rivista Rébellion: https://rebellion-sre.fr/boutique/rebellion-105/
Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.

