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Catastrofe in atto. Come reagire?

di Federico Zamboni - 17/07/2013

   
   
Buonasera a tutti, il tuo articolo (“AAA Italia svendesi” di Valerio Lo Monaco) merita un plauso per l'analisi ineccepibile, ma tutto questo non fa altro che acuire una sensazione d'impotenza nei confronti del regime imperante sempre più autoreferenziale saldamente al potere da più di sessant'anni.

Cosa possiamo fare per evitare la catastrofe già in atto? Sperare, trovandoci a poppa di questa enorme nave, di vedere almeno i tanti stolti che restano ostinatamente a prua annegare per primi? Siamo sicuri che la nave affonderà di prua?

Mentre scrivo ho la certezza di essermi tuffata già in acqua, cercherò di raggiungere la riva a nuoto, non sarà facile.

Si salvi chi può!!!!!

Rosanna Rizzo


Cara Rosanna, la sensazione di impotenza di cui scrivi ha mille e mille motivi, ma va appunto considerata una sensazione. Che, in quanto tale, è nulla di più (e nulla di meno, certo) di una risposta emotiva ai tantissimi segnali negativi che ci arrivano dal mondo in cui viviamo.

Per evitare di esserne travolti, passando dall’allarme legittimo al panico incontrollato, esiste però un antidoto efficacissimo. E definitivo. Invece di pensare alla sconfitta come a un disastro incombente, al quale potremmo miracolosamente sfuggire in extremis se riuscissimo ad attivare in tempi rapidissimi una sollevazione popolare, essa va considerata un dato di fatto.

Per dirla in termini metaforici, non stiamo osservando le manovre di un esercito nemico che si prepara all’attacco, ma assistendo alla sistematica occupazione di tutto il nostro territorio. Che equivale, ormai, a un controllo pressoché completo dei gangli fondamentali, sia pubblici che privati.

In altre parole, non c’è nessun fortino nel quale asserragliarsi, in attesa di combattere la battaglia finale. I “buoni” non sono chiamati a radunarsi a tale scopo, e i “cattivi” non stanno convergendo su quell’unico obiettivo. Come abbiamo scritto altre volte, non ci sarà nessun Armageddon (che è poi la proiezione su vastissima scala di un duello all’ultimo sangue, ossia di un’idea di scontro deliziosamente romantica ma terribilmente, e colpevolmente, semplificata). Il conflitto si va svolgendo da moltissimo tempo e segue altre dinamiche, assai più complesse. Assai più infide. Quelli che vediamo oggi sono gli effetti di qualcosa che è cominciato da parecchi decenni, per non dire da alcuni secoli, e che non ha mai smesso di perseguire i suoi scopi: schiavizzare l’umanità attraverso l’economia, il denaro, la materialità.

Eppure, una volta che lo si guardi in faccia senza paura, quell’esito così sfavorevole deve smettere di spaventarci, come una minaccia che ci appare tanto più inquietante quanto più i suoi contorni rimangono imprecisati, e trasformarsi in un nuovo punto di partenza, alimentando in noi una rinnovata volontà di affrontarlo. Non è che dobbiamo impedire che gli USA diventino la superpotenza che sono. O che le banche centrali diventino dei pool di soggetti privati che usurpano sia la funzione del credito che la sovranità monetaria. Oppure, ancora e ad libitum, che le persone di minor valore morale, e non di rado anche intellettuale, diventino la classe dirigente che decide per noi.

Questo è già accaduto. Questo è già acquisito. E tuttavia, ciò rientra pur sempre – si potrebbe dire “per definizione” – in un processo senza fine, che è la storia dell’Uomo. L’attuale strapotere di alcuni centri di interesse, che di solito identifichiamo con la speculazione finanziaria internazionale, non è né un approdo conclusivo né una tappa lungo un tragitto inevitabile, come pretendono i fautori dello sviluppo lineare e progressista della Storia, ma la meta che determinate forze si sono prefisse di raggiungere.

Il nostro compito, la nostra sfida, la nostra unica alternativa alla resa, è essere diversi da loro. Mantenerci integri. Rimanere, ciascuno a suo modo, degli “entusiasti della vita”. E quindi, tra l’altro, darci da fare per entrare in contatto, anzi in rapporto, con chiunque abbia caratteristiche simili.

Di sicuro non è ancora la rivoluzione, e non ci si avvicina nemmeno, ma in qualche modo la prepara. O non la esclude. Ricordiamocelo sempre: c’è stato un momento in cui i Rothschild erano solo dei piccoli mercanti che si sforzavano di emergere e che non si chiamavano nemmeno Rothschild, ma Amschel. Operavano a Francoforte, che per una curiosa coincidenza è oggi la sede della Bce, e il capostipite Moses faceva il rigattiere.

Erano impotenti a cambiare la società del tempo? Lo erano. Però ne hanno fatto un principio di consapevolezza, anziché di sconforto.