L'immigrazionismo
di Antonio Catalano - 21/05/2026

Fonte: Antonio Catalano
LA TENTATA STRAGE DI MODENA CE LO DICE CHIARAMENTE: L’IMMIGRAZIONISMO È STRUMENTO DI DIVISIONE E FRAMMENTAZIONE DEI POPOLI, CREA SOLO RISENTIMENTO E PERICOLOSE DERIVE
Come promesso nel mio ultimo post, torno sulla vicenda di Modena per puntualizzare alcune cosucce.
Cittadinanza. È facile retorica quella del fronte progressista che ritiene la cittadinanza veicolo primario per l’integrazione. Non è un fatto formale a creare integrazione, la cittadinanza dovrebbe corrispondere a un pensare a un “noi” non a un “loro”. Se molti figli di stranieri (la cosiddetta seconda generazione) coltivano un senso di estraneità, se non di vera e propria ostilità, verso il Paese ospitante, non è l’attribuzione della cittadinanza a fargli cambiare sentimento, evidentemente c’è qualcosa di più profondo.
Il trentenne El Koudry è la testimonianza in persona di questa verità: cittadino da quando ha 14 anni, sfoga la sua rabbiosa frustrazione falciando quante più persone (italiane) possibile. El Koudry si sente un corpo estraneo, e riversa con ferocia assassina il suo odio maturato nel tempo contro chi ritiene d’essere la causa del suo disagio.
Non è quindi la cittadinanza a creare integrazione, bensì è il contrario. Naturalmente, e questo è un altro dato di realtà, l’integrazione diventa ancor più difficile quando la società ospitante vive oltre che una crisi economica una profonda crisi di identità, con tanto di disgregazione e lacerazione dei rapporti di comunità.
Favorire l’ingresso di un flusso ininterrotto di immigrati, addirittura decantarne le meraviglie, è tutt’uno con lo sfrenato amorale liberismo globalista, il quale utilizza la presenza immigrata come strumento di ricatto per la popolazione autoctona, la quale si trova a subire un adeguamento a ribasso delle proprie condizioni di vita e di lavoro, e uno stravolgimento dei propri stili di vita. È un dato di fatto, negarlo è colpevole.
Perché, contrariamente a quanto sostiene una certa vulgata sistemica, quella che blatera a ogni piè sospinto di accoglienza e inclusione, secondo la quale si può, e si deve, vivere in un mondo senza radici, con la patria diventata covo identitario di nostalgici fascisti, la vita di ciascuno di noi acquista senso e valore solo a condizione di sentirsi parte di un tutto.
Dagli anni ’80 ci hanno costretto a subire la favola del melting pot (letteralmente crogiolo), la fantomatica società dell’inclusione, in cui etnie e culture diverse gioiosamente si mescolano (ricordate la campagna Benetton “tutti i colori del mondo” in cui bambini e adulti di vari “colori” leziosamente mostrano felicità abbracciandosi o tenendosi per mano?). Una favola buonista messa in circolo dal globalismo per distruggere le identità dei popoli e renderli liquidi, cioè utili e funzionali a un sistema di sfruttamento generalizzato. Non a caso, questa ideologia iper liberista si correda di sotto ideologie “politicamente corrette” aventi come scopo l’annientamento di qualsiasi identità (culturale, religiosa, sessuale…).
Fatto questo indispensabile chiarimento sulla strumentalità dell’ideologia immigrazionista, affrontiamo un altro duro corno della questione. L’islamismo.
Accettare il punto di vista che sia l’islamismo la minaccia, come da più parti ormai si sente, è oltremodo pericoloso, perché non è in questo modo che possiamo, e dobbiamo, liberarci dal giogo liberista del globalismo schiaccia-popoli. Non sono i popoli arabo-islamici i nostri nemici, molte cose ci dividono ma con loro abbiamo sicuramente molti più elementi in comune (culturali, religiosi, geopolitici) che non con popoli che hanno storie e culture a noi profondamente estranee, come i popoli nordici. Il che non vuol dire che dobbiamo confliggere con i popoli anglosassoni, baltici, teutonici eccetera – quelli, tra l’altro, che ci sono sempre stati indicati come “superiori”. I popoli non hanno nulla da guadagnarci nel farsi guerre o viversi come minaccia reciproca, e il modo migliore per esercitarsi in tale senso è sviluppare politiche di incontro e scambio a tutti i livelli, di solidarietà e di pace, sapendo ben distinguere tra popoli ed élite dominanti.
Non c’è bisogno di scomodare la Storia, sappiamo che l’Italia per vocazione geografica, storica, culturale, geopolitica è un Paese mediterraneo, non baltico. La nostra nazione ha saputo crescere proprio stabilendo con questi popoli rapporti di fiducia e di reciproco vantaggio.
Qui il pensiero inevitabilmente corre al nostro Enrico Mattei, il quale seppe sviluppare rapporti di vicendevole stima (e vantaggio) con i popoli dell’area mediterranea e del vicino oriente. E non è un caso che Enrico Mattei fosse entrato nel mirino di quelle potenze occidentali che vedevano minacciata la propria libertà di sfruttamento unilaterale delle risorse energetiche del mondo arabo… fino a che non gli hanno fatto esplodere l’aereo sopra il cielo di Bascapé il 27 ottobre del 1962.
