Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti sta ormai avvicinandosi a 40 mila miliardi di dollari
di Alessandro Volpi - 20/05/2026

Fonte: Alessandro Volpi
C'è un dato colossale che le tante narrazioni televisive e mediatiche italiane sembrano trascurare del tutto, coltivando "un'ignoranza" ben condivisa con le forze politiche. Provo a metterlo in chiaro, sperando che possa essere valutato nella sua enormità. Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti sta ormai avvicinandosi a 40 mila miliardi di dollari, una cifra monstre che presenta alcune caratteristiche. In primo luogo è un debito che corre perché per trovare compratori paga interessi sempre più alti: i titoli a 10 anni hanno superato ormai il 4,5% di interesse e i trentennali sono ben oltre il 5%. Si tratta poi di un debito che, nonostante questi tassi, trova sempre meno compratori esteri: ormai la quota di debito federale in mano a investitori, pubblici e privat, esteri è inferiore al 21%, minimo storico per gli Stati Uniti. In altre parole, nessun compratore estero si fida più del debito federale Usa tanto è vero che i cosiddetti Credit Default Swap, le assicurazioni contro la mancata restituzione del debito americano, sono oggi fra le più alte del mondo, persino più alte di quelle per il debito italiano, e soprattutto dal 2021 sono quadruplicate. In tale direzione gioca un altro fattore clamoroso: il debito federale Usa è ormai vicino ad essere pari alla metà dell'intero debito pubblico mondiale di tutti gli Stati del mondo: 40 mila miliardi su 92 mila e si prevede che con questo andamento degli interessi entro tre anni il debito federale degli Stati Uniti peserà sul totale mondiale per oltre la metà. In pratica un solo Stato, che non è la più grande potenza mondiale, è indebitato, da solo, per la metà del debito pubblico mondiale: se ci guardiamo indietro, capiamo la gravità della questione perché nel 1975 il debito Usa era il 25% del debito globale e ancora nel 2020 non arrivava al 35%. il trend ormai pare inesorabile: è inutile sottolineare cosa vuol dire per gli Stati Uniti trovare le risorse per coprire una montagna così alta e, al contempo, cosa significa una presenza così imponente per i mercati obbligazionari, e dunque per i titoli di Stato degli altri paesi, schiacciati dal debito Usa e costretti a competere con interessi sempre più insostenibili perché dettati da un gigante malato come il debito degli Stati Uniti. Peraltro, un debito così svalutato obbliga la Federal Reserve del nuovo presidente Kevin Walsh a non toccare i tassi con conseguenze sociali pesantissime per un popolo di indebitati come quello statunitense. Ma, potrebbero obiettare i teorici della indistruttibilità degli Usa, il rapporto fra debito e Pil negli Stati Uniti tiene e quindi il debito è sostenibile. In realtà non è più cosi: oggi il rapporto tra debito e Pil negli Stati Uniti è quasi del 137% mentre era di poco superiore al 100% ancora nel 2018. Quindi anche su questo versante la sostenibilità è decisamente scarsa. A rendere la situazione ancora più grave poi è la sostanziale assenza di un risparmio liquido in grado di coprire il debito, magari con prelievi fiscali straordinari, perché il tasso di risparmio negli Usa è del 4%, ben poco rispetto al tasso europeo, pari al 15%, per non parlare di quello cinese al 45%. Certo, in un momento drammatico di rischio di insolvenza (default...) potrebbe essere fatta convergere verso i titoli del debito la mole enorme di liquidità impegnata nelle ipertrofiche Borse Usa, ma questo significherebbe uno schianto della bolla finanziaria di proporzioni gigantesche, tale da travolgere l'intero capitalismo finanziario globale per "salvare" il debito Usa. Infine, per comprendere la dimensioni del fenomeno proprio da questo ultimo punto di vista, occorre esaminare chi, oggi, possieda il debito federale Usa, soprattutto quei 32 mila miliardi che sono sul mercato. I grandi gestori del risparmio Usa, le grandi banche e i grandi fondi hanno, attualmente, poco meno della metà del debito Usa e rappresentano la componente che maggiormente ha incrementato la sua percentuale di possesso. In altre parole, BlackRock, State Street, Fidelity e i fondi consimili hanno in mano buona parte delle sorti del debito Usa verso cui drenano una porzione considerevole della loro liquidità ma, parallelamente, devono "garantire" la tenuta dei titoli azionari dei quali sono azionisti di riferimento, a cominciare dalle Big Tech (Nvidia in primis). Allora la coperta diventa davvero corta: il debito Usa esplode, costa moltissimo, si svaluta e non trova compratori a parte i grandi fondi che devono però tenere in piedi anche la bolla finanziaria. Il pericolo per il capitalismo finanziario è che i risparmi globali di cui i grandi gestori si sono impossessati non bastino più a evitare il fallimento del debito Usa e a garantire la bolla finanziaria. Lo schianto non è troppo lontano, anche perché l'ipotesi di stampare dollari per coprire il debito, il Sacro Graal del signoreggio, è ormai finito e la dedollarizzazione un fenomeno in corso.
