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La guerra culturale è stata vinta solo per mancanza di alternative

di Alain de Benoist - 22/05/2026

La guerra culturale è stata vinta solo per mancanza di alternative

Fonte: GRECE Italia

Mentre l’egemonia progressista vacilla nei media, Alain de Benoist analizza le reazioni violente scatenate dal minimo varco nel loro sistema. Secondo lui, il dominio progressista è crollato da solo, ma la destra conservatrice non ha vinto nulla. Di fronte a ciò, egli invoca la creazione di contenuti di qualità.

Di fronte all’«estrema destra», il miliardario Matthieu Pigasse vuole «condurre la guerra culturale», e questo «fino in fondo». Del resto, Les Inrockuptibles (di cui è proprietario) titola «La cultura contro i fascisti» con una petizione firmata dalle attrici Camille Cottin e Judith Godrèche, e dal comico Guillaume Meurice. Seicento personalità del cinema esprimono la loro indignazione su Libération contro Vincent Bolloré, temendo un’«uniformazione» della produzione.

Sui media e sul tappeto rosso infuria la battaglia per l’influenza. L’OJIM si è rivolto ad Alain de Benoist, spesso criticato dai media mainstream per aver teorizzato la «guerra culturale» fin dagli anni ’60. Nato nel 1943, saggista e giornalista francese, fondatore della rivista Éléments, è il principale teorico della Nuova Destra e autore di un’opera prolifica.

 

Intervista

 

Observatoire du journalisme: Cosa c’è in gioco? L’egemonia culturale o la sopravvivenza di una casta?

Alain de Benoist: ​Le due cose sono collegate, ma direi che si tratta soprattutto della sopravvivenza di una casta. Da decenni, l’ideologia dominante ha assunto, in ambito culturale, la forma di un micro-ambiente politico-ideologico-mediatico che coltiva l’esclusività come la cosa più naturale del mondo. Tocqueville diceva che, in una società egualitaria, anche le più piccole disuguaglianze appaiono come uno scandalo. Qui la situazione è più o meno la stessa: mentre il liberalismo progressista non solo è maggioritario, ma detiene quasi il monopolio nel campo culturale, la minima breccia di libertà che si apre da qualche parte suscita proteste indignate del tipo: «Ma com’è possibile? Che sta succedendo?».

CNews, su cui ci sarebbe molto da dire (e non necessariamente in senso positivo), è praticamente l’unica emittente televisiva, tra centinaia di altre, in cui a volte si sentono opinioni che vanno controcorrente. Questo basta a far andare su tutte le furie i funzionari dell’ideologia dei diritti umani, a scatenare una raffica di denunce, di segnalazioni da parte di delatori professionisti, di richieste di censura e di liste nere. E poiché viviamo in un mondo in cui i rapporti sociali sono sempre più isterici, si arriva subito agli estremi: Bolloré ha comprato due case editrici, a quando la riapertura dei campi di concentramento? Tutto questo è ovviamente ridicolo. La gente non ci capisce nulla e se ne frega completamente. L’unica cosa che l’opinione pubblica afferra sta in questa semplice constatazione: la verità è altrove.

 

«La posta in gioco della Cultura, da sempre, è l’egemonia»

 

Observatoire du journalisme: Alain de Benoist, lei è stato giornalista, saggista, editore e ha fondato un gruppo di riflessione (il G.R.E.C.E.). La «guerra culturale» la vive da mezzo secolo e, del resto, ne ha subito le conseguenze, essendo stato bersaglio di numerose campagne diffamatorie sui media. La sua analisi deve essere aggiornata?

Alain de Benoist: Non credo, ma ovviamente bisogna tenere conto dei nuovi sviluppi. Il ruolo dei social network, innanzitutto, che alimentano un’escalation di brutalità manichea e fungono da cassa di risonanza per le diffamazioni più spudorate, erigendosi a tribunali permanenti dove ogni accusa equivale a una condanna. Ma il principio di base è sempre lo stesso: la cultura è portatrice di immagini, valori e temi che, a lungo andare, finiscono per permeare l’immaginario simbolico e modificare i comportamenti collettivi. La posta in gioco della Cultura, da sempre, è l’egemonia.

​Oggi l’egemonia appartiene ancora, non alla «sinistra» come si dice troppo facilmente, ma a un campo progressista che, non avendo più nulla da dire, si accontenta di far girare a vuoto la ruota delle preghiere ripetendo ossessivamente gli stessi mantra («antirazzismo», teoria di genere, valori «repubblicani», universalismo). Questo campo è dominante, ma si sente minacciato. I privilegiati hanno paura di perdere i loro privilegi, i ribelli di Panurgo (Philippe Muray) di perdere le loro sovvenzioni. A forza di surriscaldare la banchisa, si rendono conto che si sta sciogliendo sotto i loro piedi. Come cani che temono di perdere il proprio osso, mostrano i denti. È del tutto normale: se fossero davvero forti, potrebbero permettersi il lusso di essere indifferenti. Bisogna piuttosto rallegrarsene: il loro sistema finirà per implodere, il fango accumulato finirà per seccarsi.

 

«La derisione è un’infermità dell’anima»

 

Observatoire du journalisme: Mezzi di comunicazione come Radio Nova ricorrono a un umorismo volutamente provocatorio e crudo. I media di una sinistra più moderata denunciano un ritorno all’antisemitismo. Si può ridere di tutto?

Alain de Benoist: La risposta data da Pierre Desproges è ben nota, ma non mi soddisfa. Sì, certo, si dovrebbe poter ridere di tutto, ma questo non significa che tutto sia risibile. Viviamo in un’epoca in cui tutto ciò che un tempo era naturalmente onorato e rispettato viene ora ridicolizzato. La derisione è un’infermità dell’anima. Charlie Hebdo è libero di pubblicare ciò che vuole, ma io sono tra coloro che pensano che il ruolo della scuola non sia quello di mostrare agli studenti caricature che essi considerano blasfeme. In ogni società normale esiste una sfera sacra; essa deve essere vietata a coloro che vogliono profanarla, così come nessuno si sognerebbe di urinare sulla tomba del Milite Ignoto. Gli umoristi di oggi fanno ridere solo le menti basse. E poi, ricordiamolo, non siamo sulla terra solo per ridere!

 

«La sinistra progressista ha perso, la destra conservatrice non ha vinto»

 

Observatoire du journalisme: Quale strategia metapolitica consiglia oggi a coloro che rifiutano sia l’uniformazione liberale-progressista sia il semplice riflesso speculare di una «destra da combattimento» puramente reattiva? Sembra che lei denunci la tendenza dei nostri contemporanei a scegliere la via più facile.

Alain de Benoist: ​L’unica strategia è il lavoro e la creazione di qualità. Molti «di destra» pensano oggi di essere sul punto di vincere la «guerra culturale». Ma di quale guerra stanno parlando? Quale battaglia è stata vinta se ciò che fa autorità nel sistema mediatico-politico continua a fare riferimento solo ad «autorità incontestabili» che pensano il contrario di ciò che pensa la maggioranza delle persone? La verità è che la guerra culturale è stata vinta, nella migliore delle ipotesi, solo per mancanza di alternative. La sinistra progressista ha perso, la destra conservatrice non ha vinto. L’avversario non è stato sconfitto: è crollato da solo. Ma non per questo ha perso il potere. Quando «la destra» potrà schierare qualche decina di ricercatori, filosofi, sociologi, politologi, biologi e fisici in grado di enunciare una concezione del mondo alternativa a quella che domina oggi, potremo riparlarne. Ma non credo che ciò avverrà domani.

 

Observatoire du journalisme, www.ojim.fr, 21 maggio 2026.

 

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.