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Un risultato molto chiaro. Ma non definitivo

di Aldo Giannuli - 27/05/2014

Fonte: Aldo Giannuli


Risultato netto e di non ardua interpretazione: Renzi ha vinto, il M5s ha perso, il centro non esiste più, la destra è in via di dissoluzione, piccole ma significative affermazioni di Lega e Lista Tsipras. Inutile cercare attenuanti o giustificazioni: i numeri parlano chiaro. Ora cerchiamo di vedere cosa c’è “dentro” questi numeri, cercando di tener presenti percentuali e voti assoluti anche se non completissimi (mancano solo 60 sezioni, per cui possiamo ritenere i dati definitivi, salvo piccolissimi discostamenti finali). In primo luogo, va detto che la forte astensione prevista c’è stata, ma si è distribuita in modo molto più disomogeneo del passato: è stata molto alta nel sud e nelle isole, mentre, al contrario i risultati più favorevoli  alla partecipazione si sono avuti nei due collegi settentrionali ed, in parte, al centro.

E non si tratta di divari da poco: nelle isole ha votato il 42,7% e nel nord ovest il 66,3% con uno stacco di quasi 24 punti, nel sud il 51,7% e nel N. Est il 64.5 in uno stacco del 13%.  E questo ha, ovviamente, avvantaggiato molto chi è forte nelle circoscrizioni con una maggiore partecipazione (il Pd) e, al contrario, svantaggiato chi è radicato in quelle dove si è votato di meno (M5s, Fi, Ncd).

Veniamo all’esame dei singoli partiti, partendo dal risultato clamoroso del Pd, che prende circa il 15% in più dell’anno scorso. Un incremento mai registrato nella storia repubblicana di questo paese. In realtà, il risultato in termini assoluti sarebbe meno clamoroso: circa due milioni e mezzo di voti in più, che, su una percentuale dell’80% dei votanti (quella solita delle politiche) sarebbe dell’8-9%; ma, la flessione di oltre il 20% dei votanti, ha rivalutato fortemente sia il dato di partenza che l’incremento, raddoppiando quell’8%.

Inoltre, dato che una parte degli astenuti aveva sicuramente votato Pd l’anno scorso e qualche altro avrà cambiato voto, questo significa che i “voti freschi” sono stati oltre tre milioni. A guardare bene, il dato coincide quasi perfettamente con quello della lista Monti che nel 2013 ottenne 2.824.065 voti, cui andrebbero sommati i circa 750.000 di Casini e Fini ed i 380.756 di Giannino, per un totale di 3.972.363 voti. Detratti i voti dell’effimera Scelta Europea, quelli attribuibili all’Udc nella lista comune al Ncd, una parte di probabili astenuti e qualche piccola quota andata alla destra, restano circa tre milioni di voti, che sono, con ogni evidenza, il principale alimento dell’avanzata renziana. Qualcosa probabilmente è venuta anche dalla sommatoria Sel-Rivoluzione Civile che era di 1.854.597 voti, per cui la Lista Tsipras perde 752.526 voti, in parte andati all’astensione ed in parte al Pd.

La vittoria renziana è stata poi propiziata dalla maggiore partecipazione delle circoscrizioni del Nord Est e del Centro, dove il Pd è collocato oltre la media nazionale (rispettivamente 43,5% e 46,6%) e del Nord Ovest (dove il Pd con il 40,4% è grosso modo al livello della media nazionale).

Simmetricamente, l’astensione è stata massiccia nelle circoscrizioni del sud e delle Isole, dove il Pd è sensibilmente sotto media. Riassumendo: il Pd mantiene sostanzialmente il voto che aveva un anno fa (salvo una quota presumibile di 6-700000 voti andati all’astensione ed, in piccolissima parte, ad altri partiti), ed “ingoia” quasi interamente il centro, oltre che una piccola quota di voti di Sel.

Perché questo voto? Togliamo di mezzo le risposte “facili” come quella degli 80 euro di regalia elettorale. I famosi 80 euro hanno avuto la loro parte in questo, soprattutto nel trattenere l’elettorato più anziano che già votava Pd, ma sono stati la componente minore.

Sulla tenuta dell’elettorato preesistente hanno influito, da un lato il risultato plebiscitario come segretario del partito, in parte il fatto che i vecchi leaders (D’Alema, Veltroni, Franceschini, Cuperlo) si sono messi a correre pancia a terra per frenare quelli che pensavano di astenersi o votare altro.

Sulla confluenza del voto di centro ha invece avuto un ruolo decisivo –che è stato il vero asso nella manica di Renzi- la campagna terroristica dei media sugli effetti che avrebbe avuto l’uscita dell’Italia dall’Euro (ricordate? Inflazione weimariana, riscaldamenti spenti per il costo del petrolio, risparmi polverizzati, mutui alle stelle non più pagabili…).

Si è accreditata l’immagine di un’uscita dall’Euro improvvisa in caso di vittoria del M5s, addirittura già da luglio. Il centro, orfano di Monti, ha individuato in Renzi il punto di riferimento per la difesa dell’Euro. Ed il Pd ha finito per assorbire la grande maggioranza di quei voti dell’area della “legittimazione europeista” che negli altri paesi si distribuisce fra popolari, socialisti, liberali e verdi. E questa è la ragione principale del successo di Renzi.

Parallelamente il M5s ha pagato il prezzo di questa polarizzazione: il suo messaggio è parso poco chiaro a chi voleva davvero un’uscita immediata dalla moneta unica (e che ha finito per votare Lega e FdI), ma insieme troppo allarmante per quell’elettorato moderato che vede la fine dell’Euro come una avventura insopportabile. Il M5s ha insistito in modo troppo monocorde sulla denuncia di questo ceto politico e delle sue ruberie, ma ha chiarito poco il suo discorso “in positivo”, finendo per accreditare l’immagine di movimento del No, che protesta ma non propone. E questo ha avuto un effetto micidiale proprio sulla questione dell’Euro: resto convinto che l’Euro sia una scelta sbagliata da superare, ma c’è modo e modo di farlo e di dirlo. Sarebbe stato necessario chiarire che a questo risultato si può pervenire nei tempi e nei modi necessari ad evitare quella dèbacle di cui i media terrorizzavano l’elettorato moderato.

E qui il M5s paga lo scotto di due “debolezze” storiche connesse fra loro: l’essere troppo centrato sul suo leader e il tono poco flessibile della sua comunicazione, che appare sempre nella versione “gridata” di Grillo (cui, peraltro, va dato atto che si è sforzato di essere rassicurante nell’ultima fase della campagna, ma forse troppo tardi).

Grillo deve restare al suo posto e non deve neppure prendere in considerazione l’idea di abbandonare la politica, così come deve continuare ad esprimersi con le caratteristiche che gli sono proprie, ma deve dare più spazio agli altri esponenti del movimento, quel che, fra l’altro, consentirebbe anche una maggiore modulazione dei registri della comunicazione. E non basta solo Gianroberto Casaleggio o anche Fico, Di Battista e Di Maio o la Taverna, occorre che anche altri parlamentari vengano alla ribalta. E, per farlo, occorre anche ripensare questa scelta mediatica affidata tutta e solo al web. Intendiamoci: il web è stato una scoperta politica di grandissima importanza e di questo siamo grati a Grillo e Casaleggio che hanno innovato il modo di fare politica. Ma il web non basta, anche perché gli italiani che sono connessi alla rete non sono la maggioranza e, se vuoi andare oltre il 25%, non puoi permetterti di disertare giornali, radio e Tv.

Così come, la rete, per quanto importantissima, non può surrogare la necessità di una organizzazione territoriale. Con un partito tutto d’opinione, basato solo sulla rete, puoi reggere il 6 o l’8%, ma non il 25%.

Di Fi c’è poco da dire: è alla fine del ciclo, non solo perché ha toccato il punto più basso della sua storia elettorale e perché il suo leader ha perso ogni smalto e non ha successori, ma perché è disperatamente sola: dopo gli insulti sanguinosi che sono volati, una coalizione con il Ncd è difficile e comunque risolverebbe poco. La Lega non ha alcun interesse ad entrare in una coalizione perdente in partenza e, semmai, accentuerà il suo profilo di opposizione antieuropeista dura e pura.  Praticamente i soli FdI potrebbero avere qualche interesse a coalizzarsi, ma sempre che Fi non finisca di frantumarsi fra uscire e polemiche.

Buona l’affermazione della Lista Tsipras (unico dato positivo di queste elezioni, dal mio punto di vista) anche se non è un risultato entusiasmante, considerando i voti persi. Adesso, però, ha il problema di chiarire se il suo destino è quello di essere risucchiata dal grande magnete renziano o fare opposizione ed in quale modo. Un confronto che partirà già nei prossimi giorni.

Concludendo: il centro non esiste più, la destra si sta sfaldando, il Pd trionfa e l’unica possibile opposizione di qualche consistenza è il M5s.

Questa è la fotografia della situazione. Per cui, se è giusto parlare di sconfitta del M5s, che non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, è sbagliatissimo parlare di tracollo o addirittura di prossima scomparsa. Il M5s ha una posizione molto forte da cui ripartire: quella di unica opposizione in grado di mantenere una dialettica democratica. Ma per farlo deve saper riflettere sulla sua sconfitta e trarne la lezione giusta.

I militanti del M5s avevano immaginato, con molto entusiasmo ed ingenuità, un susseguirsi rapido ed ininterrotto di vittorie, che li avrebbe portati a conquistare in breve il governo. Avevano scambiato la lotta politica per via XX settembre che porta, dritti dritti, da Porta Pia al Quirinale. Non è così: la lotta politica conosce alti e bassi, sconfitte e vittorie, ma soprattutto non è mai rettilinea ed è fatta di curve e dossi.

Ieri c’era un entusiasmo eccessivo e, perciò stesso, sbagliato. Oggi sarebbe sbagliato il contrario, lasciarsi prendere dallo sconforto: questa è una sconfitta ma il M5s è solidamente attestato sulla posizione di secondo partito ed unica opposizione rilevante. E di lì può far molto.

D’altra parte, Renzi ha vinto, certamente, ma sarà in grado di reggere la prova? Nonostante questa smagliante vittoria, continuo a pensare che non sia Napoleone.

 

Ps: nei prossimi giorni faremo analisi più di dettaglio e, soprattutto ci occuperemo dei risultati in Europa.