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Gesù ha concepito la propria missione come una lotta contro il Demonio

di Francesco Lamendola - 03/12/2014

Fonte: Arianna editrice


 

 


 

Chi non ricorda lo sconcerto, l’ironia, perfino lo scandalo che produssero nella società italiana, e anche fra molti “buoni” cattolici, le parole con cui Paolo VI, nel discorso del 15 novembre 1972, affermò chiaro e tondo che  «Il male non è soltanto una deficienza, ma una efficienza di un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore»?

Quelle parole, specialmente nel salotto elegante della cultura italiana, fecero sobbalzare sulle loro comode poltrone tutti quegli intellettuali che non se le sarebbero mai aspettate: non nel 1972 e non dal papa che aveva presieduto le fasi conclusive del Concilio Vaticano II: vale a dire, non in un’epoca, e durante un pontificato, che sembravano aver tratto fuori definitivamente la Chiesa da quello che essi ritenevano l’immobilismo della tradizione, per proiettarla audacemente verso la modernità. Ora, come è possibile parlare seriamente dell’esistenza del Diavolo, in quel mondo moderno che a malapena, e non senza molti distinguo, è ancora disposto a sentir parlare dell’esistenza di Dio? Ma c’era una ragione più profonda perché le parole di Paolo VI provocassero tanto disagio, tanto fastidio, tanta irritazione, se non addirittura incredulità: proclamare che il Diavolo esiste, e che bisogna strare in guardia contro le sue tentazioni e contro le sue opere, equivale a ribadire che il mondo, di per sé, non è buono; e, inoltre, che il Male, il Male con la “m” maiuscola, non verrà mai estirpato interamente da esso, non almeno ad opera dell’uomo e non prima che i tempi della storia siano compiuti.

Questa, dal punto di vista della cultura moderna, è una doppia eresia: perché nega il naturalismo che la caratterizza, e di conseguenza anche il larvato pelagianismo che pervade tutta quella parte del mondo cattolico che ha fatto propria la base intellettuale e spirituale della cultura moderna; e perché nega che la storia possa redimersi da sola, che gli uomini possano redimersi con le loro forze e che possano realizzare il Paradiso in terra, magari per mezzo di una rivoluzione politica, la quale, distruggendo gli elementi d’ingiustizia presenti nell’economia e nella società, libererebbe il bene naturalmente presente in quest’ultima, realizzando il sogno antichissino di una Terra interamente pacificata, rinnovata e riscattata da ogni futura violenza e prevaricazione dell’uomo sull’uomo.

Il larvato pelagianismo suggerisce che la natura è buona in se stessa e che nessuna conseguenza decisiva può aver provocato su di essa il Peccato Originale: ma allora, a che servono l’Incarnazione e la Redenzione di Gesù? Se fossero vere quelle premesse, allora sarebbe più che sufficiente la predicazione di un Gesù puramente umano, un grande profeta che indica agli uomini la via del bene: il che equivarrebbe, né più né meno, ad un ritorno all’arianesimo.

Il passaggio dall’idea di Gesù Salvatore divino a quella di Gesù predicatore puramente umano è, peraltro, in linea con l’evoluzione della cultura moderna. Le sue radici risalgono all’Illuminismo e, prima ancora, al Rinascimento. Il Rinascimento aveva conservato la concezione teocentrica, sia pure relegandola sullo sfondo: il suo umanesimo era ancora teocentrico; ma quando sorse un altro Rinascimento, ispirato a Platone e implicitamente nemico di Aristotele, di Tommaso e della filosofia cristiana, dal teocentrismo si passò all’antropocentrismo. E se l’uomo diviene il centro di tutte le cose, come si può ammettere che la sua natura sia imperfetta? E che egli non possa redimersi da solo, ma abbia bisogno di affidarsi alla Grazia, che non è lui a creare, ma che gli viene donata dall’alto, purché egli sia abbastanza umile da chinarsi a riceverla, dopo aver riconosciuto d’averne una sete ardente e di sentirne l’incoercibile bisogno?

Ha scritto il teologo Inos Biffi - che non è parente di Giacomo Biffi, cardinale emerito di Bologna - nel suo commento alla Liturgia domenicale e festiva per l’Anno C «Nel giorno del Signore» (Piemme-Ancora, 1985, 214-5), chiosando il passo del Vangelo di Luca in cui si parla dei settantadue discepoli inviati da Gesù a predicare e a scacciare i demoni:

 

«I discepoli tornano colmi di gioia: si sentono certamente strumento del nome di Gesù: per questo nome “anche i demoni si sottomettono a loro”.

L’annunzio del Regno di Dio è ben più la trasmissione di notizie. Non si limita a comunicare un messaggio:possiede e trasmette una forza. È capace di vincere il male: ma non un male anonimo, “naturale”, o delle occulte forze malefiche: “Vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore”: è un modo d’esprimersi arcaico, mitico, superato? Nient’affatto.

Gesù ha concepito la propria vita e le proprie opere come una lotta e una vittoria contro il Maligno, diremmo ben personalizzato. Esso non è una suggestione, ma un essere che drammaticamente e misteriosa,ente gli si oppone, e che egli, specialmente e definitivamente, nella passione dopo averne sperimentato la tentazione,  abbatte e riduce all’impotenza. Non rendiamo migliore, più sicura e più serena la nostra vita se esorcizziamo il demonio nel senso di negarne l’esistenza, un’esistenza che si trova dinanzi ormai la vittoria pasquale di Gesù, ma che deve renderci sempre prudenti e vigili.

Certo, là dove il vangelo viene proclamato e si esprime come energia divina, il demonio cade. Forse dovremmo riprendere e re illustrare questo aspetto nella catechesi, contro il pericolo di ridurre il demonio a fantasia. Ancora la nostra vita è un’”agonia”, e non invano Gesù ci ha insegnato a pregare per non soccombere alla tentazione e per essere liberati dal Maligno. Com’è noto alcuni santi hanno di persona affrontato la lotta contro il demonio: il curato d’Ars, Gemma Galgani, contro la quale aveva ingaggiato “una grande guerra”.

Essa diventerà “la posta in gioco di un terribile combattimento”, del resto secondo le parole di Paolo: “Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra”.

Se lo si dimenticasse, si perderebbe il senso stesso della passione e della morte del Signore, quindi dell’annunzio del suo Regno, che non avviene nella tranquillità di un mondo sereno, naturalmente buono, ma in un mondo che va liberato dal “potere delle tenebre”, non senza combattimento. Senza questo aspetto, il mistero cristiano si troverebbe squilibrato, e alla fine tutto alterato.

Un altro avvertimento di Gesù: contro la possibilità di esaltarsi per il potere “esterno” su Satana. Il motivo vero della gioia dev’essere quello che i propri nomi “sono scritti nei cieli”: in quel “libro della vita” nel quale – come dirà l’Apocalisse – saranno letti e riconosciuti da Cristo dinanzi al Padre.

I missionari sono chiamati a condividere il medesimo destino di Cristo, la sua “predestinazione”:  per questo è loro assicurato il “potere” di “camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico”, senza che nulla riesca di danno.

I grandi apostoli, ma anche l’umile prete in cura d’anime, come poi ogni cristiano è accompagnato dalla custodia e dalla forza stessa di Gesù, che lo rende resistente al Male:è sempre una grazia che viene dalla Pasqua di Cristo.

L’apostolo entra in stretto contatto con il peccato e con chi ne è l’autore e il sobillatore, ma riesce a non esserne contagiato: a condizione, ovviamente, di restare nella linea e nello spirito della missione del Signore. Per ciò la consapevolezza della presenza del Maligno nell’opera dell’evangelizzazione non crea ansietà e avvilimenti.»

 

Una parte considerevole della cultura cattolica odierna, spostatasi su posizioni che, di fatto, e talvolta anche in via di principio, sono di tipo modernista – quel modernismo che Pio X aveva definito, scomunicandolo con l’enciclica «Pascendi», «sintesi di tutte le eresie» -, non è più disposta ad accettare una simile impostazione. Nei racconti evangelici sul Demonio non è disposta a vedere se non una narrazione di tipo mitico, non più accettabile da una umanità che si è «fatta adulta». Fra parentesi, questo concetto dell’umanità che si è «fatta adulta» discende direttamente dalla teologia negativa di matrice protestante: che l’uomo non possa più credere nelle favole e che debba regolarsi e vivere la sua vita come se Dio non ci fosse, perché questo è ciò che Dio vuole dall’uomo: che egli non sia più un bambino, è, precisamente, l’idea di alcuni teologi contemporanei di area protestante. Karl Barth, per esempio, insistendo sul concetto che Dio è “totalmente altro”, finisce per renderlo irraggiungibile all’uomo, la cui esistenza diventa assurda e paradossale, come per l’esistenzialismo ateo; e per mettere in discussione lo stesso valore dell’Incarnazione di Cristo, che è il cuore della Lieta Novella. E Dietrich Bonhoeffer, preoccupato che il cristianesimo non si opponga alla progressiva autonomia che la cultura moderna ha conferito all’uomo, propone che esso consista nella ricerca di un Dio che non sia sostitutivo, che non sia tale da esonerare l’uomo dalle proprie responsabilità. Di qui a pensare che l’uomo debba prendersi anche la responsabilità della morte di Dio proclamata da Nietzsche, e procedere tutto solo sulla strada della propria esistenza, non v’è che un passo. Qui si arriva, se si vuole essere coerenti. E poco coerenti sono quei teologi i quali, dopo essere arrivati fin qui, non osano compiere l’ultimo passo e si trattengono sul limitare.

Eppure il discorso è semplice. Se si nega l’esistenza del Diavolo, si nega che la natura sia imperfetta e che l’uomo abbia bisogno di Dio; si immagina una natura buona, non ferita dal Peccato originale, e una umanità autosufficiente, che può e deve sbrigarsela da sola, perché tale, addirittura, è il volere di Dio. Ma di Dio, a quel punto, non si vede che bisogno vi sarebbe; meno ancora si vede che bisogno vi sarebbe di un Dio che si fa uomo, che s’incarna, che vive, soffre e muore fra gli uomini, per amore degli uomini; che risorge dalla morte per aprire agli uomini la strada della vittoria finale contro il peccato e contro la morte stessa. E i Vangeli, perché ci racconterebbero che la primissima prova che Cristo dovette affrontare, al principio della sua vita pubblica, fu quella di andare nel deserto, soffrire la fame e la sete e lasciarsi tentare dal Demonio? Se si trattasse solo di un racconto simbolico, sia la vita che la morte di Cristo acquisterebbero un significato puramente umano e contingente: il suo arresto, il suo processo e la sua passione non sarebbero che il prodotto di circostanze umane, dovute a fattori politici e religiosi particolari, così come è toccato ad altri riformatori spirituali o filosofici.

Eppure, i Vangeli parlano molte volte del Demonio: un  po’ troppe, perché si tratti di semplici allegorie. Gesù esorcizza e libera gli indemoniati; Gesù invia i suoi discepoli a predicare e a combattere il Demonio; Gesù racconta alcune parabole in cui parla del Diavolo e delle sue opere maligne, come quella della zizzania seminata in mezzo al grano. Nel Vangelo di Matteo, capitolo tredici, Gesù stesso, spiegando il significato della parabola, afferma nel modo più chiaro: «Il seme buono sono i figli del Regno; la zizzania sono i figli del Diavolo, e il nemico che l’ha seminata è il Diavolo». Perché avrebbe dovuto essere così preciso, così categorico, se avesse voluto fare soltanto una allegoria del male, genericamente inteso?

Anche se ciò dispiace alla cultura moderna, sia laica, sia, in alcuni casi, cattolica, bisogna avere l’onestà di riconoscere che Gesù, qui, non sta parlando allegoricamente: sta parlando in senso proprio ed estremamente concreto. Bisogna anche prendere sul serio il racconto del Peccato originale: e non cavarsela dicendo, come fanno disinvoltamente certi teologi “progressisti” e certi storici delle religioni, che il serpente che ha tentato Eva era un normalissimo serpente, e nulla più. Bisogna prendere sul serio tutto quel che dicono i profeti sul Messia che verrà a liberare gli uomini dalle catene del peccato, se non altro perché Gesù si è posto nella loro prospettiva e ha concepito la sua missione come la realizzazione e l’inveramento di quelle profezie. Le sue ultime parole, prima di spirare sulla croce, sono state una citazione del ventiduesimo salmo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»: non un grido di disperazione, ma un segno di estrema fedeltà al senso delle Scritture, che egli veniva a compiere con il proprio sacrificio.

Un carissimo amico, al quale esponemmo la convinzione che Gesù avesse inteso la sua missione come una lotta contro il Demonio, oppose che egli l‘aveva concepita come un messaggio di amore. Ebbene, è esattamente la stessa cosa, perché Dio è l’Amore e il Diavolo è la forza potente che tenta in ogni modo di allontanare l’uomo da quell’amore e di spingerlo sulla via del peccato; che è, alla lettera, il distogliere i suoi passi dall’amore di Dio, dal suo abbraccio e dal suo piano di redenzione.