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Ostili

di Filippo Bovo - 02/06/2026

Ostili

Fonte: Filippo Bovo

In quanto oggi in atto in Medio Oriente, con la sospensione dei negoziati tra Washington e Teheran per espressa decisione della seconda, non c'è proprio nulla di sorprendente: rappresenta, molto banalmente, l'ennesimo avvicinarsi al punto d'esplosione di tutta una serie di contraddizioni che già in tutte queste settimane erano parse sul punto d'esplodere. Dopotutto, sappiamo che le ostilità avrebbero dovuto riprendere molto prima di adesso, ad esempio nell'ultima decade di maggio: già allora, come ci ricorderemo, non erano affatto poche le cassandre che parlavano di un'imminenza degli attacchi.
Già, se solo non fosse stato per un neppur tanto piccolo problema: che proprio in quei giorni, dal 24/25 al 29/30 maggio, si celebrava l'Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca e ai Luoghi Santi dell'Islam, in Arabia Saudita. Pensate: quest'anno, all'Hajj, i pellegrini giunti da tutto il mondo sono stati oltre 1,7 milioni, un dato che supera di netto quello, già ragguardevole, dell'anno precedente. Del resto, non colpisce che proprio in uno dei momenti più intensi e dolorosi per la comunità musulmana mondiale, come l'attuale, la fede e la preghiera siano a loro volta molto più sentite e partecipate. Trump, che aveva valutato una ripresa degli attacchi in un arco temporale corrispondente al penultimo fine settimana di maggio (sabato 23, domenica 24), è stato prontamente fermato dai leader regionali (paesi arabi del CCG e della Lega Araba, nonché Turchia), che gli hanno ricordato proprio l'esistenza di questo "piccolo" problema, nonché le micidiali ricadute che una guerra in pieno Hajj avrebbe intuibilmente comportato per gli Stati Uniti non solo sul fronte regionale, ma anche internazionale.
Ora, però, l'Hajj è stato celebrato e gran parte dei pellegrini hanno già preso la via di casa: gli Stati Uniti possono riprendere le armi senza tema di gravose ricadute politiche e d'immagine. Del resto, Israele a sua volta spinge sempre di più affinché un conflitto ad ampia scala sia finalmente ripreso. Tanto Washington quanto Tel Aviv hanno un disperato bisogno d'uscire da una situazione che, per loro, da tempo e sempre più corrisponde ad un vicolo cieco. Per uscirne, ovvero nell'illusione di potervi uscire, serve così un nuovo e grande diversivo, bellico anziché diplomatico o politico.
Israele, com'è noto, ha cercato di presentare l'arrivo in punti del fiume Litani e soprattutto la conquista della fortezza di Beaufort, finita in rovine, come un'epocale vittoria tattica con cui celare i suoi ben più gravi problemi in tutto il sud del Libano: sono serviti ben tre mesi, alle truppe israeliane, per sortire obiettivi in fondo tanto modesti, avanzando su un percorso che è il più stretto e il più vicino al confine. Per giunta, avanzando tra villaggi vuoti ed accuratamente evitando il confronto diretto col nemico, ovvero Hezbollah, dimostratosi ben più temibile del previsto: ne siano prova i tanti mezzi e uomini israeliani sin qui colpiti, persino nelle retrovie, dal momento che gli Sciiti libanesi, malgrado i clamori con cui mediaticamente Israele tenta di celare i molti problemi, continuano imperterriti a bombardare la Galilea. In definitiva, Tel Aviv non riesce a proteggere le sue aree a nord, con tutto che l'intervento in Libano servisse invece proprio a garantire un tale obiettivo, creando nel sud del Libano una zona di sicurezza. La conseguenza di questo vicolo cieco strategico si misura in una crescente follia dei vertici, sempre più fuori controllo, tanto da valutare il bombardamento di Beirut per conseguire un alibi di vittoria con cui finalmente mettere a tacere lo scandalo delle deludenti operazioni sul terreno. Va da sé che la prosecuzione da parte israeliana del conflitto in Libano rappresenti per l'Iran una delle linee rosse che rendono nulla la tregua negoziale: fin qui, nonostante la poca fiducia nella volontà americana di negoziare, Teheran ha dimostrato una pazienza e una correttezza ben più profonde di a Washington.
Washington, a sua volta, ha un altro fallimento da rimediare: il blocco di Hormuz, come dimostrato dagli sviluppi sin qui visti, oltre che dalle posizioni sempre più nette e spazientite espresse dall'Oman nei confronti dell'autoritarismo americano, è ormai un buco nell'acqua. La stessa concordia, in crescente ascesa, tra Oman ed Iran, che mutualmente cooperano nella gestione della sovranità sullo Stretto, rappresenta un fallimento dall'immensa portata per gli Stati Uniti; a tacer poi dell'altrettanto immenso stimolo che il tentativo di blocco ha avuto per le rotte di terra, a cominciare dai sei corridoi logistici ormai attivi tra Teheran ed Islamabad. Gli Stati Uniti volevano una guerra per riaffermare la loro presa in Medio Oriente e nella regione del Golfo, e ne sono stati ancor più estromessi: un'ecatombe strategica paragonabile all'incapacità israeliana di blindare il suo nord tentando l'assalto al sud del Libano.
Non è in definitiva tanto inverosimile che le armi tornino a parlare. Dopotutto, ognuna delle parti coinvolte si sta preparando a questa non nuova eventualità, come pure dichiarato: americani, israeliani, iraniani, e tutto l'Asse della Resistenza. Non è auspicato, va da sé, ma neppure escluso. Non vi è ancora una piena maturità, da parte israelo-americano, ad uscire da certe contraddizioni accettandole e superandole con metodi politici.