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Destra/Sinistra: ma chi davvero egemonizza il nostro mondo?

di Antonio Catalano - 02/06/2026

Destra/Sinistra: ma chi davvero egemonizza il nostro mondo?

Fonte: Antonio Catalano

Tra gli effetti ritardanti la nascita di un pensiero di oltrepassamento dell’ormai inservibile dicotomia destra/sinistra – entrambe afferenti, con modalità “estetiche” diverse, all’unico totalizzante potere liberal liberista – si registra il riaffiorare di un anti-“comunismo” che compensa la mitologia di un fascismo eterno cui contrapporre un altrettanto eterno antifascismo.
Un anticomunismo principalmente riflesso dell’ossessivo antifascismo col quale questa degenerata sinistra liquida ogni opposizioni alle sue frequenti farneticazioni.
E tutto questo rimpallarsi di anti non fa altro che il gioco sistemico che teme, questo senz’altro, il ritorno di un protagonismo di massa che rimetta al centro del dibattito e dell’azione pubblici temi seri e fondamentali, come la questione sociale e, ora più che mai, il contrasto alla guerra che la criminale Ue vuole imporre ai propri popoli contro la Russia, verso  la quale, invece, essi – i popoli – hanno tutto da guadagnarci nel ripristinare rapporti di pace e di collaborazione rciproca.
Negli ambienti anti-“comunisti” si confonde la predominanza della “sinistra” nei vari ambiti della cultura (scuola, università, ricerca, arte, cinema, teatro, spettacolo…) come l’affermazione di quella egemonia teorizzata e propugnata a suo tempo da Gramsci nei “Quaderni dal carcere” grazie a quegli intellettuali suoi funzionari e chierici.
Un’egemonia che al più il Pci, erede storico della tradizione gramsciana, ha affermato in quegli ambienti che funzionavano da sua “cinghia di trasmissione”: sindacato (Cgil, Case del Popolo, Leghe…). Ma per il resto, in particolare dal “mitico” ’68 – anno simbolo del grande passaggio da un capitalismo borghese fondato sui valori tradizionali Dio-Patria-Famiglia al capitalismo post borghese di superamento e negazione di quei valori ormai considerati zavorra da un capitalismo che doveva svolgersi lungo l’asse di una modernità disgregatrice di qualsiasi retaggio del passato e in procinto di diventare quella società liquida ben descritta da Zygmunt Bauman – l’egemonia è stata esercitata da articolazioni di potere espressioni organiche del capitalismo finanziario. Che essendo “progressiste” molti confondono con la sinistra, quindi con il comunismo.
Un progressismo che esprime in pieno una visione anarco-nichilista che nutre profondo odio per i legami comunitari, della famiglia, dei rapporti intergenerazionali, dei rapporti tra i sessi e tanta passione per i diritti civili che in sostanza si concretizzano in un liberismo sfrenato: eutanasia, aborto, utero in affitto, non riconoscimento dell’identità sessuale naturale… il tutto condito con salsa inclusiva e accoglientista. Con una società che deve rinunciare – e se non lo fa è perché è retriva – a identità storica, culturale, religiosa, sessuale in nome della cancellazione a favore di una ricerca frenetica e distopica di una trasgressività transumana e anti-umana.
Molti di quelli che criticano (e giustamente) questo progressismo di natura anarco-capitalista commettono l’errore, per la ragione già detta, di individuare la causa di questa totalizzazione dell’occupazione dello spazio pubblico nell’attuazione da parte della sinistra dell’egemonia gramsciana di cui questa (degenerata e anti-naturale) sinistra sarebbe l’erede.
Una sinistra che arriva al paradosso di eternizzare il fascismo (e quindi l’antifascismo), di vederlo ovunque, semmai associato al patriarcato, ma non di vederlo laddove esso è richiamato davvero, addirittura nei modi nazistici sia nelle forme che nell’ideologia, in quell’Ucraina sostenuta, finanziata, fomentata da un’Europa che, guarda caso, si dichiara anch’essa antifascista. Un corto circuito solo apparente.
È da tempo che provo a far riflettere quelli che non accettano la deriva transumanista genderista, l’immigrazionismo, il controllo della cultura, dello spettacolo e dell’arte eccetera sul punto che la “sinistra” che occupa questi ambiti non è quella cui Gramsci si riferiva, che il controllo di questi ambiti non deriva dall’egemonia concepita dal pensatore e politico sardo, ma esclusivamente dall’occupazione di tutte le articolazioni sociali e culturali dell’ideologia capital-globalista che, per sua natura, come il vampiro del sangue, abbisogna di pensiero “progressista”.
Leggo quindi con estremo piacere l’articolo di oggi di Marcello Veneziani “Questa Italia è nata senza un mito unificatore”, dove nella parte centrale dell’articolo l’autore tratta proprio questo tema. Veneziani scrive che l’egemonia identificata largamente con il comunismo è una formula sbrigativa non corrispondente alle articolazioni, alle mutazioni e al panorama effettivo della repubblica italiana. In realtà, dice il Nostro, dietro quella definizione non c’è stato solo il predominio del Pci, come si sbriga solitamente la vicenda ideale, riducendo l’egemonia a un’intuizione di Antonio Gramsci applicata da Palmiro Togliatti. In realtà per lunghi decenni, quel predominio ha toccato solo alcune sfere della cultura, dell’università, dell’editoria ma non è stata pervasiva. Cerano autori e culture diverse, e sul piano dei mass media, nei primi decenni della repubblica c’era a livello di stampa, radio e di televisione, di musica e di cinema, di teatro, sport e altri campi un quadro assai variegato. La più grande mutazione, scrive Veneziani – e qui arriviamo al punto – prese corso tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in un periodo che per comodità colleghiamo al ’68. La società fu investita da una forte partecipazione ideologica e politica, una carica contro il sistema capitalistico e le istituzioni liberali e borghesi. Certo, il Pci diventò, forse, l’“utilizzatore finale” di quella spinta prodotto nel ’68, ma quel processo non nacque in seno al Pci, alla Cgil e alle fabbriche; nacque fuori, oltre, se non contro il Pci, in quell’arcipelago che definiamo il movimento giovanile. È allora che nasce davvero un’egemonia culturale della sinistra, mentre quella di Togliatti restava circoscritta e più direttamente controllata dal Pci.
È proprio allora che nasce – e qui riprende il sottoscritto a scrivere – quella sinistra, spesso a caratteri estremistici, che poi è diventata la “sinistra” che oggi occupa gli spazi pubblici e a cui si inchinano intellettuali, scrittori, attori, cantanti, creativi vari… nient’altro che i chierici dell’ideologia dominante liberal-liberista-globalista che impone le sue idee di “sinistra” e “progressiste” nella scuola, nell’università, nel cinema, nell’arte, nello spettacolo, nello sport, nell’intrattenimento, nell’editoria eccetera e che gli “anticomunisti” fuori tempo massimo – specularmente agli “antifascisti” – scambiano per comunismo.
Ciò che davvero il sistema vigente teme è che si capisca questa verità, che ci sia qualcuno a gridare “il re è nudo”, qualcuno che se ne infischi di categorizzazioni fasulle e fuorvianti buone solo per divaricare settori sociali che invece dovrebbero convergere. E che, soprattutto, si orienti il dibattito in direzione di una rinascita politica, culturale e sociale dei ceti popolari contro la merdaccia “progressista” prodotta da questo capitalismo tecnocratico e transumano.