Lucciole per le lanterne nel pensare la «remigrazione»
di Piero della Roccella Sorelli - 02/06/2026

Fonte: GRECE Italia
La «remigrazione» è possibile, attuabile, oppure no? Ma soprattutto, cos’è la «remigrazione»? Queste sono le domande che molti si pongono, dando risposte molto diverse tra loro.
Il concetto di «remigrazione» assume più punti di vista, spesso politici ma con un focus del tutto erroneo: pensare di riuscire, da un giorno all’altro, a far remigrare milioni, anzi miliardi di immigrati, invitandoli a tornare a casa loro volontariamente.
Il discorso declinato in questa maniera pare essere più uno spot elettorale, utile per provare a convogliare voti o consensi in questa o quella direzione, senza alcuna reale attinenza politica. Degli slogan su di una possibile «remigrazione», volontaria o forzata, privi di prospettiva.
In primis, oggi è cosa molto difficile convincere un congolese o un maliano che ci possa essere un futuro migliore in terre affastellate dalla corruzione, dalla desertificazione e dalla povertà; ancor più difficile è se si mette in secondo piano ciò che li ha attirati in Europa: il sogno mendace di un futuro radioso, dove tutto può essere possibile purché lo si voglia. In sostanza, una vita da esercito di riserva del capitale, con un futuro incerto e con il rischio – questo per noi autoctoni – di dover intraprendere una guerra di tutti contro tutti per aggiudicarsi le briciole che cascano dal tavolo. Questo è chiaramente l’obiettivo primario di chi inneggia all’umanitarismo ideologico. Insomma, basterebbe solo questo per convincerli a remigrare a casa loro; peccato, però, che non funzioni. Perché?
Non funziona perché l’immaginario che si è creato è ideologico. Non funziona perché quel tipo di ideologia – che è liberoscambista, del melting pot permanente, dell’assimilazionismo religioso – è occidentale e non dovrebbe essere europea. Non funziona perché c’è chi, sempre parlando del calderone politichese, pensa già di campare con i voti di quegli immigrati di prima, seconda e terza generazione i quali (le cronache narrano soprattutto delle seconde e delle terze generazioni) sono in tilt. Raziano per le strade d’Europa ciò che trovano; violentano, uccidono e inneggiano a un martirio che pare più un “copia e incolla” della spettacolarizzazione dei film di Hollywood. Una vetrina sanguinaria, sanguinante, politica e corrotta.
Dunque, che fare? Il cortocircuito è in atto. È un problema tendente alla psicologia umana, se non alla psichiatria (altra cosa è buttarla in vacca con lo psicologismo e le perturbazioni di Freud). Il cortocircuito è costante: nelle menti di questi giovani e meno giovani immigrati alberga la cultura di provenienza, che si scontra con la cultura dello spettacolo e del laissez-faire all’ennesima potenza. Mondi apparentemente distanti che si uniscono nel caos del disorientamento, dell’alienazione, dell’ira dottrinaria (in questo sono ancora più simili) e della putrida stagnazione di esistenze al pari di uno snack pronto all’uso: consumando, consumandosi e annichilendo tutto ciò che sta attorno.
È possibile far remigrare questi maranza nati in Europa – di certo non europei – invogliandoli ad avere una vita altrettanto “soddisfacente” ma a casa propria, promettendo loro di perpetrare gli stessi crimini e follie alla stessa maniera? È molto difficile crederlo. Potremmo dire la stessa cosa di ogni tipo di invasato, religioso o meno. Questi immigrati – che è bene ricordare arrivano in Italia da ogni parte del globo per ricongiungimenti familiari, per turismo, per fuggire da guerre reali o presunte – sono in maggioranza immigrati economici (si leggano i dati del Ministero dell’Interno sulla provenienza dei flussi migratori).
La domanda si ripete: cosa fare? La risposta pare essere scontata, ma non lo è per nulla: fermare il cortocircuito che è, prima di tutto, in noi europei. Riconoscersi come tali, senza ingerire dosi massicce delle fandonie di un mondo migliore, purché sia sempre lo stesso (decenni or sono dicevamo “degli uguali”). Farla finita con l’evangelizzazione occidentale, ovvero con l’idea di un presente immutabile e di un orrore che non può essere espresso in altra maniera. È il caso di ripercorrere non un identitarismo privo di prospettive o un tradizionalismo caricaturale (che non riconosce il postulato secondo cui tutte le tradizioni sono inizialmente delle novità che possono protrarsi nel tempo o perire), ricordando che “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”.
Un ulteriore problema è che i popoli europei, non riconoscendosi, non vengono a loro volta riconosciuti come tali dagli altri. Se c’è uno snodo fondamentale per dare un senso al concetto di «remigrazione», è proprio questo. Gli accordi con i Paesi di origine per il rimpatrio, o tutto ciò che può e deve essere possibile, hanno senso solo se siamo disposti a riconoscerci nella nostra essenza storico-culturale, antropologica e di etnos. I popoli europei hanno più cose in comune tra loro che con altri. Questo, sia chiaro, senza scadere nell’etnocentrismo compulsivo o nel razzialismo biologista, come fossimo pionieri dei monti Appalachi.
La risposta allo stato delle cose è capire quali siano le cause delle problematiche dovute all’immigrazione. Tra queste figurano l’universalismo egualitario, la mentalità liberale e quella progressista, che hanno ridotto le identità e le culture dei popoli d’Europa a feticci da bazar, omologandole e guardandosi bene dal preservarle. Come dicevamo, le differenze tra i popoli europei rappresentano la forza di un Continente: vanno perciò preservate.
Pensiamo a risolvere le cause, compresa l’annosa questione di società nate sotto l’egida della Forma capitale, dove la politica è ancella e non decide se non per supposta intenzione. Riconoscerlo significa capire che le governance che guidano l’Europa non sono immortali; ma è anche d’obbligo ipotizzare cos’altro contrapporre a un dominio dei mediocri. Qualcos’altro è possibile, sempre che non ci si ostini a confondere le cause con gli effetti.
