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Remigrazione?

di Alain de Benoist - 01/06/2026

Remigrazione?

Fonte: GRECE Italia

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni»? Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi, la risposta del filosofo e saggista Alain de Benoist.

 

La remigrazione è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non in astratto), non parliamo più. È auspicabile? Dipende tutto da cosa si intende con questo termine.

È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che si è trasformata in un fenomeno di insediamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, debba essere frenata con ogni mezzo possibile. Tutti i sondaggi lo confermano: le popolazioni autoctone non ne vogliono più sapere e non ne possono più. È per questo motivo che un certo numero di gruppi e partiti politici (a volte al governo) sono oggi favorevoli alla «remigrazione». Il problema, a ben vedere, è che non sempre ne danno la stessa definizione. La maggior parte di loro, ad esempio, attribuisce grande importanza al carattere volontario del ritorno (che può certamente essere incoraggiato), cosa che non è necessariamente vera per altri.

La remigrazione è stata presentata come un «mito mobilitante». Ci si chiede come sia possibile tradurre questo mito in un progetto che non sia, come tanti altri, del tutto impolitico.

Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati solo perché sono immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e per volontaria ignoranza della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano a incoraggiarla: sia per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, sia per ingenuo idealismo umanitario o universalismo morale, sia con l’intenzione perversa di cambiare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

​Fermare i flussi migratori è certamente possibile, almeno in una certa misura (e tralasciando l’influenza negativa dei giudici allineati all’ideologia dominante). Il «ritorno al paese d’origine» non ha senso, invece, quando ne esistono diversi per una stessa famiglia, quando i paesi d’origine rifiutano di riaccogliere i propri cittadini, e nel caso delle coppie e delle famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare. Tramite le espulsioni, si auspica una riduzione della popolazione residente (in contrapposizione ai flussi). Ciò vale per i clandestini, per i criminali stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti solo per beneficiare di un sistema di assistenza sociale – tutti casi, questi, che non rappresentano la maggioranza degli immigrati. Dopodiché ci si addentra in un terreno instabile, dove i motivi di espulsione svaniscono poco a poco. Non vedo come andare oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, in ogni caso, non potrà essere messa in atto. Come valutare il numero di coloro che sono un po’, molto o per niente integrati? Di coloro che amano un po’, molto o per niente il paese in cui vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate in base a ciò che fanno, non a ciò che sono (e non bisogna credere che facciano ciò che sono; al contrario: sono ciò che fanno).

I sostenitori della remigrazione (che in passato parlavano di «reconquista») sono in fin dei conti dei grandi ottimisti. Credono che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io, invece, penso che la catastrofe sia già avvenuta. Quando una biglia, che rappresenta un determinato processo, scende su un piano inclinato cosparso di chiodi, si può tentare di modificarne la traiettoria o di indirizzarla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione è solo una questione di realismo.

Aggiungo che, nel prendere posizione su questo problema, non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto diverso: la presenza di minoranze etniche all’interno della società trarrebbe grande vantaggio dall’essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato-nazione. Preciso che non credo nemmeno nell’assimilazione, che ai miei occhi non è né possibile né auspicabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in materia, la storia ha già dato).

 

 Éléments, Alain de Benoist, Que pensez-vous de la « remigration » ? (3), 29 maggio 2026.

 

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.