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L'avversione statunitense al multipolarismo

di Antonio Terrenzio - 06/01/2026

L'avversione statunitense al multipolarismo

Fonte: Antonio Terrenzio

Se ci eravamo illusi che Donald Trump potesse riaprire ad una politica multilaterale con un riformulazione dei rapporti internazionali, c'eravamo illusi. Con il disarcionamento di Nicolas Maduro, Donald Trump mette la mani sul petrolio venezuelano e torna ad una politica di prepotenza miliare che c'eravamo illusi che il Tycoon potesse archiviare in nome di un ritrovato isolazionismo e del disimpegno militare USA. Almeno questo nei proclami programmatici del MAGA. Siamo di fronte al modus operandi Neocon in piena regola, con tanto di colpi di Stato e Regime Change. Adesso quindi "The Donald" non usa più toni smargiassi seguiti da accordi, ma bombarda, rapisce leader non allineati e avverte gli altri Paesi, come Messico, Colombia e Cuba di essere i prossimi. 
Che il Diritto internazionale fosse un orpello giuridico, da tirare dalla giacchetta a seconda delle convenienze e applicato in maniera selettiva, era un qualcosa che solo gli invasati di universalismo umanitario si ostinavano a non riconoscere. Tuttavia assistiamo ad un pericoloso precendente rispetto a tutti gli altri, perché adesso gli USA rilanciano e minacciano apertamente di annettere anche la Groenlandia e di rovesciare il regine di Teheran. Tale sdoganamento è con sorpresa avallato da quei media che normalizzano la sostituzione della forza del diritto col diritto della forza. In questo Destra e Sinistra fanno a gara nel valzer dell'ipocrisia, tra chi saluta la cattura del satrapo dittatore comunista e chi invece finge indignazione per opportunismo politico. Chi prima vedeva in Trump un leader dalle tendenze illiberali e l' epigono dell'influenza delle autocrazie sul modello occidentale, oggi lo applaude per aver arrestato il dittatore comunista e regalato la libertà ai venezuelani, in perfetta continuità ideologica con chi ha avallato le guerre che hanno distrutto la Libia, l'Iraq e la Serbia. 
Il racconto mediatico abbraccia la nuova politica di potenza che non ha più bisogno delle retorica dei diritti umani e dell'esportazione della democrazia per imporre il proprio dominio. Ripetiamolo, i più disgustosi in questo pietoso cabaret dell'informazione, sono quelli che fino a ieri parlavano di Trump come minaccia all'ordine globale, mentre oggi sono ringalluzziti perché con l'arresto di Maduro, ha finalmente dato un colpo a Putin e Xi Zimping. Un aspirante autocrate val bene un colpo di Stato se torna utile contro i nemici dell'Occidente collettivo.
Intanto la situazione a Caracas resta fluida e piena di incognite. Molto probabilmente Maduro è stato venduto o scaricato dal suo esercito che infatti non ha minimamente reagito al blitz della Delta Force nella notte del 3 gennaio scorso. La vice presidente Celya Rodriguez, incaricata di formare un governo di transizione democratica, ha ricevuto l'avvertimento da parte di Trump di non fare brutti scherzi, altrimenti sarà la prossima. L'ordine chavista rimane quindi al potere e nessuna forza di opposizione ne ha preso il posto; la vittima sacrificale era Maduro, che probabilmente è stato fatto fuori per garantire la sopravvivenza del regime chavista. Come ha scritto Pino Arlacchi su il Fatto Quotidiano, trovare un accordo con gli USA sul Petrolio sarà determinante nell'evoluzione della crisi, visto che l'ultima cosa che desiderano allo Studio Ovale è uno scenario di guerra stile Afghanistan o Vietnam contro 5-6 milioni di soldati Venezuelani addestrati e armati fino ai denti.
L'attacco a Caracas va interpretato con le parole dello stesso Trump: gli americani non permetteranno a cinesi o russi di minacciare i propri interessi e che rimangono ancora la prima superpotenza globale. E qui è evidente un attacco al multipolarismo. L'intervento militare degli Stati Uniti appare "tagliere le gambe al multilateralismo" come rilasciato in una intervista su Repubblica dallo storico Franco Cardini, il quale vede come prossima vittima designata l'Iran. All'attacco sferrato al Venezuela ne seguiranno altri: è il ritorno della Dottrina Monroe, adattata a questa nuova fase storica e dove gli interessi degli Stati Uniti si spingono fino a Taiwan. Altro che divisione del mondo in sfere di influenza. Intanto la Groenlandia è già nel mirino del Tycoon che ha detto senza mezzi termini:"ne abbiamo bisogno per la nostra difesa". È una partita più delicata, perché la Groenlandia è sotto la Corona Danese, un membro della NATO, non una colonia nel cortile di casa. L'inedita aggressività di Trump è quindi un avvertimento anche ai membri dell'Alleanza Atlantica, trattati ancor di più come subordinati. Le rotte dell'Artico e le risorse dell'Isola fanno gola agli Usa, ma anche a Russia e Cina. 
Gli USA più degli altri contendenti, sfruttano la nuova era multipolare per ripristinare il proprio unipolarismo con delle azioni militari e dei regime change in continuità con le amministrazioni precedenti. La portata inedita della nuova fase è l'accelerazione con cui certi scontri e contese geopolitiche arriveranno alle fasi finali.
In Iran la crisi idrica ed economica dovuta all'inflazione del Rial, con la spinta di Israele potrebbe portare ad un rovesciamento del regime degli Ayatollah, con conseguenze pesantissime in grado di modificare gli equilibri regionali in maniera determinante. L'attacco al Venezuela, prima riserva petrolifera mondiale, è strettamente collegato ai tentativi anglo-sionisti di rovesciare il regime di Khamenei e mettere le mani sul petrolio iraniano, di modo da avere l'assoluto controllo sui prezzi del barile. Azzardo al quale se Cina e Russia non risponderanno, rischieranno di compromettere irrimediabilmente la credibilità dei BRICS e dell'alternativa multipolare, già provata dalla caduta della Siria.
Un ultima considerazione va riservata alla guerra russo-ucraina, che è molto di più di un conflitto regionale. È difficile capire il gioco al quale stia giocando Trump con la sua amministrazione. La Russia è impantanata in una guerra da quattro anni che sta vincendo ma non riesce a chiudere. E anche qui Trump lancia messaggi ambigui di apertura verso Putin e verso Zelensky. Anche se la guerra dovesse risolversi come è molto probabile, in una capitolazione dell'esercito ucraino, una soluzione coreana con un'Ucraina occidentale iper armata e fuori dalla NATO, sarebbe una spina nel fianco della Russia. Un conflitto pronto a riaprirsi rapidamente e con un terrorismo ucraino sempre in attività, per Mosca potrebbe rappresentare una sconfitta sul piano strategico. A lungo andare una situazione del genere drenerebbe energie militari e soprattutto psicologiche del Cremlino con conseguente indebolimento del sistema Putiniano. Può darsi che Trump, nella sua sfida alle forze multipolari possa avere in mente proprio questo. Del resto l'Europa si sta armando e lo fa comprando armi, jet e carri americani. Il bilancio militare alzato al 5% è una manna per "l'American first". Inoltre Trump ha parlato di pace o di tregua, ma non di ripristino dei rapporti energetici con la Russia. Quelli sono inevitabilmente compromessi con la dipendenza  dallo shale gas americano. L'Europa oltre ad essere estromessa da ogni decisione è vincolata agli armamenti e agli idrocarburi americani.
Gli Stati Uniti hanno in vista soprattutto i loro interessi, e con loro russi e cinesi. Il diritto internazionale era stato stuprato già ai tempi dell'attacco alla Serbia nel '99  e dell'Iraq nel 2003. Ma adesso siamo ad un cambio di paradigma, quello del "brutalismo delle relazioni internazionali". L 'illegittimità delle azioni militari Usa assume aspetti apertamente gangasteristici, col plauso ipocrita di chi ne avalla le operazioni se queste vanno contro i cosiddetti dittatori "sbagliati", perché con loro la diplomazia ed il principio di rispetto della sovranità possono essere calpestati impunemente, come nemmeno ormai il Tycoon osa nasconde.
Si risparmi ogni retorica contro il dittatore comunista o l'Occidente che deve reagire contre le autocrazie che ne minacciano l'esistenza dall'esterno, quando niente è cambiato e il monopolio della forza resta l'unico principio reale a regolare le diatribe internazionali. Se il diritto internazionale è carta da cesso e  l'ONU è ridotto ad un club di bridge, esimetevi da qualsiasi tipo di retorica liberale dal momento che le democrazie occidentali riconoscono solo il dominio e lo sfruttamento di chi si frappone ai loro interessi. Gli Usa operano con maggiore spregiudicatezza e decisione rispetto a qualsiasi contendente globale, perché devono dimostrare ancora di essere la prima superpotenza globale. In questo Trump sta dimostrando di essere come Bush, Obama e tutti coloro che lo hanno preceduto. Almeno su questo possiamo non avere più dubbi. La dottrina del caos è sostituita con interventi mirati tesi ad evitare azioni "boots on the ground", ma data l'urgenza di ristabilire una propria supremazia, nemmeno quello può essere dato per scontato. Quello che sarà in futuro sarà altamente incerto e di difficile previsione. Intanto gli Usa di Trump hanno lanciato la loro sfida al mondo multipolare.