Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Alì Larijani, il filosofo-statista e il cortocircuito della "ragion pratica" atlantica

Alì Larijani, il filosofo-statista e il cortocircuito della "ragion pratica" atlantica

di Davide Pellegrino - 18/03/2026

Alì Larijani, il filosofo-statista e il cortocircuito della "ragion pratica" atlantica

Fonte: Davide Pellegrino

Alì Larijani è stato il filosofo-statista. Leggeva Heidegger, Mulla Sadra, Kant. Un uomo che ha studiato a fondo la metafisica europea per poterne sezionare i limiti, comprendendo l'impalcatura razionalista dell'Occidente mille volte meglio di quanto l'Occidente comprenda le basi teologiche dell'Iran. 
Con un dottorato e una profonda assimilazione della fenomenologia del Vecchio Continente, Larijani non si è limitato a studiare il nemico: ne ha dissezionato, in 20 anni prima di questa guerra, il "software" cognitivo. Ne ha compreso che la debolezza fatale non risiedeva nei suoi arsenali, ma nella sua architettura mentale, ormai irrimediabilmente degradata a un nichilismo strumentale, meccanicistico e privo di orizzonte temporale. 
Epic Fury è stata la quintessenza di questa ossessione. Il numero di missili, il tonnellaggio delle bombe anti-bunker, il PIL, le coordinate GPS di un generale. Un’operazione ingegneristica volta a incenerire la superficie visibile dell'Iran, convinta che, distrutta la materia, lo spirito della nazione si sarebbe arreso. 
Larijani, che ha concentrato le sue pubblicazioni saggistiche esclusivamente sul rapporto tra matematica, logica e filosofia, sapeva benissimo che il nemico avrebbe reagito così. Sapeva che i pianificatori del Pentagono avrebbero scambiato la distruzione dei palazzi e l'assassinio dei leader per una vittoria militare e convenzionale. Così ha concesso loro di accanirsi sulle manifestazioni fenomeniche dello Stato (le infrastrutture, le banche, i comandanti), ritraendo la vera essenza del potere iraniano – ovvero lo spirito rivoluzionario, la rete dei Pasdaran, il paradigma del martirio – in una dimensione sotterranea, inafferrabile. 
Mentre Donald Trump proclamava vittoria il giorno 1, Larijani aveva già fatto mutare la sua nazione in uno sciame di Shahed-136 imponendogli un'equazione suicida e inesorabile: per ogni singola esplosione che squarciava Teheran, un contrappasso di fuoco si abbatteva chirurgicamente sulle infrastrutture sensibili del Golfo. Il dolore assorbito dalla Repubblica Islamica veniva istantaneamente monetizzato in danni strutturali contro l'Occidente. 
Ed è esattamente in questa brutale e chirurgica "monetizzazione" del dolore che Larijani ha innescato il secondo pilastro filosofico. Studiando l'evoluzione del pensiero occidentale da Hobbes all'utilitarismo anglosassone, aveva da tempo individuato il tallone d'Achille della modernità liquida: l'ossessione per il calcolo costi-benefici. Larijani ha capito che la civiltà del profitto, fondata sul feticcio del dividendo e sul mercato azionario, è ontologicamente incapace di sostenere una guerra a perdere sul piano finanziario. Colpire le casseforti di cristallo del Golfo significava colpire il dogma stesso su cui si regge l’Impero: la convenienza.
Per mandare definitivamente in frantumi questa fragile impalcatura utilitaristica, restava solo da inserire nell'equazione l'ultima variabile, l'arma suprema che l'Occidente ha smesso di dominare: il tempo. Avendo reso la guerra un salasso finanziario intollerabile, Larijani ha costretto la coalizione Epstein a misurarsi con una cronologia a lei aliena. Il tempo per Washington è denaro, è la miopia della scadenza elettorale, è l'ansia da prestazione per le mid-term; per la millenaria civiltà persiana, il tempo è attesa, pazienza, respiro. 
Dilatando il conflitto all'inverosimile e trasformando la Blitzkrieg americana in un pantano inestinguibile, Larijani ha mandato in cortocircuito la "ragion pratica" atlantica. In questo definitivo scacco matto ontologico si consuma l'epitaffio dell'intera dottrina strategica occidentale dell'ultimo quarto di secolo: la religione della guerra preventiva.