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Alla periferia dell'Impero

di Antonio Margheriti - 18/05/2023

Alla periferia dell'Impero

Fonte: Antonio Margheriti

POETANTI E MUSICANTI DELL'AMERICAN WAY OF LIFE NELLA BASSA PADANA
Così come ogni tanto mi piaceva entrare in un cimitero, appassionarmi alla foto di una vecchia lapide, un nome magari, e poi una volta fuori impegnarmi in una disperata ricerca biografica per ricostruire quella ignota vita smarrita (poi ho scoperto che lo faceva anche Totò, ma con i vivi, facce che incontrava per strada e che pedinava per capire chi fossero, sapere la loro storia), ogni tanto faccio un po' la stessa cosa su fb, ma non perché mi interessi la biografia stavolta, non mi interessa nemmeno la persona sconosciutissima scelta a caso: per mettere insieme tasselli, ricostruire il mosaico antropologico e culturale che ci dice a che punto della storia siamo.
Da un post di poesia vado al profilo del poeta, da questo a un amico musicista del poeta e da questo agli album dei giovani amici poetanti e musicanti del medesimo. E' una questione di pochi minuti, ormai sono diventato esperto, so dove andare subito a vedere per subito capire.
Italia. Bologna e dintorni dell'Italia settentrionale. Vengono un po' tutti da lì. Sono italiani ed europei. Suonano e verseggiano qui, consumano "cultura", consumano musica, consumano cinema.
Consumano.
Dunque fare cultura, vivere la cultura è "consumarle".
E' il primo dato.
Alternano tutti le loro foto avatar, come le foto panoramiche,  con foto di cantanti, attori, rari poeti.
Sono tutte icone statunitensi, tutti di nome "alternativi" nel solo modo concepito dall'impero, uniformati al modello, conformi al modello precostituito del "ribelle" entro il giogo del potere, del denaro, di chi avendo il secondo ha il primo: e infatti sono anche tutti "ribelli" miliardari. Sono cioè il potere stesso. Poi c'è anche il potere istituzionale, e invecchiando i ribelli ligi al mantra ideologico smettono anche di far finta di non andarci d'accordo: si premiano a vicenda, si scambiano medaglie di "anticonformismo" e "libertà" nella reggia, con l'imperatore in persona, meglio se l'imperatore è dalla pelle ambrata da ricordare uno schiavo redento e conformato anche lui.
Ecco un altro dato accessorio, mi dico: il conformismo, l'autosuggestione dell'alternatività al sistema, essendo parte del sistema stesso. Gioco di specchi sublime: mi ricordano il grande disimpegno dei "figli dei fiori" che furono una geniale creazione del potere per distrarre i giovani contestatori dal potere stesso che diventava manifestamente violento; la CIA che pagava il Marcuse per purificare dalla realtà guevarista la gioventù risvegliata all'ideale antimperiale e perciò fare da aedo dei ribelli e condurli nei placidi allucinati lidi delle pippe psico-pseudo-marx-cineserie che scorrevano verso il grande nulla del rintronamento delle isole di Wight prossime venture a farsi di pere semi-buddiste e chiavamenti tantrici e poetanti prima del finale grande sonno chimico.
Infine il dato più rilevante di tutti, il solo che adesso mi interessa: questa gioventù, questi trentenni italiani appassionati d'arte, ben vestiti, con abbinamenti strepitosi, poetanti e musicanti, replicano, replicano soltanto, non inventano niente.
Infatti dicevo delle loro foto sugli album fb, foto di cantanti, attori, poeti-cantanti che alternano alle loro stesse foto dove assomigliano ai primi, dove tutti e loro stessi assomigliano a tutti, sembrano la medesima persona in età diverse. Ecco il dato interessante: sono tutti artisti degli STATI UNITI, East Coast, West Coast.
Naturaliter professano la american way of life in qualcosa che è più del "tu vo fa l'ammericano mmericano ma si nato in Italì". E' sentire con l'impero, è professare l'ideologia e la religione dell'impero sia pure come un lontano, e provinciale (proprio nel senso romano del termine), sentito dire da cittadino alla periferia estrema dell'impero medesimo che "agogna di condursi nella Roma dei Cesari" Caput Mundi. E la cultura la interpretano nel solo modo che l'impero concede: comprandola, consumandola, al massimo rivendendola, perché l'impero non importa niente di culturale dalle periferie, esporta solo, esporta se stesso e l'idea, grandiosa, di se stesso, come sola cultura possibile: lo stile di vita, che è un artificio letterario, narrativo.
Fino al 1946 quasi non si conosceva qui un solo artista statunitense, salvo forse qualche soul nero e unicamente tra amatori del genere e specialisti... Poi tutto è diventato imitazione: dalla scenografia, ai costumi, agli occhiali da sole, alle bandiere politiche che vengono sventolate dai vari mengoni. Tutto imitazione e importazione di laddove mitologicamente si puote tutto ciò che si vuole: la grande cazzata dell'America che se ci vai con una idea realizzi i tuoi sogni. Sanno vendere se stessi, non v'è dubbio: puoi andare lì ad essere povero ed essere felice di stare vivendo la "american way..." perché sei nel luogo dove c'è il Potere e il potere è sogno.
E' con questa generazione di amerikani alla periferia dell'impero che bisogna fare i conti presto, perché il provinciale che dalla Cappadocia o Tracia guardava con desiderio e spirito di emulazione ai fasti della Roma augustea, finiva con l'essere più romano e (imperialista) dell'Imperatore amando il suo stato di minorità.
Non sarà facile per moltissimo tempo non essere più americani alla periferia dell'impero, neanche dopo la fine dell'impero per tornare noi stessi, se memoria di noi resta, e spesso non ne resta. E si diventa niente altro che un esercito a disposizione del primo che saprà impadronirsene. Di nuovo. Poi più niente, una cultura si estingue nella lunga dimenticanza di sè. Finisce l'Italia dei padri e dei padri dei padri.
Potremmo essere le ultime generazioni di italiani culturalmente ancora tali.