Breve riflessione sul Purgatorio
di Massimo Maraviglia - 25/05/2026

Fonte: Massimo Maraviglia
Dice il "Catechismo della Chiesa Cattolica": “Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso. ‘Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano’ (1 Cor 2.9 -1027). A motivo della trascendenza, Dio non può essere visto qual è, se non quando Egli stesso apre il suo Mistero alla contemplazione immediata dell'uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa la visione beatifica (1028). Coloro che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo (1030). La Chiesa chiama Purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt'altra cosa dal castigo dei dannati (1031). Questo insegnamento poggia anche sulla pratica della preghiera per i defunti, di cui la Sacra Scrittura già parla. ‘Perciò [Giuda Maccabeo] fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato’ (2Mac 12,46). Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti (1032).
Santa Caterina da Genova, (1447-1510) nel suo "Trattato del Purgatorio" (in AAVV, Piccolo trattato sulle anime del Purgatorio, Piccolo Apostolato Mariano, Forlì 2020, pp. 21-29) ribadisce, dentro la feconda tradizione cattolica, che il Purgatorio è un luogo di purificazione. In esso, aggiunge, le anime si gettano volontariamente. Infatti, attirate dalla grazia dell'amore divino, di cui colgono l'infinita grandezza e bontà, le anime rifiutano di presentarsi al suo cospetto con la ruggine del peccato. Quest'ultima è il lascito di una colpa del tutto cancellata, di cui effetti hanno tuttavia "ossidato" la superficie dell'anima. Come la ruggine, se non raschiata, rimane anche quando il ferro è stato allontanato dall'umidità, così anche le conseguenze deturpanti del peccato rimangono anche quando la colpa sia allontanata. Esse devono venire "abrase" non senza qualche sofferenza. Anzi, la sofferenza stessa è il mezzo disincrostante, perché soddisfa la giustizia. Infatti, per quanto sia possibile penetrare il mistero dell'espiazione, si deve pensare che come al bene si associa il premio, cioè un altro bene, al male si associa la punizione, cioè un altro male. È una sorta di inferenza morale - basata su un principio di omogeneità oltre che su quello di identità e non contraddizione - che Dio ha iscritto in tutti i cuori e che universalmente si comprende. Come il bene compiuto produce un felice squilibrio morale che va compensato con il bene ricevuto, allo stesso modo il male commesso va compensato con un male ricevuto. Questo è il senso dell'immagine allegorica della giustizia come bilancia.
Dunque, la logica compensativa o retributiva possiede la ratio dello squilibrio da riequilibrare. Ciò ha una dimensione cosmica: la ferita del male è prodotta nell'essere e nel corpo del mondo, di cui distrugge l'ordine. Ma è anche antropologica: il male colpisce la natura umana. L'espiazione ristabilisce l'ordine cosmico mediante la sofferenza di colui che ha causato sofferenza, ma anche l'ordine antropologico individuale, perché la sofferenza del reo ristabilisce l'integrità della persona scissa e lacerata dall'azione compiuta. In questo modo, spezzando dall'inizio ogni forma di autogiustificazione assolutoria - che sarebbe confermata da un'eventuale mancanza di conseguenze dell'errore morale - trasforma il soggetto mediante la coscienza e il pentimento e lo riconduce alla sua verità. Infine l'espiazione rende serio e non indifferente il perdono ricevuto, che offre veramente la possibilità di ricostruzione della personalità e non coincide con un ininfluente e indifferente colpo di spugna. C'è quindi nel cuore della logica retributiva una corrispondenza evidente, razionale, necessaria e incrollabile tra bene e bene e male e male.
Ma sarebbe ben strano che Dio, che espelle e allontana da sé ogni male (nell'Inferno), lo accogliesse nel suo Regno, quand'anche nella sua “anticamera”. Ecco allora la soluzione contemplata dalla santa genovese: la pena del purgatorio è una gioia trattenuta. È desiderare ardentemente Dio e la visione beatifica senza poterla ottenere immediatamente. La dilazione della gioia è un dolore e tale dolore purifica. Il Purgatorio, insomma, implica ancora una temporalità penitenziale, che si instaura sullo sfondo di una eternità di festa escatologica. Tutto il contrario della temporalità amartiologica del mondo, in cui la gioia è data come eccezione, anticipazione, prefigurazione, su uno sfondo di dolore e vanità. Come la dilazione nel mondo trattiene il peggio (cioè il mysterium iniquitatis e la sua manifestazione) allo stesso modo nel Regno trattiene il meglio (cioè la fruizione diretta di Dio). Trattenersi dal meglio è, tuttavia, l'unico modo per accedervi conformemente al meglio stesso. La lontananza dà accesso alla vicinanza. Essere assenti è accesso alla presenza. Ma mentre nel mondo l'attesa di un bene anticipa il godimento del bene stesso, nel Regno l'attesa del bene, in quanto residuo del mondo, è dolore, sebbene un dolore disincrostato dal male che normalmente lo accompagna. Di qui la singolare commistione di gioia e dolore nel Purgatorio a proposito della quale i santi parlano di pene equiparabili a quelle dell'Inferno e di gioie equiparabili a quelle del Paradiso.
Per dare un'idea di ciò di cui stiamo parlando, possiamo accostare due testimonianze mistiche abbastanza esemplari. Nei quaderni di Maria Valtorta, ella dialoga con l'anima della mamma, che si trova in Purgatorio. L'anima le risponde "ilare e festosa: 'Sono qui ma per poco ancora. Questa mattina ho fatto un gran passo verso la pace…'"(ivi, p. 42). Suor Maria della Croce riceve invece dall'anima di una consorella morta la conferma delle grandi sofferenze del purgatorio. «Quanta felicità in Cielo! Vi è una grande distanza tra il Purgatorio e il Cielo [...]. In Cielo pura luce, nel Purgatorio profonde tenebre” (ivi, p. 51).
Il Purgatorio si qualifica allora come luogo tipicamente paradossale, dove la contraddizione prelude a una risoluzione che però è già data, dove l'ultimo attraversamento di una lacerazione implica tuttavia che essa è già risolta. Parallelamente esso può essere concepito come una penitenza già compiuta, ma da scontare, una bellezza già conquistata, ma da ottenere, una meta già raggiunta, ma da guadagnare. La sua profonda verità è in questo suo mistero di contrasti del tutto coerenti con l'inesprimibile ulteriorità del sovramondo. Solo una qualche forma di trivialità manichea, sopravvissuta in quel protestantesimo che dice con troppa sicurezza "aut Inferno aut Paradiso", ha potuto ridurre la dimensione dei novissimi ai vecchi dualismi mondani - binarius numerus infamis - che sono segno di immaturità spirituale e quindi teologica.
La verità cattolica del Purgatorio non possiede solamente un carattere statico e definitivo, bensì una peculiare forza dinamica. Nella letteratura mistica i discorsi sulle anime del Purgatorio hanno un forte tono esortativo. Alla nostra sensibilità ciò può apparire non privo di una certa artificialità e affettazione. Ci si trova spesso calati in un contesto di vita religiosa molto lontano per stile e orientamento culturale dal nostro mondo secolarizzato. Consuetudini, atti, pensieri che trovano il loro senso dentro le mura dei conventi e dentro le regole delle congregazioni, appaiono separati dal secolo che noi viviamo. D'altronde la vita monacale è di per sé un'uscita dal secolo. Appare perciò difficile entrare in un mondo ideologicamente autosufficiente in cui il significato dell'azione prende forma alla luce di mille presupposti che non sono più i nostri. I gruppi sociologicamente chiusi tendono, infatti, a elaborare linguaggi che appaiono autoreferenziali a chi non è disposto ad aprirsi a quelle chiusure come a luoghi fecondi e a “case dello spirito” dove la vita e la verità non smettono di reclamare, con maggiore successo che presso di noi, i loro diritti.
Allora, i racconti e resoconti relativi al Purgatorio uniscono il tono esortativo al contesto ideologico dell'exitus de saeculo. Ciò rende l'approccio difficile, ma la difficoltà è una dimensione che va vissuta come una prova positiva, perché niente si presta al discorso edificante come la realtà intermedia, contraddittoria eppure assoluta del Purgatorio. Questo luogo spirituale del "già e non ancora" appare un modello calzante e particolarmente appropriato per leggere il nostro peculiare "già e non ancora". Desiderio ardente di Dio e sofferenza, visione parziale e speranza, enfasi sull'impossibilità di un fare che non sia un patire e al tempo stesso un ricevere (si patisce il dolore, si ricevono le preghiere altrui): non è questa una riproduzione metafisicamente depurata dell'essenza del nostro mondo e della nostra vita? L'Inferno è la totale assenza di speranza e di bene. Il Paradiso è il compimento totale della visione beatifica. Due prospettive, queste, che nella loro purezza nessuno vive sulla terra e si collocano in una lontananza che rimarrebbe non mediata se non ci fosse il Purgatorio. Questo si presenta come un “luogo” ultraterreno che si presta in modo particolare a produrre un'influenza sul mondo mediante l'idea che tra la nostra vita e quella dei morti - cioè tra il qui e l’Altrove - vi sia un collegamento attivo e biunivoco, fondato su un’analogia che favorisce una simbolica della condizione umana e della sua tensione trasformativa.
I mistici che ci parlano del Purgatorio vogliono spingerci a vivere meglio. Le anime del Purgatorio ci portano questo messaggio e, al tempo stesso, esigono che noi le aiutiamo a giungere alla meta. Noi non possiamo immaginare la disperazione nera di chi si è definitivamente perduto e forse nemmeno la purezza infinita della felicità dei santi. Possiamo però ben comprendere il desiderio inesausto e l'ansia sofferente di chi è lì lì per arrivare e tuttavia deve attendere perché non è pronto. Ecco la prossimità assoluta del Purgatorio e di qui la sua potenza straordinariamente edificante.
