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Chi sono i padroni del mondo? Italia in svendita…

di Alessandro Volpi - 03/07/2026

Chi sono i padroni del mondo? Italia in svendita…

Fonte: L'Adige

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Alessandro Volpi, docente di Storia Contemporanea, Storia del Movimento Sindacale e di Storia Sociale presso l’Università di Pisa. Autore del saggio “ I padroni del mondo-Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia”, ha pubblicato inoltre ”La guerra della finanza-Trump e la fine del capitalismo globale”, “ Note di storia sindacale”,” Prezzi alle stelle-Non è inflazione è speculazione”.

Prof. Volpi già il titolo del suo saggio è eloquente, “I padroni del mondo”, e aggiungerei che sono coloro che si stanno mangiando l’Italia… Nell’immaginario collettivo si pensa  subito ad una grande potenza come potrebbero essere gli Stati Uniti o al suo diretto concorrente globale la Cina, ovvero ad un potere politico- economico. Invece lei parla di fondi d’investimento…. Prima di addentrarci nel particolare, ce ne vuole parlare in linea generale?

«Un fenomeno velocissimo, e sconcertante. In una ventina d’anni alcune società finanziarie hanno conquistato l’economia mondiale e non solo.  Si tratta in particolare di quattro o cinque grandi fondi speculativi  – a cominciare da Vanguard e BlackRock – che, ancora marginali all’inizio del nuovo millennio, hanno cavalcato le crisi, hanno beneficiato dell’operato delle Banche centrali e dei governi, ed hanno sfruttato, accelerandolo, il processo di smantellamento degli Stati sociali e di privatizzazione della società. In estrema sintesi sono diventati i veri “padroni del mondo”, in grado di condizionare i prezzi e gli scenari economici e politici in maniera assolutamente determinante.

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Oggi, tali fondi possiedono oltre il 35% del capitale di tutte le più grandi imprese mondiali, di quella che viene definita economia reale, sono decisivi nella tenuta delle monete e nelle sorti dei debiti degli Stati.  Ma come è stata possibile una simile concentrazione del capitalismo che ha cancellato ogni nozione finora conosciuta di mercato?

E’ possibile spiegarlo, tracciando un quadro chiaro dei numeri di tale sbalorditivo monopolio e ricostruendo, al contempo, le storie dei protagonisti di una simile incredibile scalata al potere, che li ha resi soggetti assai più rilevanti persino degli Stati più grandi, di cui stanno cercando ora di appropriarsi con le stesse logiche “finanziarie” con le quali hanno acquisito il controllo dell’economia.

Finanzieri d’assalto, dotati di incredibile spregiudicatezza che, costruendo “prodotti” artificiali di creazione della ricchezza, hanno saputo attirare migliaia di miliardi di dollari dei risparmiatori in giro per il mondo  destinati a legarsi così in maniera indissolubile alle sorti dei fondi speculativi, aderendo alla religione della finanza a portata di tutti. Questi numeri e queste storie consentono di capire perché la democrazia economica è oggi una mera espressione formale e, soprattutto, di chi sono le responsabilità dell’approdo a un nuovo mondo senza mercato e con spazi di autonomia politica molto ridotti a cominciare proprio dal cosiddetto “mondo occidentale”.»

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Lei analizza punto per punto la penetrazione di questa parte dell’economia finanziaria negli Stati, attraverso una prima opera di smantellamento dello Stato sociale. Che cosa intende con la parola smantellare? Non dovrebbe essere lo Stato, ovvero la Politica a dettare le regole dei settori strategici della nostra Nazione?

«Ormai da tempo si è diffusa l’idea che il modello dello Stato sociale universalistico non sia più sostenibile soprattutto in presenza di due condizioni tipiche del neoliberismo. La prima è costituita dall’esigenza di ridurre il carico fiscale, abbandonando la progressività in nome di una tassazione piatta, destinata a contrarre le entrate statali. La seconda è costituita dalla politica monetaria della Bce che non ammette alcuna monetizzazione del debito e dunque impone una crescente austerità, con tagli pesanti che, inevitabilmente, conducono alla privatizzazione e alla svendita del patrimonio pubblico.

La capacità di condizionamento di grandi fondi è enorme perché, in particolare in momenti in cui le politiche monetarie sono restrittive, sono i soli soggetti che dispongono di liquidità derivante dai colossali risparmi raccolti e dall’aumento dei prezzi e dei dividendi delle società in cui hanno indirizzato tali risparmi. Così possono trattare con i governi, come nel caso italiano, l’acquisto di asset strategici pubblici per fornire le risorse necessarie per chiudere sempre più striminzite leggi di Bilancio. Al tempo stesso possono trattare, ancora con i governi, l’acquisto di rilevanti partite di debito pubblico, destinato altrimenti a rimanere invenduto e dunque a generare una insostenibile lievitazione degli interessi.» 

Cita i settori chiavi che vengono attaccati da questi fondi speculativi. Ad esempio la sanità,  oggi quella pubblica che ci ha reso uno Stato all’avanguardia in questo settore, sta regredendo a favore di quella privata. Ce ne vuole parlare?

«Nellopera di smantellamento dello Stato sociale in direzione della privatizzazione la vicenda della sanità italiana occupa un posto di assoluto rilievo. Per comprendere la portata del fenomeno bastano davvero poche considerazioni. Un recente studio di Mediobanca mette in luce, con chiarezza, il rafforzamento della sanità privata.

Nel 2021, 24 operatori sanitari privati hanno realizzato in Italia un fatturato di 9,2 miliardi di euro, in forte, e continua, crescita rispetto al passato, attirando nel proprio azionariato numerosi fondi finanziari. Una simile crescita è stata, in buona misura, trascinata dalla diagnostica. Lo stesso rapporto indica con didascalica evidenza che tale crescita dipende moltissimo dalla decisa frenata della spesa sanitaria pubblica, i cui numeri sono davvero impietosi: la spesa sanitaria pubblica, infatti, è prevista in ulteriore riduzione dal 6,7% del Pil nel 2023 al 6,3 nel 2024 fino al 6,2 nel 2025.

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Secondo le ultime stime sono circa 11 milioni gli italiani che dispongono di una polizza sanitaria, in larga parte riconducibile ai contratti collettivi di categoria che hanno spinto il mondo del lavoro italiano in tale direzione. Sono infatti oltre 8 milioni i lavoratori e le lavoratrici che accedono alle polizze attraverso i contratti collettivi a cui è stata riservata la possibilità di garantire ampi margini di minor pressione fiscale rispetto ad altre forme di impiego. I fondi finanziari che operano in tale settore sono ormai oltre 300 nel nostro paese e, tuttavia, attraggono ancora solo una parte della spesa privata in sanità.

Gli italiani e le italiane spendono infatti per la sanità privata una quarantina di miliardi di euro lanno, ma si tratta per oltre l85% di una spesa diretta”, che non è intermediata dai fondi; una spesa peraltro fortemente squilibrata perché quasi interamente prove- niente dai redditi medio-alti. Ciò che sta emergendo però, a causa della contrazione della spesa sanitaria pubblica e delleccessivo costo della sanità privata diretta”, è proprio il progressivo, rapido impegno di risorse finanziarie da parte dei ceti medio-bassi verso una spesa sanitaria intermediata dai fondi, che, in tal modo, intercetteranno, oltre alle risorse dei contratti nazionali, quelle versate direttamente dai sottoscrittori di polizze individuali.»

Altro settore strategico che sta passando di mano dal pubblico al privato sono le telecomunicazioni con il pericolo che informazioni sensibili per la sicurezza nazionale possano finire in mani straniere. Quali sono state principalmente queste operazioni in questi ultimi anni?

«La privatizzazione, intesa come la procedura attraverso cui favorire una rapida finanziarizzazione guidata dai grandi fondi, si è realizzata anche con altri strumenti estremamente efficaci. Alcuni, in particolare, si sono rivelati decisivi. Il primo, molto noto, è costituito dalla dismissione, ormai datata, delle società pubbliche di gestione delle reti e delle infrastrutture a soggetti privati, dove ben presto si è palesata la presenza di fondi finanziari. Sono possibili a riguardo un paio di esempi eloquenti.

Il primo, molto attuale proviene dalle vicende della rete delle telecomunicazioni, la cui privatizzazione inizia con Telecom nel 1997, dismessa, quotata in Borsa, passata nelle mani di diversi capitani coraggiosi” del capitalismo italiano e finita in quelle francesi di Vivendi di VincentBolloré nel 2016. Ora Tim, lerede di Telecom, è stata. oggetto di una dura battaglia finanziaria che ha visto protagonisti, non a caso, i grandi fondi internazionali.

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Il secondo esempio del binomio privatizzazione-finanziarizzazione è costituito dalla vicenda del sistema autostradale italiano. Secondo quanto riportano varie, autorevoli, fonti, dal 1999, anno della sua privatizzazione, al 2019 Autostrade per lItalia ha distribuito 9 miliardi e 400 milioni di euro di dividendi, di cui ben 9 miliardi e 200 milioni sono andati ad Atlantia, nelle mani di ununica famiglia che, in pratica dal 2003, godeva di un sostanziale monopolio.

I fondi finanziari. avevano già fatto il loro ingresso nella società, attraverso un consorzio guidato da Allianz e la presenza di Silk Road Fund, ma avevano un ruolo marginale. Nel febbraio del 2019, ha dichiarato lamministratore delegato di Autostrade, la società in questione spendeva in manutenzioni circa 270 milioni lanno; quindi decisamente assai poco.

Dopo il tragico disastro del Ponte Morandi a Genova, il governo ha inizialmente deciso di togliere la concessione ad Autostrade e, di nuovo, di adottare la formula del coinvolgimento dei grandi fondi finanziari e di Cassa depositi e prestiti, secondo uno schema in cui la presenza pubblica diventava la garanzia per il capitale privato, in questo caso rappresentato dal grande fondo immobiliare Blackstone e dallimmancabile Macquarie».

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Prof. Volpi  anche le partecipate e le cosiddette multiutility sono nel mirino, quali sono e che guadagno rappresentano per chi se le aggiudica e il danno per la collettività?

«ll secondo strumento utilizzato per realizzare la privatizzazione – e la conseguente finanziarizzazione con lintervento decisivo dei grandi fondi finanziari – è stato e continua ad essere costituito dalle società a cui sono stati affidati i servizi pubblici locali, le cosiddette multiutility.

Con questo termine decisamente smart si qualifica il risultato del processo di sostanziale accorpamento di monopoli naturali trasferiti dal pubblico al privato e soprattutto guidati da una logica finanziaria per cui lobiettivo assolutamente prioritario sono i dividendi e i prezzi dei titoli, assai più rilevanti rispetto alla qualità e al godimento universale di tali servizi. Numerose di queste società, negli ultimi ventanni, sono state quotate in Borsa e pesano ormai a tal punto da disporre di un proprio indice dedicato.

Le 100 principali multiutility italiane hanno un valore pari all8,5% del Pil nazionale, oltre 150 miliardi di euro, e tra il 2019 e il 2021 hanno visto crescere il valore della loro produzione del 18,6%. Di questo centinaio di società, la gran parte ha il monopolio del settore idrico e di quello dei servizi ambientali”: coprono infatti la quasi totalità delle vendite di elettricità, il 63% dei volumi del gas, il 67% dellacqua e il 43% dei rifiuti urbani raccolti.

Una quindicina di multiutility supera il miliardo di euro di ricavi e praticamente tutte hanno beneficiato del forte rialzo del prezzo dellenergia. In estrema sintesi, negli ultimi ventanni i servizi idrici,i trasporti, la distribuzione dellenergia, la gestione del ciclo dei rifiuti sono stati ceduti dalle amministrazioni locali a società esterne, prima partecipate del tutto dalle amministrazioni stesse e poi sempre più caratterizzate dalla presenza di capitale privato».

Oggi quanto pesa la questione debito pubblico” sulla nostra sovranità? Eun problema reale o un non problema  assieme ai tanti lacci e lacciuoli dellUnione Europea, creati solo per impedire allo Stato Italiano di effettuare investimenti, tendere alla piena occupazione, innalzare i salari e migliorare lo Stato sociale? 

«Il debito italiano in questa fase sconta il rischio di una difficile copertura nel momento in cui la Bce ha cessato di fare gli acquisti necessari per evitare la lievitazione degli interessi e, soprattutto, soffre degli eccessi di vincoli inutili posti dal nuovo Patto di stabilità che con il parametro della spesa netta ingessa di fatto ogni possibilità di azione degli Stati».

Infine un suo parere sul mondo sindacale, non le sembra che oggi le principali organizzazioni sindacali italiane Cigl Cisl Uil, siano solo delle grandi macchine burocratiche, dedite ai centri di assistenza fiscale, ai patronati e a sterili quanto inutili manifestazioni pro o contro il governo di turno? Siamo passati dalla difesa dei lavoratori alla tutela dei vertici sindacali che in questi ultimi decenni hanno chiuso tutti e due gli occhi in nome della “ concertazione”. È passata prima la Legge Treu del 1997,poi La Biagi-Maroni, per finire poi al Jobs Act di Renzi ,alla Legge Fornero e  al depotenziamento dell’Art 18. Lei che ne pensa?

«Penso che oggi la grande partita dei sindacati sia il rischio sempre più concreto di una loro trasformazione in strumenti della finanziarizzazione attraverso la creazione, attraverso i contratti nazionali di categoria, dei fondi pensioni privati, la cui gestione è affidata in toto ai grandi colossi finanziari degli Stati Uniti, con il conseguente trasferimento di risorse italiane verso le Borse americane.»