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Come il monopolio della creazione monetaria espropria la politica e blocca le opzioni di governo

di Marco Della Luna - 24/09/2026

Come il monopolio della creazione monetaria espropria la politica e blocca le opzioni di governo

Fonte: Italicum

L'Occidente ha realizzato un "sistema Cantillon" (dall’economista e banchiere Richard Cantillon) integrato: è politicamente dominato e diretto dall'industria dell'emissione monetaria, detenuta dai grandi banchieri, e che costituisce la principale e più concentrata fonte di profitto e, di conseguenza, di potere.  Questi monopolisti sono i primi percettori della moneta che essi creano dal nulla (fiat currency), accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di prezzo per l’acquisto di assets. Questa immissione crea ovviamente tensioni inflative, che però non danneggiano i monopolisti della moneta perché essi la producono a costo zero. L’inflazione si scarica invece sul resto della società, e allora viene contrastata col taglio della spesa pubblica e l’aumento delle tasse – così che si traduce in recessione. L’élite si trincera in cittadelle chiuse di potere tecnocratico istituendo un regime di sorveglianza: lo stato di guarnigione preconizzato da Harold Lasswell negli anni ’40.

Quale fonte ultima del prestito, prestito, l’élite dei produttori di moneta si trasforma in creditrice perpetua dell'intero sistema. Ma, per sostenere i propri profitti da emissione monetaria, essa abbisogna di domanda di prestiti, la quale diviene massiccia per effetto delle crisi, delle guerre, delle catastrofi, delle pandemie.  Perciò essa trascura il settore produttivo e lo lascia deperire a favore di un’incessante successione di bolle speculative e conflitti geopolitici, giacché questi ultimi generano una domanda spasmodica di liquidità e nuove opportunità di rendita monopolistica. E’ un perfetto sistema Cantillon[1].

Il debito globale viene stimato tra i 365 e i 500 trilioni di dollari – ma ultimamente chi sono i creditori netti? I debiti vengono cartolarizzati e ceduti a investitori contro interessi, e tutto il mondo è una rete di crediti e debiti reciproci tra governi, banche, risparmiatori, imprese e altre entità. Il creditore netto è però l’insieme delle banche che emettono denaro. Il mondo moderno si regge sulla continua circolazione del debito e del credito a interesse, cioè sulla domanda di prestiti, che vengono erogati in moneta-debito e garantiti da altro debito. Tutta la moneta è debito-credito, e, per effetto degli interessi passivi, il debito totale è maggiore della moneta esistente. Se tutto il debito venisse rimborsato, non ci sarebbe più moneta. Se la spesa a debito dei governi e la loro richiesta di prestiti si fermasse, l’economia imploderebbe. E imploderebbe anche qualora gli operatori monetari cessassero di prestarsi soldi tra loro, come avvenne nel 2008. L’effetto degli interessi che accrescono il debito produce la domanda di nuovi prestiti. Continuano a salire l’ammontare del debito, l’ammontare degli interessi, e la percentuale del reddito che va a pagare gli interessi, sicché i moneygivers, anzi i moneymakers, acquisiscono una quota sempre crescente del reddito e degli assets del mondo.

L'austerità, la pressione fiscale recessiva e i reiterati "compiti a casa" prescritti alle nazioni, non sono strumenti di risanamento, bensì vettori di drenaggio sistematico di ricchezza e reddito dalle classi produttive e dai lavoratori verso i monopolisti della moneta. È il meccanismo più raffinato per accentrare il potere economico e sociale, colpevolizzando e colpevolizzandosi la vittima del processo.

Gli attuali modelli di governance non perseguono lo sviluppo, bensì una decrescita gestita delle strutture civili ed economiche. Attraverso politiche scientemente disfunzionali, la recessione viene indotta sotto il pretesto della stabilità finanziaria o della transizione ecologica. Chi detiene il potere reale trae maggiore profitto dal drenaggio del valore esistente, che dai rischi connessi all'attività d'impresa e alla produzione reale.

I governi nazionali dipendono rigidamente da questa oligarchia monetaria, la cui disponibilità ad acquistare i titoli di Stato garantisce la sopravvivenza immediata degli apparati pubblici. Gli esecutivi mantengono il potere formale a patto di assecondare questo impianto, ponendosi in aperto contrasto con gli interessi fondamentali dei propri popoli. Le istituzioni sovranazionali — tra cui la Commissione Europea — rappresentano la manifestazione più avanzata di tale sostituzione di sovranità. I medesimi flussi finanziari orientano la ricerca scientifica, l'insegnamento economico e la linea dei grandi mezzi di informazione. La democrazia liberale si riduce a finzione procedurale a copertura di un sistema monopolistico e spoliatore che tende alla soppressione delle libertà civili e al conflitto permanente.

A tutela dell'egemonia del dollaro e della costante domanda di prestiti nella divisa egemone, la strategia geopolitica mira al depauperamento e al ridimensionamento dell'Europa e delle periferie dell'alleanza occidentale. Attraverso sanzioni economiche, la recisione delle forniture energetiche a basso costo, la corsa agli armamenti e l'iper-tassazione, il continente europeo viene spinto verso un declino strutturale. Una volta ridotta in miseria e privata d'autonomia energetica e industriale (e magari molto danneggiata da uno scontro con la Russia), l'Europa sarà costretta a richiedere una nuova immensa massa di prestiti per la ricostruzione, che sosterrà il Dollaro nella sua ora vacillante potestà di moneta di riserva mondiale, e spianerà la strada a un ennesimo piano di condizionamento creditizio e al controllo totale del suo tessuto economico da parte dei nodi finanziari anglo-americani.

La res publica ha smesso di esistere. Nel corso degli ultimi secoli, approfittando del fabbisogno strutturale di cassa degli Stati, l'alta finanza li ha spinti verso un indebitamento irredimibile verso se stessa. Per finanziare i propri bilanci, gli apparati statali dipendono in modo assoluto dai centri di emissione e di credito privati, che quindi dettano ai governi la linea politica. La politica istituzionale è stata espropriata: le istituzioni pubbliche sopravvivono come involucri necessari unicamente a mantenere una parvenza di legittimazione elettorale e ad accollarsi la responsabilità politica per decisioni maturate altrove in sede tecnocratica. Fanno da capro espiatorio e da stunt-man.

Il vero centro decisionale è privato, irresponsabile dinanzi all'elettorato e al diritto pubblico, e opera al riparo dei parlamenti schermandosi dietro la retorica dei "liberi mercati" ottimali allocatori delle risorse e preventori o guaritori delle crisi, secondo i falsi assiomi dell'economia ortodossa. Gli attori politici visibili non dispongono delle vere leve di comando: mantengono tra le mani un volante disconnesso dalle ruote. Il modello risultante è una plutocrazia totalitaria e tecnocratica, capace di reificare ogni aspetto dell'esistenza umana e di delegittimare a priori qualsiasi dissenso tacciandolo di estremismo o sedizione.

Nel contesto attuale, la funzione reale dei partiti politici non è la rappresentanza popolare, bensì la raccolta del consenso da consegnare al potere reale in cambio di legittimazione e spazi di gestione delle risorse pubbliche a favore dei loro leaders. Parallelamente, le magistrature e il sistema mediatico mainstream agiscono come elementi di nascondimento, tutela e difesa del potere costituito, delle sue pratiche e dei suoi interessi.

La competizione elettorale assume le forme di una gara tra concessionari privati per l'assegnazione dell'appalto di legittimazione del potere economico. In cambio di questo servizio, i gruppi dirigenti dei partiti ottengono l'accesso alle risorse pubbliche con cui alimentare il proprio tornaconto e mantenere le relative reti clientelari.

La posizione specifica dell'Italia è aggravata dalla sua condizione di sostanziale protettorato geopolitico e dalla dipendenza da un'architettura monetaria non sovrana. Con una quota maggioritaria della legislazione derivata da organismi europei non elettivi e un enorme debito pubblico in valuta non controllata, i margini di manovra dell'autonomia politica si sono ridotti a semplici operazioni di piccolo cabotaggio. La selezione della classe politica ha registrato di conseguenza un inesorabile degrado antropologico e culturale, funzionale alla natura puramente esecutiva del suo ruolo.

I partiti italiani operano entro margini decisionali angusti, cercando di differenziarsi esclusivamente attraverso il marketing elettorale, le battaglie simboliche e la manipolazione delle leve psicologiche dell'elettorato. Gli organi di garanzia costituzionale assicurano che la linea strategica estera ed economica rimanga ancorata agli equilibri internazionali, interdicendo l'accesso alle responsabilità di governo a personalità o istanze non allineate. In particolare, il presidente della Repubblica come organo dell'ordinamento politico internazionale, garantisce le potenze dominanti che in Italia non si formino governi non allineati con i loro interessi e progetti, e che neanche vadano al governo soggetti non allineati, vedi il caso di Paolo Savona che non poté diventare ministro dell'economia perché in odore di sovranismo.

Oltre alla presenza di rilevanti installazioni militari della Potenza dominante sul territorio nazionale, l'integrazione delle infrastrutture critiche, della cybersecurity e dei sistemi informativi entro reti di intelligence israeliane garantisce agli interssi stranieri l’obbedienza del sistema decisionale del Paese.

L'idea che i grandi mutamenti storici e sociali siano il frutto delle dinamiche democratiche o delle rivoluzioni dal basso costituisce un mito positivistico-illuminista per il popolo. Storicamente, le rivoluzioni sono state promosse, finanziate o dirette da frazioni di élite emergenti per sostituirsi a quelle decadenti, lasciando sul campo i costi umani ed economici a carico delle masse. Dalla Rivoluzione Francese a quella Sovietica, da quella maoista a quella iraniana, l'esito è sempre stato il consolidamento di una nuova classe dominante — borghese, burocratica o teocratica (la paretiana “circolazione delle élites”. D’altronde, nella storia non si conoscono assetti sociali in cui il potere effettivo non sia rimasto concentrato nelle mani di un'oligarchia.

Il metodo più valido di trasformazione socio-politica si è rivelato quello gradualista — codificato dalla Fabian Society a partire dal 1884 — basato sul nascondere i propri obiettivi e magari la propria esistenza come entità operativa, nonché sull'azione di lungo periodo, sulla penetrazione informale nelle istituzioni, nei partiti, nei sindacati, nelle università e nei centri di formazione della cultura – penetrazione portata avanti acquisendo o comperando la collaborazione di loro esponenti decisivi. Così, attraverso l'occupazione progressiva dei gangli della pubbica amministrazione, delle forze armate, delle magistrature, dell’economia, dell'istruzione e della comunicazione, e seguendo il criterio delle "finestre di Overton", si modificano radicalmente la percezione collettiva, i valori e la legislazione. senza mai offrire un bersaglio politico visibile o uno scontro frontale.

I restanti grandi mutamenti economico-sociali della storia, che sono i più profondi e strutturali,  sono stati determinati da fattori impersonali e non pianificati: oscillazioni climatiche, grandi scoperte geografiche, dinamiche demografiche e, soprattutto, discontinuità tecnologiche — dalla metallurgia del ferro alla rivoluzione digitale e all'intelligenza artificiale. Alla manipolazione genomica.

In questa fase storica, la tecnologia offre al potere politico ed economico strumenti inediti di controllo sociale, basati sull'algoritmo, il monitoraggio capillare e le biotecnologie. La celebre formulazione popperiana — per cui una società è democratica se i cittadini possono sostituire i propri governanti senza spargimento di sangue — risulta invertita: sono i governanti che dispongono oggi dei mezzi tecnici, mediatici e biopolitici per plasmare, indirizzare e modificare la popolazione amministrata.

Agli ottimistici propositori di brillanti ed eque e razionalissime riforme soluzioni per il bene generale, devo far notare l’ovvio, il lapalissiano, anzi, il tautologico: le cose le fanno, quando ci riescono, coloro che hanno l'interesse a farle, il coordinamento per farle e la forza per farle e per prevalere sui portatori di interessi contrari. I popoli, gli interessi diffusi, sono impotenti e perdenti, come anche disse Mario Draghi in una famosa intervista. Subiscono. Al più, se vi sono due soggetti con capacità effettiva in lotta tra loro per la promozione dei propri contrastanti interessi, la massa può appoggiare od ostacolare l’uno o l’altro, e a questo fine viene sottoposta a suggestioni propagandistiche.

Finché la struttura politica economica resta quella descritta dianzi, non c'è spazio per un'azione politica a tutela degli interessi del popolo, perché qualsiasi governo sarà lì per sacrificare il bene comune agli interessi dei monopolisti della moneta. L'unica cosa che si potrà fare dal basso, è perciò sabotare ogni azione di governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione occupata da una potenza razziatrice.