Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Cosa insegna la sconfitta di Trump

Cosa insegna la sconfitta di Trump

di Gabriele Guzzi - 04/11/2026

Cosa insegna la sconfitta di Trump

Fonte: Gabriele Guzzi

La sconfitta di Trump alle elezioni di metà mandato, con la perdita di Camera e Senato, rivela alcune contraddizioni profonde dell'attuale fase storica.
Il trumpismo nasce da un problema reale sottovalutato dalle élite: il modello neoliberista, che ha sostenuto per decenni la supremazia americana, ha progressivamente eroso alcune delle sue stesse basi materiali.
La delocalizzazione industriale, la finanziarizzazione dell'economia, l'indebolimento del lavoro e la crescente concentrazione della ricchezza hanno prodotto fragilità economiche spaventose. Nel frattempo è cambiata la distribuzione internazionale della potenza. La Cina rappresenta il 33% della produzione manifatturiera mondiale in termini di valore aggiunto, contro il 15% degli Stati Uniti.
Trump ha compreso che non era più possibile ignorare la fine della supremazia economica senza perdere il collante politico interno. Ma ha sottovalutato, volontariamente, la profondità delle trasformazioni necessarie per ricostruirla.
I dazi non ricostruiscono filiere industriali e competenze tecnologiche perdute. Soprattutto, la sua politica economica si è espressa come la più radicale versione dell'impostazione neoliberista che in fondo doveva criticare, come gli sgravi fiscali favorevoli ai redditi elevati e la centralità assoluta delle richieste di Wall Street. 
La Cina oggi non è semplicemente un concorrente commerciale, così come la Russia non è soltanto un problema militare. Si sta riconfigurando l'intero sistema dei rapporti tra grandi potenze, mercati, risorse energetiche e sfere d'influenza. Il ricorso alla pressione commerciale e alla forza militare non garantisce il recupero dell'egemonia. Può anzi produrre costi interni crescenti. La guerra contro l'Iran e il conseguente rincaro dell'energia hanno reso questa contraddizione evidente. 
Il limite del trumpismo sta dunque nel tentativo di correggere gli squilibri internazionali prodotti dalla globalizzazione senza trasformare in misura corrispondente i rapporti distributivi e produttivi che li hanno accompagnati, e rimanendo all'interno dell'impostazione culturale che ha causato il declino.
Naturalmente, questo non significa che la vittoria dei democratici rappresenti il superamento di quelle contraddizioni. Tutto il contrario. Il loro progetto politico ha contribuito, in diverse fasi, alla costruzione dell'ordine economico oggi in crisi. In più, nei democratici osserviamo la nostalgia del vecchio mondo liberale - mai realmente esistito - che in Trump viene, sebbene in una violenta goffagine, mostrato nelle sue aporie. 
La questione storica rimane allora per noi aperta: come ricostruire una coesione interna in Occidente? Che postura avere nei confronti dei nuovi attori globali? Cosa, più in profondità, sta emergendo nel disvelamento apocalittico di questa crisi? 
Sono tutte domande che valgono per noi.
E che, sicuramente, non verranno affrontate dalle attuali élite occidentali.