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Pasolini, riaprite pure. Ma i fatti raccontano una storia diversa

di Massimiliano Griner e Thomas Bisaschi - 04/11/2026

Pasolini, riaprite pure. Ma i fatti raccontano una storia diversa

Fonte: Massimiliano Griner e Thomas Bisaschi

La Procura di Roma rispolvera il fascicolo dell’Idroscalo. Abbiamo messo l’esposto accanto alle carte che abbiamo studiato per “Verità distorte”. Le verità nuove promesse sono soprattutto vecchie suggestioni con il vestito della festa.

Il 2 novembre è il giorno dei morti. E in Italia c’è un morto che non lasciamo riposare mai: Pier Paolo Pasolini. Cinquantun anni dopo quella tragica notte all’Idroscalo di Ostia, la Procura di Roma riapre il fascicolo, e il coro dei dietrologi intona l’alleluia. Finalmente sapremo la verità. Quale? Quella che sapevano già, naturalmente. Il complotto.
Sia chiaro, per non essere fraintesi. Riaprire un’indagine non è un reato, anzi, spesso è un bene. Se ci sono elementi nuovi, i magistrati fanno bene a guardarli. Il guaio è che di nuovo qui c’è poco. Il resto è roba vecchia rimessa a lucido.
Lo diciamo con cognizione di causa. Al delitto dell’Idroscalo abbiamo dedicato un lungo capitolo di Verità distorte (Tralerighe libri, a cura di Gianremo Armeni), “Pasolini, demistificazione di un delitto”.  Abbiamo letto carte: verbali, perizie, sentenze. Mettiamo quelle carte accanto all’esposto, punto per punto, e vediamo che cosa resta in piedi.

Il testimone che spunta dopo mezzo secolo
Primo asso nella manica: un testimone mai ascoltato, che potrebbe aiutare a identificare “gli altri membri del gruppo”. Auguri. Ma noi abbiamo visto che cosa succede ai testimoni dell’Idroscalo quando passano gli anni.
Prendete Franco Sotgiu, barista. Nel 1975 racconta a Oriana Fallaci una telefonata origliata in piazza Esedra, ricca di dettagli in romanesco che nessun essere umano ricorderebbe parola per parola. Nel 2011, sentito dagli inquirenti, sposta la data, moltiplica i ragazzi, e tira fuori una frase che trentasei anni prima non aveva mai riferito: “Mi raccomando, ho un appuntamento con Pasolini. Fatevi trovare lì”. Oppure prendete Anna Salvitti, che nel 2010 ricorda il poeta invocare aiuto per venti, trenta minuti. Peccato che la morte sia arrivata con l’investimento, non dopo mezz’ora di lamenti. La memoria non migliora con l’età. Si arricchisce. Non è la stessa cosa.

I filmati Rai e il brano che non c’era
Secondo asso: i fotogrammi dei telegiornali dell’epoca, restaurati con tecniche digitali, mostrerebbero incongruenze fra la posizione dei reperti, le tracce dei pneumatici e i primi verbali di sopralluogo. Interessante. Ma tra una ripresa televisiva e un verbale scritto a mano nel 1975 le differenze sono la regola, non l’eccezione. Arrivano le troupe, arrivano i curiosi, la gente calpesta, gli oggetti si spostano.

Il DNA dice chi, non quando
Terzo asso, il più serio: i profili genetici maschili isolati dal RIS sui jeans del poeta e sul plantare trovato nell’auto, che non appartengono né a Pasolini né a Pelosi. Il confronto si era fermato a una trentina di persone; ora si chiede di passarli al setaccio delle banche dati nazionali e internazionali.
Benissimo. Si facciano i confronti. Ma bisogna sapere che cosa la scienza può dire. Il DNA dice chi ha toccato una cosa. Non dice quando, né perché. E l’Alfa Romeo di Pasolini, con cui il poeta caricava ragazzi quasi ogni notte, come sapevano tutti i suoi amici da Alberto Moravia a Nico Naldini, non era una teca da museo.
Se domani un nome uscisse da una banca dati, sapremmo che quel signore è stato su quell’auto, un giorno o l'altro. Non che fosse all’Idroscalo quella notte con una spranga in mano.
Le verità di Pelosi, a rate
Quarto asso: le ritrattazioni di Pino Pelosi, che prima di morire parlò di un commando. Qui bisogna avere la memoria lunga. Pelosi nel 1975 dice di aver fatto tutto da solo. Lo ripete a Franca Leosini nel 1994. Lo scrive nel suo primo libro, nel 1995. Nel 2005, sempre in tv, gli aggressori diventano tre uomini sulla quarantina con l’accento del Sud. Nel 2011, nel secondo libro, compaiono il furto delle bobine di Salò, il suo ruolo di esca e i fratelli Borsellino.
Nel nostro libro lo abbiamo scritto con garbo: Pelosi ebbe sempre “una discreta bravura nell’inglobare nel proprio racconto” quel che intanto usciva da altre fonti. Qui lo diciamo senza garbo: le ritrattazioni di Pelosi non sono una prova, sono una bibliografia. Ogni volta che usciva un libro sul complotto, lui ne aggiornava l’edizione.

Il movente, ovvero la banda che non c’era
Quinto asso: il contesto criminale. La Commissione antimafia, le parole di Maurizio Abbatino, le bobine di Salò usate come esca, Petrolio come movente. Le carte della Commissione le leggeremo. Intanto, il pilastro su cui poggia tutto il resto scricchiola.
Abbatino ha fatto sapere che sia ad agosto 1975, quando avvenne il furto alla Technicolor, sia la notte del 2 novembre era detenuto. E la Banda della Magliana nel 1975 non esisteva ancora. Difficile organizzare una trappola dalla cella, con una banda che deve ancora nascere.

Il complotto come consolazione
Perché allora, dopo cinquantun anni, ci si ricasca? La malattia ha un nome, e lo abbiamo messo in apertura del nostro capitolo: “bias di proporzionalità”. Un grande uomo deve avere una grande morte, una grande causa, un grande nemico. Accettare che Pasolini sia morto per mano di un ragazzo di borgata di diciassette anni, in una notte sordida, sembra un’offesa alla sua statura. E così lo si promuove martire politico, con tanto di servizi segreti, neofascisti, marsigliesi e petrolieri.
È un omaggio che lo tradisce. Pasolini ci aveva insegnato a guardare la realtà senza occhiali ideologici, e a diffidare delle spiegazioni che spiegano tutto. La realtà dell’Idroscalo è quella delle borgate che lui aveva amato e raccontato per una vita: la stessa marginalità che, in una strada sterrata illuminata soltanto dai fari di un’Alfa Romeo, se lo è inghiottito.
La Corte d’appello, nel 1976, definì gli indizi di un concorso di altre persone “inesistenti o labili”. La Cassazione chiuse la partita nel 1979. Le inchieste riaperte dopo il 2005 e dopo il 2010 sono finite in archivio.
Riaprite pure, signori. Leggete le carte, confrontate i DNA, ascoltate il testimone. Noi le carte le abbiamo già lette. Se però alla fine la verità resterà quella del 1976, non chiamatelo insabbiamento. Chiamatelo sentenza.

(con )