Dies Iran
di Pierluigi Fagan - 08/04/2026

Fonte: Pierluigi Fagan
Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”?
1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria.
2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà (tra l’altro infarcita di surrealismo emotivo e ideologico) e ci sta abituando a scambiare questa “realtà inventata” con la realtà concreta che rimane quella in cui e di cui viviamo.
3. Ci troviamo così in una nuova forma di realtà quantistica nella quale le possibilità e probabilità sono una cosa, il fatto è rinvenibile solo dopo il collasso della funzione d’onda, la sua misurazione, la misurazione del fatto.
4. Parte Israele, pare che il consenso interno a Netanyahu che a ottobre va a elezioni perse le quali andrebbe a processo, sia aumentato. Hanno avuto la loro porzione di morti, feriti e distruzione materiale ma nessuno sa in che misura, anche perché se gli israeliani sapessero di questa misura forse il consenso diminuirebbe. Inoltre, il piano fantascientifico dell’immunità totale data dal mitico apparato missilistico di intercetto e retrocesso a ben minore certezza. Nel frattempo, coperti dal chiasso mediatico, i coloni hanno continuato l’espansione in Cisgiordania e si sono comunque presi un ampio pezzo del sud del Libano creando forti turbolenze interne al Libano e alla posizione di Hezbollah in quel contesto. Mai Israele e di alone la comunità ebraica, è arrivata a livelli così bassi di gradimento nell'opinione generale mondiale.
5. Parte Paesi del Golfo, hanno subito una significativa distruzione materiale e i vari progetti su un futuro di sviluppo extra-fossili sono ridotti in macerie. Un articolo di un rappresentante emiratino su FT, l’altro giorno, invitava non solo a guardare ciò che veniva distrutto, ma anche a ciò che si cominciava a costruire. Si riferiva ai nuovi progetti di nuove vie infrastrutturali che a questo punto danno al piano IMEC (somma di Patto di Abramo + Via del Cotone ovvero India-Medio Oriente-Europa) una rilanciata attualità. Tra Persico, Hormuz e Iran (Houti e Hezbollah), per i paesi CCG a questo punto è chiaro che debbono riorientare -in parte, anche solo per crearsi una alternativa in casi di emergenza- le linee logistiche. Di contro, l’esperienza vissuta dirà loro anche qualcosa relativamente ai rapporti con US e il petrodollaro, nonché il dover fare i conti con il sunnismo allargato del gruppo STEP (Saudi Arabia, Turkye, Egypt, Pakistan). Questioni complesse che eccedono un post su fb.
6. Parte Iran il bilancio provvisorio è anch’esso complesso. Si è confermato che la decisione di fare Guida Suprema un paralizzato semicosciente era un prender tempo per operare in tempo di guerra e l’impossibilità pratica e temporale di giocare la partita delle egemonie interne tra le varie anime del Paese. Hanno subito l’ennesima distruzione delle prime linee di comando e quindi anche la probabile attenuazione dell’influenza dei Pasdaran, ma soprattutto hanno subito una forte distruzione materiale. Non sono tornati all’età della pietra e non sono una civiltà cancellata (intento che non aveva senso se non nel fare “cinema” nel mondo social delle opinioni pubbliche di mezzo mondo) tuttavia la loro già non brillante condizione economica-strutturale vessata da anni di tensioni e sanzioni, ha subito un duro, ulteriore colpo che impiegheranno anni ad assorbire. Di contro, hanno senz’altro raccolto nel mondo più simpatia di quanto avevano prima (tanto quanta ne ha perso Israele e il mondo ebraico in generale), hanno resistito complessivamente molto bene, hanno mostrato capacità tecno-militari significative e soprattutto, hanno trasformato una libera via di navigazione (uno dei più classici “choke point”) ovvero Hormuz, in un casello in condominio con l’Oman (fatto significativo in termini di geopolitica degli spazi relativamente a gli EAU e i loro progetti di nuovi terminali da portare nel Mar Arabico saltando Hormuz), che rifinanzierà la ricostruzione e darà loro nuovo peso geopolitico regionale. Hanno anche dato senso al nuovo gruppo STEP e mantenuto ottimi rapporti con i partner tradizionali (Russia, Cina) e con altri (Pakistan, India, Francia, Giappone etc,). Tutti da seguire saranno gli sviluppi di politica interna e la tenuta della strategia dell’Asse della Resistenza non tanto per volontà, quanto per possibilità concrete di finanziamento e supporto militare ora che dovranno prioritariamente ricostruire il Paese.
7. Parte US la faccenda è complessa più di ogni altra. Se azzeriamo la nuvola di chiacchiere e ci mettiamo nei panni di Trump e Netanyahu al giorno prima del 28 febbraio, è molto probabile avessero un piano di massima e di minima. Quello di massima è fallito del tutto, quello di minima forse non del tutto. Degli obiettivi raggiunti da Israele abbiamo detto, quanto agli americani del nord, è da vedere. Mentre ieri tutti aspettavamo Armageddon, nei fatti, i siti militari, energetici, industriali, culturali, sanitari e logistici dell’Iran, dopo quaranta giorni di bombe, hanno subito una importante distruzione. In termini di potenza materiale, l’Iran è retrocesso di non poco. Se questo era l’obiettivo almeno di minima dell’azione intrapresa, si capisce allora anche la gestione pirotecnica del discorso pubblico. Ogni giorno il mondo oscillava tra il panico degli indici e la paura nucleare e speranze di pace e accordi, ma nei fatti mentre le emozioni scoppiettavano, il rallentato bombardamento di Dresda continuava sistematico. L’elenco di strutture distrutte conta centinaia e centinaia di siti. I Paesi del Golfo, volenti o nolenti, hanno verificato la loro impotenza e totale subalternità ed ora saranno ancor più motivati ad aderire al progetto delle nuove vie rivolte all’Europa. La nuova relazione tra US e NATO da una parte e Indo-Pacifico (Corea del Sud, Giappone, Australia), dopo la stagione dei dazi indiscriminati, registra definitivamente il passaggio dal livello di finzione precedente di amicizia tra (quasi)-pari al nuovo livello di chiaro dominio gerarchico. Tutto da vedere se ciò si stabilizzerà o porterà a progetti di emancipazione della sfera occidental-capitalistica alleata nei confronti del dominus imperiale. Partita lunga, tutta da seguire. US paga pesantemente la distruzione totale del suo soft power, l’affidabilità strategica, la nuova imprevedibilità che forse è un vantaggio nelle relazioni commerciali ma antitetica nelle logiche di Relazioni Internazionali. Gli amici di Trump del comparto fossili festeggiano per i prezzi infiammati, il probabile aumento dell’export e dopo il Venezuela, la possibile entrata in nuove joint venture del Golfo (e Israele sui giacimenti mediterranei antistanti). Ma anche gli immobiliaristi hanno un radioso futuro dato che dopo tanta distruzione c’è ricostruzione, un classico della creazione di profitto. I miliari hanno subito un piccolo “regime change” e il comparto industriale militare ha svuotato gli arsenali per cui li dovrà riempire di nuovo, un altro classico. Internamente Trump perde un po’ o un po’ tanto consenso, le mid-term sono tra sette mesi, da vedere se e quanto recupererà. Il resto del mondo sarà a lungo alle prese con prezzi infiammati e turbolenze economiche e quindi US se non saranno primi perché salgono in classifica, staranno strategicamente meglio perché gli altri retrocedono.
Tuttavia, sarà da valutare questa nuova situazione nella quale orami tutto il mondo sa con evidenza quanto gli US sono la potenza destinata ad esser ridimensionata dall’evoluzione di un mondo complesso che ormai dista ottanta anni dalla fine della IIWW. Con anche però la paura del fatto che sembrano disposti a superare tutte le linee rosse del bon ton di convivenza planetaria pur di difendere il proprio privilegio.
Ci sarebbe molto altro da dire, ovvio, ma avremo tempo. Tutto ciò, quindi, solo in via parziale allo stato delle cose degli annunci di ieri notte ovvero due settimane di trattative diplomatiche che partono però da posizioni difficilmente conciliabili. Tutti e tre i convenuti terranno le pistole ben cariche sotto il tavolo, US e Israele più di Iran guadagnano tempo e rifornire gli arsenali e magari gestire la logistica delle eventuali truppe per nuove azioni mirate.
Dopo la “fine della civiltà” ora siamo a “incontriamoci e parliamo”, ma la partita reale rimane pienamente aperta e i conti si faranno solo alla fine che, nelle transizioni specie quelle epocali come questa, tende a rimanere lì sull’orizzonte lontano.
