Scendere in piazza a favore dell’Iran: se non ora, quando?
di Alessio Mannino - 08/04/2026

Fonte: La Fionda
Dopo la figuraccia planetaria di un attacco-fine-di-mondo alla Dottor Stranamore, annunciato e ritirato in meno di ventiquattr’ore, la parola di Donald Trump si conferma per quel che vale: zero. O così, almeno, fra persone che tengono ancora alla dignità. Ci siamo abituati, ormai, alla “strategia della confusione” verbale del lucido folle alla Casa Bianca, che scambia il pianeta per il terreno d’affari di una continua speculazione, al rialzo e al ribasso, in affannoso azzardo per invertire il declino della Corporation Usa. Dietro di lui, l’ombra del governo Netanyahu e della stragrande maggioranza della Knesset, votati ormai allo scontro finale con il “nemico esistenziale” di Teheran, e sprofondati sulla china della pura barbarie, arrivando ad approvare la pena di morte razziale (ovvero, di fatto, solo per palestinesi). Tardo-imperialisti statunitensi, sionisti messianici israeliani, nonché reggicoda europei e italiani in particolare (Crosetto che ripete la balla della minaccia atomica iraniana..): li conosciamo, i soggetti che fanno di tutto per portarci al fosso.
Ma l’opinione pubblica, quell’entità inventata dai neoliberali (Walter Lippman) per identificare la minoranza di interessati ai fatti pubblici, come reagisce? Non reagisce. E per forza, abbeverandosi in quantità industriali alla spadroneggiante disinformazione a senso unico. Si capisce meno, invece, come mai, nella vera minoranza già più consapevole e critica, quella che con termine logoro si chiama “dissenso”, non vi sia pressoché nessuno a proporre il minimo sindacale, in questo insidioso periodo di “tregua”: manifestare in piazza a sostegno dell’Iran. La ragione è comprensibile. E tuttavia, visto l’evolversi degli eventi, non giustificabile. A pochi, pochissimi, dalle nostre parti, è gradita la Repubblica Islamica persiana. E può anche starci. Al netto dell’ignoranza media su un regime sorto, quasi cinquant’anni fa, da un’insurrezione popolare contro un altro regime, quello dello Shah, corrotto e poliziesco, si tratta di un sistema politico-religioso a noi estraneo, perché con tutta un’altra storia alle spalle, e oggettivamente di un moralismo repellente (per un giovane che violi la legge, ad esempio organizzando una festa privata in cui si beve alcol o ci si fuma una cannetta, ci sono le frustate, naturalmente scansate da chi sia figlio di qualche pezzo grosso o abbia abbastanza ryal con cui ungere la benevolenza della Polizia morale). L’ipocrisia politica e culturale che rinfacciamo alla nostra open society occidentale, sotto gli ayatollah è ipocrisia anzitutto etica, e sociale. Lo ha testimoniato la rivolta di strada del gennaio scorso, infiltrata dal Mossad e dalla Cia quanto si vuole, ma provocata da un cruccio, questo sì, che accomuna tutte le popolazioni della Terra: campare male, a causa di quel globale fenomeno cannibalizzante che ha per nome inflazione.
Non c’è alcuna ipocrisia, al contrario, sulla repressione per reati politici, con detenzioni e impiccagioni assortite. In Iran, tutte le idee sono ammesse e si traducono in partiti che competono alle elezioni, purché restino entro la cornice dell’interpretazione khomeinista del Corano (il che non significa intolleranza per le altre religioni: gli ebrei hanno le loro sinagoghe, è il sionismo a essere messo all’indice). Chi esce dal recinto, però, viene perseguito. Il “pensiero unico”, che qua da noi è semi-occultato e si chiama neo-liberalismo, in Persia è alla luce del sole, ed è musulmano sciita. È chiaro che per un democratico – un democratico e basta, integrale, non spocchiosamente “liberale” – questo rappresenta un limite inammissibile. Ma chi l’ha detto, dove sta scritto che tutti gli ordinamenti umani debbano conformarsi alla democrazia, anche depurata dal doppiopesismo liberal e liberista? Torna sempre a galla il viziaccio dell’Occidente colonialista: presumere che i nostri valori siano i migliori per il solo fatto che sono nostri. E che debbano essere imposti, con le buone (i prodotti di consumo) o con le cattive (i “regime change”, che adesso Trump, che aveva promesso di archiviarli, rilancia in grande stile).
Moralmente, qualunque Stato che rinchiuda in cella qualcuno solo perché pensa o vive professando una visione o uno stile di vita non comune (diverso è il discorso per la sovversione violenta, è ovvio), è uno Stato che non merita alcuna simpatia. Differente è il piano politico, contingente e relativo, dove i fattori da considerare non sono, o non sono soltanto, morali. Di fronte ai cittadini di Teheran che attorno agli obbiettivi civili nel mirino formano catene umane contro la canaglia israelo-americana, non può esserci che solidarietà e ammirazione. E a questo punto, rispetto alla spudorata arroganza del Piccolo e Grande Satana, come li chiama la propaganda iraniana, va reso onore anche al resilientissimo apparato istituzionale e di difesa. Sottolineo: di difesa. L’Iran non ha mai attaccato nessuno, semmai è stato attaccato (dall’Irak di Saddam Hussein, ai tempi in cui il baathista Saddam piaceva alle nostre cancellerie). E se pure senz’altro c’è chi, a Teheran, tifa per un cambiamento in profondità di istituzioni e governo, grazie a questo conflitto di distruzione si vede costretto di necessità a unirsi al regime.
Nel caso dei bambinoni testosteronici a Washigton, abbiamo a che fare con la tipica cecità da presunti padroni del mondo. Nel caso dei fanatici in missione per conto di Jahvè, è la tracotanza di chi sacrifica la stabilità e pace mondiale sull’altare della Grande Israele (e non è detto che nelle prossime due settimane di annunciato cessate il fuoco non tentino di sabotare i negoziati, che se condotti sul canovaccio iraniano, vedrebbero sconfitti anzitutto loro assieme al bodyguard americano). L’aggancio fra i due, come noto, è la lobby filo-israeliana ed evangelico-sionista che influenza gli States. Ma noi, che non siamo americani evangelici sionisti, né liberaloidi occidentalisti razzisti di qualsiasi foggia e variante, perché non dovremmo stare, almeno idealmente, dalla parte dell’aggredito? Un aggredito, oltre tutto, che si sta dimostrando valente, coraggioso, pugnace, degno di essere chiamato un popolo?
Concludo con una nota personale, e il lettore de La Fionda, porto libero e franco, mi scuserà l’uso dell’io (“il più lurido dei pronomi”, diceva Gadda). Il 9 giugno 2007 sfilavo nella fiumana di gente che si riversò a Roma in occasione del No Bush Day. Marciavo in un piccolo spezzone, organizzato dal Movimento Zero di Massimo Fini, dietro uno striscione che recitava “Con il popolo afghano per l’autodeterminazione dei popoli”. Una squadra di poliziotti ci fermò, e una parte di noi venne caricata su un cellulare della questura. Fummo i soli, in quel grande corteo, a cui si volle negare il diritto a manifestare (“pacificamente e senz’armi”, articolo 17 della Costituzione). Stavamo invocando il principio basilare della convivenza fra popoli. Il popolo italiano, l’anno scorso ha dato segni di vita inorridito dal genocidio a Gaza. Per ora, e fin tanto che il blocco di Hormuz non dovesse degenerare in vera crisi di approvvigionamenti, è giustamente in ambasce per il caro-pompa e le vacanze a rischio disdetta aerea. Ma non pare saper riconoscere la dignità di un altro popolo che da oltre un mese rischia qualcosa in più di stare bloccato a casa più del dovuto. Se si manifestasse apertamente a sostegno del popolo iraniano, l’happening non sarebbe di massa, certo. E si finerebbe magari tutti identificati dalla Digos. Ma si mostrerebbe di cogliere l’universale valore della resistenza iraniana, come fu per l’afghana di vent’anni fa. Spiace constatare che troppi “dissidenti” non afferrino il punto. Ma conosciamo bene pure loro: passano troppo tempo a scrivere compulsivamente sui social. Devono smaltire la dissenteria emotivo-intellettuale che li affligge.
Di: Alessio Mannino
