«Diventa ciò che vuoi» o «Diventa ciò che sei»?
di Francesco Petrone - 15/06/2026

Fonte: Francesco Petrone
Da Pindaro a Jung, passando per Sartre e Nietzsche: una riflessione sulla differenza tra realizzare la propria natura e inseguire un’identità costruita dal desiderio.
È universalmente celebre la massima attribuita al poeta lirico Pindaro: “Diventa ciò che sei”. Esponente dell’aristocrazia della Beozia, la sua poesia cantava l’eccellenza e la gloria, esaltava la virtù e, per questa ragione, era considerato un educatore.
Aristotele sembra confermare la stessa idea quando ricorda che tutto deve realizzare le proprie potenzialità e che la quercia è già presente nella ghianda. Secondo il filosofo, la ghianda non è solo un seme, ma contiene in sé la struttura, la forma, la destinazione e la realizzazione finale della sua potenzialità di diventare una quercia. La ghianda sarebbe già una quercia “in potenza”. La quercia altro non sarebbe che la realizzazione, l’atto, di quel potenziale originario. La ghianda, infatti, non diventerà mai un abete.
La totale inversione del paradigma avviene con Jean-Paul Sartre, che afferma: “L’esistenza precede l’essenza”. Ciò comporta che l’uomo prima nasce e poi, solo in seguito, decide chi essere. L’uomo avrebbe libertà assoluta e sarebbe responsabile delle proprie scelte. Sostanzialmente viene negato ogni apporto della natura: l’uomo sarebbe solo il suo atto.
Sartre sembra ispirarsi, a sua volta, a John Locke, padre del liberalismo classico, il quale sosteneva che la mente umana nasce come una “tabula rasa” e che tutto dipenderebbe esclusivamente dall’esperienza sensoriale. L’uomo, alla nascita, altro non sarebbe che un foglio bianco, privo di ogni fattore innato o conoscenza preesistente: una teoria che è stata ampiamente ridiscussa e smentita dalla scienza contemporanea.
Anche Jacques Derrida si trova nello stesso solco di questa forma di nichilismo esistenziale: “Non c’è natura, solo interpretazione”. Questa visione si trasforma nel banale “Diventa ciò che vuoi”, un imperativo basato esclusivamente sull’ego, sull’ambizione e sull’imitazione, una visione adatta alla nostra società individualista, in cui domina la cultura del consumismo e del liberismo. È quella falsa libertà che Carlo Lorenzini descrive nell’immaginario Paese dei Balocchi, in cui si perdono Pinocchio e Lucignolo, in quella fiaba iniziatica che ricorda “L’asino d’oro” di Apuleio.
È un preteso assioma che porta inevitabilmente a desiderare ciò che non sempre è connaturato all’individuo. Il concetto è semplice: “Non sei nulla, inventati”.
Questo atteggiamento lo ritroviamo anche nel dibattito contemporaneo sulle identità di genere e nella teoria queer. Judith Butler, filosofa esponente del post-strutturalismo che si occupa di filosofia etica, femminismo e teoria queer, sostiene che il genere è performativo. Nessuno sarebbe uomo o donna in senso originario, ma ognuno farebbe l’uomo o la donna ripetendo atti appresi. Secondo questa teoria, uomini e donne rappresenterebbero un ruolo, perché nessuno sarebbe qualcosa in modo congenito. Nel 2006 anche l’ONU si è talmente adeguata a questa visione da arrivare a parlare di autodeterminazione. Nessuno è, ma tutti interpretano, si atteggiano.
Pindaro, invece, esortava a riconoscere la propria natura, la propria potenzialità e anche i propri limiti, per la piena realizzazione di se stessi, senza imitare modelli altrui o recitare una parte non propria, come avviene troppo frequentemente con le maschere pirandelliane, che rappresentano la frammentazione dell’identità umana. Le maschere di Pirandello sono i ruoli sociali e le convenzioni che l’uomo indossa, perdendo la propria natura intima e autentica e diventando “nessuno” o molteplicità: “uno, nessuno e centomila”.
Con Jung si torna all’origine, attraverso il processo di individuazione, in cui occorre integrare anche l’ombra per ricomporre l’intero. Carl Gustav Jung, attraverso un percorso psicologico, invita, dopo 2500 anni da Pindaro, a diventare se stessi, integrando le componenti consce e anche inconsce, per realizzare la propria essenza. Jung parla di “farsi sé”, cioè sapersi immergere nel nucleo più profondo della personalità.
A questo proposito è necessario ricordare che sul tempio di Apollo a Delfi era scritto: “Conosci te stesso”. Sant’Agostino sembra voler completare lo stesso concetto quando sostiene: “Noverim me, noverim Te”, ovvero “che io conosca me, che io conosca Te”. In questa locuzione si sottolinea che l’anima umana altro non sarebbe che lo specchio del Creatore. Agostino consiglia di non cercare Dio fuori, ma nel nostro intimo: “Non uscire fuori, torna in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità”. Il teologo e mistico arriva a sostenere che Dio è più intimo a noi di noi stessi.
Anche se in modo diverso, Friedrich Nietzsche nega il concetto che invita a diventare ciò che ognuno desidera, sottotitolando la sua opera “Ecce Homo” con un esplicito “Come si diventa ciò che si è”.
Anche il concetto fin troppo abusato nella psicologia umanistica e nella filosofia dello sviluppo, che invita a diventare la versione migliore di se stessi, altro non è che un invito a esprimere pienamente il proprio potenziale e le proprie aspirazioni, portando a compimento la propria indole. È un processo di crescita che dovrebbe condurre il soggetto a un appagamento.
Invece, per Sartre, la libertà non è una liberazione ma una condanna, un obbligo, perché arriva alla conclusione che anche la non scelta è una scelta. L’umanità sarebbe così condannata eternamente a essere libera.
